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Premio letterario "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" - IV edizione (2018)
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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Marco Ranocchiari

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 13/04/2017 17:15:57

 

L’autore qui intervistato è Marco Ranocchiari, secondo classificato nella Sezione B (racconto breve) del Premio letterario “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, III edizione 2017, con “Dal ritorno alla partenza”. È possibile leggere il suo racconto nell’e-book del premio, scaricabile gratuitamente a questo indirizzo: www.ebook-larecherche.it/ebook.asp?Id=217 (nello stesso sono presenti le Opere dei primi dieci classificati di entrambe le sezioni e dei menzionati).

 

 

 

Ciao Marco, chi sei? Come ti presenteresti a chi non ti conosce?

 

Sono una persona con un po’ troppi interessi, piuttosto distratta (che, in fondo, è la stessa cosa), all’apparenza tranquilla, riflessiva. Fortunatamente, con il mio lavoro attuale riesco a riavvicinare interessi molto lontani tra loro, come l’ambiente e la tutela del territorio, il paesaggio, la storia. Sono infatti una specie di divulgatore scientifico – precario, molto precario –, in un museo (sono laureato in geologia). Lavoro perlopiù parlando. Scrivere mi è molto più congeniale, mi permette di essere solo, di rimodulare una frase anche cento volte, e di trasformarla in una creatura più autonoma. Ma non sono un inventore di storie, io descrivo il mondo, il rapporto dell’uomo con i suoi luoghi. Posso farlo con un taglio più giornalistico (mi capita infatti di scrivere su qualche sito, e ho un blog). Quando posso essere più sincero, però, mi avvicino più a un racconto, che mi piacerebbe definire, se solo ne avessi davvero la capacità, come una specie di prosa poetica. Mi piace viaggiare, e quando posso lo faccio, e ne scrivo. Rispetto quei viaggiatori che mollano tutto e fanno una vita da vagabondi, ma ho il sospetto che, anche quando raccontano, vogliano più parlare di se stessi che dei luoghi. Io viaggio meno, ma più intensamente, o almeno ci provo.

 

 

Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

 

Sono un lettore abbastanza disordinato. In alcuni argomenti mi sono addentrato parecchio, su altri ho lacune enormi. Dipende, essenzialmente, dai luoghi a cui mi interesso e dal fatto che, quanto a studi letterari, sono un autodidatta. Alcuni autori mi hanno segnato sin da ragazzino e li cito con piacere. Il primo, mi spiace che non sia propriamente uno scrittore, è stato Bob Dylan. Ero ancora alle medie, e sentirlo, per sbaglio, da mio fratello, è stato un evento che mi ha trasformato per sempre. Non so che giorno e che ora fosse, ma ricordo quell’istante precisamente. Non ho mai saputo cantare, ma da allora ho iniziato a scrivere poesie e la strada è diventata la mia ossessione. In tempi più recenti, vorrei citare l’umanità di Mario Rigoni Stern, il suo rispetto per la natura così profondo eppure così sobrio, la poesia di Maria Luisa Spaziani e di Montale, la fermezza e la gentilezza di Primo Levi. Ho un debole per gli autori triestini, da Svevo a Saba, da Magris a un più giovane Covacich. E, avendo incrociato i suoi luoghi più volte, naturalmente Paolo Rumiz. Per affinità di interessi, amo il collettivo Wu Ming. Ma il vero libro che ho in mente quando mi metto davanti a un testo sarà sempre Le Città Invisibili di Italo Calvino.

 

 

Secondo te quale utilità e quale ruolo ha lo scrittore nella società attuale?

 

Non me la sento di giudicare gli scrittori in particolare, ma posso dire che chi si occupa di contenuti creativi con qualsiasi mezzo (penso alle moderne tecnologie ma non solo), ha la possibilità di essere utilissimo alla società del nostro tempo. Oggi ci sono così tante informazioni che è come non averne nessuna. È facile smarrirsi. Non parlo solo dello sciame digitale, ma dello straordinario progresso della conoscenza in varie discipline, che si tratta però di un sapere sempre più specialistico e sempre più inaccessibile. Non è compito degli “scrittori” farsi carico di questi enormi problemi, ma sicuramente la letteratura è il modo più bello di saltare di palo in frasca, se mi perdonate il termine. Una storia ben scritta contiene un’interpretazione coerente della realtà, un sistema di valori, una trama, e questo ci ridà la speranza che trovare un senso sia possibile. Anche il nostro tempo, dove tutto sembra avvenire istantaneamente, può e deve essere raccontato. E tra tutti i mezzi espressivi, la lettura è quello che richiede più riflessione, e soprattutto il silenzio. Ci obbliga a usare la mente più degli occhi e delle orecchie, ci fa perciò staccare dalla tempesta continua in cui siamo immersi; ci ha sempre fatto vedere noi stessi, ma oggi penso che sia uno dei pochissimi modi per vedere anche il nostro mondo un po’ più dall’esterno, e quindi di avvicinarci di più all’utopia di capirlo.

 

 

Come hai iniziato a scrivere e perché? Ci tratteggi la tua storia di scrittore? Gli incontri importanti, le tue pubblicazioni.

 

I miei tentativi di scrittura sono rimasti nel celebre, metaforico cassetto fino a pochi anni fa. Scrivevo per me stesso; o meglio speravo, un giorno, di raggiungere la conoscenza letteraria necessaria a trasformarle in qualcosa di serio. Il timore di non avere la preparazione giusta, che si è acuito quando all’università ho intrapreso studi scientifici, ha sempre prevalso. Ciononostante ho partecipato a un paio di selezioni, pubblicando una volta una poesia (che nel frattempo è andata perduta) e poi un racconto (che oggi mi sembra illeggibile). Ho poi ricevuto qualche commento positivo in alcuni siti di scrittura online (i gloriosi Usam di Scripta Manent). La vera svolta è avvenuta negli ultimi due anni. Per prima cosa, lavorando nella divulgazione scientifica, mi sono reso conto dell’enorme mancanza di persone con una preparazione interdisciplinare, e perciò che la mia formazione ibrida e difettosa poteva essere persino un vantaggio. Soprattutto, però, hanno influito le persone. In particolare, frequentando un gruppo di ragazzi che hanno messo su un gruppo di scrittura creativa, ho scoperto il piacere di condividere faccia a faccia le proprie creazioni. Vincendo l’imbarazzo, o forse giocando proprio con questo, e divertendosi da morire. Un incoraggiamento fondamentale è avvenuto da una giovane scrittrice di grande talento, Ruska Jorjoliani, a cui ho fatto leggere alcuni dei miei testi e senza il cui parere, probabilmente, non avrei partecipato a questa competizione.

Negli ultimi anni ho aperto un blog di resoconti di viaggio, con cui ho avuto l’onore di vincere il primo premio per la sezione blog (#inwebwetravel) del Festival della Letteratura di Viaggio 2016. Si trattava di un reportage romanzato sul Kosovo, poi ripreso da alcune testate.

 

 

Come avviene per te il processo creativo?

 

Chi scrive di viaggio ha sempre un taccuino. È un cliché, lo so, ma i cliché aiutano. Ci scrivo cercando di togliere ogni filtro, senza selezionare gli argomenti o le riflessioni. Odori, sensazioni corporee, voci inaspettate che irrompono. Se mi vedete con un taccuino, avete buona probabilità di finirci dentro. Ma quando mi metto all’opera, al ritorno, il taccuino diventa poco più che un cimelio. Il più delle volte resta chiuso sulla scrivania, o viene sfogliato distrattamente; però, mi sembra sempre di ricordare quello che c’è scritto. Riscrivo tutto un mare di volte, e poi solitamente accorcio il più possibile. Non faccio mai resoconti completi, ma seguo un’idea. I miei racconti non sono mai autobiografici in senso letterale: qualcosa di vero c’è, talvolta, ma solo se ritengo che si addica all’idea che sto cercando di condensare nel foglio. Ma il sentire è quello, inutile girarci intorno. Cerco però di non barare su quella che mi sembra l’essenza del luogo. E se lo faccio lo dico: c’è tantissimo di meta-narrativo, come è evidente anche dal testo che ho presentato in questo concorso [Il Giardino di Babuk – Proust en Italie, 2017].

 

 

Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi con la tua scrittura?

 

Non saprei. Mi piacerebbe comunicare un’impressione. So che i dettagli si scordano, ma le impressioni restano. E sono dell’avviso che le impressioni, tanto meglio se vaghe, sono quello che più conta quando cerchiamo di farci un’idea di qualcosa. Il nostro mondo è troppo preciso, e per esserne affascinati, e in un certo senso per capirlo, abbiamo bisogno di una certa vaghezza.

 

 

Che cos’ha di caratteristico la tua scrittura, rispetto a quella dei tuoi contemporanei?

 

Forse la gentilezza. Non voglio dire che mi modero o mi censuro. Intendo che tra i miei contemporanei mi sembra prevalga una certa maschera da duri, condita certo di autoironia e di disillusione. Frasi secche, acide. A me non interessa apparire smaliziato, mi piace raccontare quello che prova uno che si è perso, con frasi lunghe e arrotondate, magari ironiche, a volte poetiche e spesso amare. In fondo, tutto sommato, credo che anche se l’espressione è diversa la visione del mondo sia molto simile. Siamo una generazione piuttosto pessimista, non ci posso far niente.

 

 

Si dice che ogni scrittore abbia le sue “ossessioni”, temi intorno ai quali scriverà per tutta la vita, quali sono le tue? Come si è evoluta la tua scrittura dalle tue prime pubblicazioni?

 

Io preferisco chiamare interessi le mie ossessioni, ma queste sono i luoghi, la geografia, la strada. Cercare di ricongiungersi un po’ con la terra e con il mondo fisico, con il tempo profondo della terra. Ridando dignità a quello che di solito consideriamo sfondo. Penso che lo farò sempre, così come, immagino, mi dedicherò sempre con più attenzione agli umili che ai potenti, più alle periferie che al centro.

 

 

Quale rapporto hai con la poesia e quale con la narrativa? Hai scritto sia in versi sia in prosa (racconti o romanzi)? Se la risposta è no, pensi che, un giorno, ti accosterai all’altro genere letterario?

 

Ho iniziato scrivendo versi; prima, quattordicenne, speravo che potessero diventare canzoni, poi solo poesie. Probabilmente sono rimaste solo dei versi sciolti in attesa che arrivi quel qualcosa di misterioso che le renda completi come poesie. Alla narrativa sono arrivato in un secondo momento, ma è quella che ora preferisco: mi permette di dire più cose.

 

 

Quanto della tua terra di origine vive nella tua scrittura?

 

Sono nato e cresciuto a Roma. Tengo molto alla mia città, e me ne accorgo soprattutto ora che vivo al nord. Eppure, se devo pensare a una terra d’origine in cui mi riconosco, per valori e per affetto, bisogna uscire dalla città, ma di poco. Mi considero un uomo dell’Italia centrale, dell’Appennino. Mi riconosco nei suoi paesaggi, nella sua bellezza non ostentata e non celebrata, ma complessa. Nella mia scrittura, (o almeno, è quello che vorrei), c’è qualcosa di questo rapporto con la natura, con il paesaggio, molto profondo, poetico, ma anche problematico, fatto di durezza e con un certo riserbo.

 

 

Qual è il rapporto tra immaginazione e realtà? Lo scrittore si trova a cavallo di due mondi?

 

Il mio è un caso un po’ particolare, perché non sono un inventore di storie ma uno che racconta i luoghi, luoghi reali. Ma non mi illudo di raccontare una realtà oggettiva. Quando scrivo, che so, di Istanbul, sono consapevole che si tratti di una mia Istanbul personale, ma cerco di confrontare costantemente la mia percezione con quella degli altri, quella che vedo, e che leggo quando ricerco le fonti, e cerco di farlo capire al lettore. Non di far combaciare perfettamente i due mondi, sarebbe stupido, e si perderebbe molta bellezza.

 

 

Quali difficoltà hai incontrato nel pubblicare i tuoi testi?

 

Enormi: di fatto, per ora, ho pubblicato ben poco.

 

 

Chi sono i tuoi lettori? Che rapporto hai con loro?

 

La maggior parte delle persone che hanno letto miei scritti sono lettori del blog o dei siti dove è comparso qualche mio reportage. Il mio rapporto si limita ai commenti. Sono abbastanza scettico sulla fortuna della “letteratura” su un blog, dal momento che, perlopiù, si affronta il testo in modalità “lettura veloce”, per così dire. Ciò non toglie che ci siano eccezioni, e molto gradite. I miei lettori di riferimento sono però un paio di amici, alcuni vecchi e alcuni nuovi, e qualche contatto online che mi ha dato fiducia. Ma tutti, in generale, possono criticare, darmi il loro parere, e normalmente sono disposto a modificare i miei testi se ritengo giuste le osservazioni.

 

 

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Che cosa pensi di questa frase di Marcel Proust, tratta da “Il tempo ritrovato”?

 

Che è una frase verissima. Quante volte l’ho constato, da lettore, su me stesso. Io però nel mio piccolo voglio raccontare anche qualcosa che però un lettore non può sapere, perché è fuori di lui. Cioè il mondo di fuori, lo spazio.

 

 

Hai mai fatto interventi critici, hai scritto recensioni di opere di altri autori? Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona scrittura?

 

No, naturalmente se escludiamo le discussioni con amici e qualche piccola recensione online. Devo ammettere che scelgo cosa mi piace in maniera abbastanza intuitiva. Di qualche libro mi piace o non mi piace il ritmo, la musicalità o quando mi sembra di essere diventato, che l’autore sia diventato, una specie di complice, che comunica nel testo attraverso indizi quasi impercettibili. Per altri giudico semplicemente in base al contenuto, e non solo per la saggistica. Insomma, quello del critico è un mestiere che lascio volentieri a persone più preparate di me.

 

 

In relazione alla tua scrittura, qual è la critica più bella che hai ricevuto?

 

Sono stato definito uno “scrittore bell’e fatto”, da una persona che ne capisce, e anche se forse non è stata molto sincera mi ha aiutato molto.

 

 

A cosa stai lavorando? A quando la tua prossima pubblicazione?

 

Voglio continuare a occuparmi di viaggi, e scriverne in maniera narrativa. Vorrei che il prossimo passo fosse qualcosa di più strutturato, qualcosa di più lungo. Qualcosa che riguardi il rapporto dell’uomo con alcuni elementi geografici e con alcune montagne. Un libro? Forse. Ma per scrivere questo genere di cose occorre avere il tempo per mettersi in cammino. Le idee, per ora, ci sono, ma sono vaghe, una parola che (avrete capito) mi piace.

 

 

Quali altre passioni coltivi, oltre la scrittura?

 

Avrete capito che ho qualche difficoltà a separare gli interessi della mia vita in compartimenti stagni. Leggere, scrivere, studiare le lingue, camminare, arrampicarmi, insegnare, sono tutte cose che mescolo, un po’ troppo. Questo lo vedo come un problema. C’è qualcosa che si salva: rilassarsi suonando la chitarra, o ascoltando un disco di musica popolare.

 

 

Sei tra i vincitori del Premio “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, perché hai partecipato? Che valore hanno per te i premi letterari? Che ruolo hanno nella comunità culturale italiana?

 

Cercherò di essere sincero. Ho partecipato per avere un’occasione di visibilità, come penso sia comprensibile per un autore non affermato, ma anche per me stesso. Per avere una conferma che quello che scrivo non sia poi così male. E il giardino di Babuk mi è sembrato tra i più rigorosi e tra i più disinteressati, e quindi uno di quelli in cui riponevo maggiori speranze. Non so quanto rilievo abbiano i concorsi nella vita culturale italiana, ma sicuramente, se ben fatti, possono far conoscere alcuni autori nuovi, magari originali, ma che un’editoria perennemente in crisi e un mondo dei media schiavo dei clic difficilmente si arrischierebbe a promuovere.

 

 

Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica?

 

Penso che la rete e l’editoria elettronica offrano straordinarie possibilità. Certo, si rischia di affogare in un oceano di informazioni, e lo schermo non offre il raccoglimento necessario. Ma i vantaggi della facilità di condivisione, i bassi costi e la possibilità di interagire con i propri lettori compensano abbondantemente questo svantaggio. E forse, dal momento che cambiano le relazioni tra il testo, l’autore e il lettore, si può produrre qualcosa di nuovo. Agli autori che pubblicano su LaRecherche.it posso solo dire di continuare, considerando il supporto elettronico come qualcosa di autonomo, non un surrogato della carta. Ricordandosi però che non c’è solo la rete; esiste anche la carta, ma soprattutto le persone reali, con le loro facce e le loro voci, autori o lettori che siano.  

 

 

Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

 

Credo di aver spalmato molte risposte a domande non formulate nel corso di questa intervista; per ora mi fermo così. Vi ringrazio per l’attenzione e vi auguro un buon lavoro.

 

 

Grazie.


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