Sostieni il nostro comune progetto: diventa Socio e/o fai una donazione
:: Pagina iniziale | Autenticati | Registrati | Tutti gli autori | Biografie | Ricerca | Altri siti ::  :: Chi siamo | Contatti ::
:: Poesia | Aforismi | Prosa/Narrativa | Pensieri | Articoli | Saggi | Eventi | Autori proposti | Video proposti | 4 mani  :: Posta ::
:: Poesia della settimana | Recensioni | Interviste | Libri liberi [eBook] | I libri vagabondi [book crossing] ::  :: Commenti dei lettori ::
ANNIVERSARIO PROUST: 10 luglio 1871 - 10 luglio 2019
Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Sei nella sezione Prosa/Narrativa
gli ultimi 15 titoli pubblicati in questa sezione
gestisci le tue pubblicazioni »

Pagina aperta 1059 volte, esclusa la tua visita
Ultima visita il Sat Jun 22 09:48:09 UTC+0200 2019
Moderatore »
se ti autentichi puoi inserire un segnalibro in questa pagina

Skizzando nel vento, Capitolo 3: L’età dell’oro

di Stefano Saccinto
[ biografia | pagina personale | scrivi all'autore ]


[ Raccogli tutti i testi in prosa dell'autore in una sola pagina ]

« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 1 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »




Pubblicato il 10/08/2008 18:47:32

3
L'età dell'oro
(U fess ca si)



OTTOBRE DEL NULLA IN ESPANSIONE

Una caldissima mattinata di metà ottobre.
I raggi della ruota si inseguivano senza mai raggiungersi, pezzi di fango indurito schizzavano dappertutto, per la pressione della gomma sull’asfalto, fulmini di un verde acceso si delineavano sullo sfondo nero del telaio.
Il mio viso nell’aria calda si immergeva come si potesse tagliare con un grissino, i miei polpacci spingevano i piedi sui pedali fangosi e la salita si fece impervia, adesso che la imboccavo.
Ma la mia era una mountain bike, adatta proprio a questo genere di cose, a queste salite improvvise, scalai di marcia, spinsi per un altro mezzo giro ed i pedali divennero improvvisamente più leggeri, molto più leggeri, troppo più leggeri: stavo procedendo al contrario o questa era una strada mobile?
Misi lo sguardo sulla catena, fuori dalle corone, fermai la bici cercando di non cadere, ne discesi, la piantai sul cavalletto anche se continuava ad andarsene in discesa. Trovai il giusto equilibrio perché restasse ferma, mi chinai a capire come avrei dovuto ripararla, poi la rimisi a posto, pedalai con una mano alzando la parte posteriore della bici e la catena riprese il suo giro. Le marce della mia bici non erano automatiche, ma manuali, nel senso che dovevi manualmente spostare la catena di corona in corona per cambiarle.
Ripresi posto sulla sella, mi rimisi in viaggio, lentamente per prendere il ritmo, poi sempre più veloce.
Mio padre mi stava aspettando.
Casa in campagna. Casa? Baracca! In un piccolo vitigno di mio nonno, il mio lavoro di quella giornata sarebbe stato dargli una mano a sistemare il casino di zappe e strumenti agricoli all’interno della baracca.
Per ogni giorno della mia vacanza imposta, mio padre mi aveva trovato un fastidioso compito che rinforzasse in me la convinzione che avrei fatto bene ad impegnarmi nello studio ed a non farmi sospendere mai più.
Mi avevano sospeso per quindici giorni. Per uno sputo. Se avessero contato i vomitini di Corona, credo che avrebbe avuto un bel po’ di anni ancora da scontare, fra le mura scolastiche.
Ed io che cerco sempre il lato positivo delle cose e di questa l’avevo scoperto nella libertà di potermi dedicare al mio studio di alternanza tra bianco e nero dei tasti di una pianola, ebbi a ricredermi presto quando scoprii che anche mio padre aveva colto un lato positivo della mia sospensione: mi avrebbe impiegato nello svolgere o nell’aiutarlo a svolgere tutto quello che si era trascinato dietro dall’inizio dell’anno e che, nonostante a volte anche abbastanza urgente, aveva finto di non aver mai il tempo di fare.
Negli otto giorni precedenti alla domenica della baracca avevamo già imbiancato tutte le pareti di casa, ridipinto porte e ringhiere, sistemato gli scaffali cigolanti di ogni ripostiglio e lavato un paio di volte la sua auto. L’auto l’avevo lavata io da solo, a dire il vero.
Adesso trovarmi un impegno si faceva sempre più difficile e così, prima che gli venisse l’idea di impiegarmi la mattina per accudire i miei nonni a casa loro (con mia nonna costretta a letto in quel periodo, tra l’altro), tirò fuori la storia della baracca per rovinarmi l’ennesima giornata.
Gli dissi che l’avrei raggiunto con la mia bici che aveva bisogno di essere sistemata e lavata e per questo quella domenica mattina cercavo di lasciarmi alle spalle la maledetta salita necessaria per proseguire il mio percorso fino in campagna.
Per attaccarmi alla mia tastiera non avevo avuto neppure un secondo di tempo, la sfioravo soltanto ogni volta che ci passavo accanto senza che i suoi tasti producessero alcun suono perché era spenta. Però mi navigava nella testa per tutto il tempo, cercavo di capire come potesse funzionare per davvero, che cosa mi mancasse per diventare un compositore, da dove avrei potuto trarre l’ispirazione per tirarne fuori una musica celestiale. E poi mi assalivano domande assurde del genere che: se avessi composto un pezzo troppo elaborato avrei avuto poi le capacità mentali necessarie per ricordarlo? Pensandoci, per me a cui il linguaggio della musica risultava aspro esatto uguale a quello della matematica, questo sarebbe stato un vero e proprio problema.
Ma tanto un pezzo elaborato non l’avevo ancora scritto, ispirazione zero, la mia musa ancora dormiente e nascosta, niente da dover ricordare e problema risolto.

La casa era appena fuori città, dove i condomini scomparivano per fare spazio al cielo ed al vento, nella campagna aperta. Imboccai per un tratto una Statale, poi voltai in una strada secondaria e da lontano i quattro metri per quattro della baracca emersero dalla folta vegetazione, accanto alla 33 rossa di mio padre parcheggiata di culo.
Arrivai fin dove si poteva con la bici, oltre c’erano i campi con la terra smossa e morbida, non sarei riuscito a pedalare su quel terreno.
Scesi e raccolsi da terra la mountain bike, me la issai su di una spalla e mi diressi verso l’ingresso della casa che quasi cadeva a pezzi, con il muro mezzo distrutto dalla pioggia e con la porta di legno marcio che non chiedeva altro che di essere sostituita.
Mi fermai davanti alla porta osservando all’interno mio padre armeggiare con una serie di arnesi, chinato sul massello che costituiva il pavimento.
“Pa’!” gli feci. Si voltò indietro, osservandomi.
“Uagliò, teu la mat-n t’adà jalzé cchiu sub-t!” questo era il suo solito saluto mattutino. Guardai l’orologio e cazzo eppure erano soltanto le nove e mezza: mezzora per arrivare, mezzora per prepararmi, considerato che era domenica non mi sembrava che fosse eccessivamente tardi.
Mi grattai il naso senza dire niente, avrei voluto chiedergli da dove iniziare, ma l’avrei fatto incazzare ancora di più. Certo che se me ne stavo zitto e fermo si sarebbe incazzato lo stesso.
“Che cosa c’è da fare?” provai a chiedere.
“Aspì, ca ddu ste nu cas-n d la Madonn” tirò indietro una cassa di ferro per gli attrezzi da lavoro. Aveva detto di aspettare che c’era un casino della Madonna.
Mi avvicinai alla cassetta, me la trascinai fuori. Mio padre aveva il vizio di agire per telepatia quando dovevi aiutarlo a fare qualsiasi genere di lavoro. Lui non ti diceva quello che dovevi fare, tu dovevi saperlo e basta, collegandoti alla sua mente. E dovevi saperlo anche abbastanza in fretta, se non volevi farlo spazientire.
Chiamò in causa un paio di Cristi e Madonne, erano i suoi interlocutori preferiti e gli si rivolgeva in qualunque momento della giornata, per varie categorie di conforto spirituale.
Cercai di collegarmi velocemente al flusso dei suoi pensieri, cercai di capire quale logica stesse usando nel togliere di mezzo gli oggetti, quale ordine seguisse, ma mi limitai più che altro a portare la roba che lui tirava fuori il più lontano possibile dalla sua orbita, poi in un momento in cui sembrava stesse sistemando l’interno di un cartone senza tirarci fuori nulla, me ne uscii a respirare lontano dalla polvere che stava alzando.
Uno stormo di uccelli che erano rimasti al ‘nord’ visto che l’estate aveva prolungato i suoi giorni caldi inoltrandosi fin nel mese di ottobre, si levò in alto dal verde di un albero che con la sua ombra raggiungeva la punta delle mie scarpe. Osservai il loro volo seguendoli finché non divennero così piccoli che a stento i miei occhi li avrebbero differenziati da uno sciame di api. Mi venne da pensare alla primavera e ragionai che se il tempo fosse trascorso al contrario l’autunno sarebbe stato primavera e la primavera autunno.
“Ouh!” mio padre mi stava chiamando, nel suo modo di comunicare ouh era il nome di chiunque gli capitasse a tiro.
“Che è?” gli chiesi.
“Ma inzomm, m’adà dé na men o t’adà sté a ‘ngandé l mosk?” mi agitò una mano contro. Significava: sei qui per aiutarmi o per incantare le mosche?
“Se tu mi dicessi cosa posso fare…” mi giustificai rivolgendo i palmi delle mani al soffitto, entrando nella baracca.
“E ce vvu fej? Azzick a s-stmej chur mob-l ddej” indico un pensile con una mano “Ngul a cchi t’è bb-v ce cazz d burdell ca sté” aggiunse poi.
Aprii lo sportello del mobile che avrei dovuto sistemare. Tutta una serie di attrezzi da lavoro erano buttati a montagna uno sopra l’altro, tirai tutto fuori lentamente e cercai di selezionare le varie categorie di oggetti: cesoie, forbici più corte, una piccola falce, tutti gli strumenti da taglio, insomma, da una parte; guanti, cappelli, stivali, un impermeabile ed altri indumenti da un’altra parte, piegando al meglio ogni cosa e continuai così per tutto il resto. C’erano tubi, candele della vecchia moto di mio nonno che chissà che fine aveva fatto, filo di ferro e tutta un’altra serie di oggetti. Rimisi ogni cosa nel posto che consideravo il migliore.
Una volta finito con il mobile aiutai ancora mio padre ad organizzare gli spazi all’interno della baracca ed il resto della mattinata lo passai ad osservare lui mentre cercava di sistemare la porta di legno della baracca che se n’era scaduta ed a sorreggergliela.
Verso l’ora di pranzo la porta fu riparata e mio padre non faceva che passeggiarle di fronte guardandola e sorridendo.
“A vist ca l’ham s-st-met? Madò ce cazz d call!” invocò l’ennesima Madonna per il caldo, portandosi una mano dietro la nuca e cercando di alzarsi i capelli sudaticci, nella sua camicia a righe azzurre che formavano larghi riquadri bianchi, incrociandosi perpendicolarmente, e dalle maniche arrotolate sugli avambracci. Il suo bracciale d’oro luccicava nel sole alto di mezza giornata.
Mio padre si voltò verso di me.
“Allor…” si diede tempo per pensare inspirando “Ce ja u fatt d la b-c-clett?” mi chiese quale fosse il problema della mia bici.
“Lascia stare, ora me la vedo io a sistemarla” gli comunicai.
“Embé nan adà v-nô a mangé?” mi chiedeva se avrei saltato il pranzo.
“No… mo fammi sistemare prima la bici, poi vengo” decisi.
“E nan t la put s-stmé a cches?” voleva che la sistemassi a casa, ma io preferivo restarmene da solo per un po’, immerso nella quiete della mondo rurale.
“Adesso mi metto con calma e l’aggiusto, poi torno”
“Mbé, fe che cazz vu, jo m’ n’ vac” diceva che si sarebbe finalmente tolto dalle palle. Si avviò verso l’auto, l’aprì, poi si voltò ancora verso me.
“Uagliò, v-t se t mitt a studié nu picc jind’a sti jiurn” respirai con il naso per evitare di sbuffare, continuava a ripetermi che avrei fatto meglio a sfruttare quei giorni per studiare, ma non smetteva di riempirmi le giornate con tutta quella assurda serie di cose inutili da fare.
“Sì, pa’, poi mi metto a studiare”
“Se, u fess ca si, ngul a chi t’è stramurt ‘nderr! E ce stè a p-gghié c fess?” disse che apprezzava molto la mia dedizione, prima di infilarsi nell’auto parlando direttamente con Maria Santissima circa i costumi sessuali nell’Israele degli anni vicini allo zero. Poi finalmente andò via.
Mi grattai la nuca, osservai la bici, cercai di capire da dove avrei dovuto cominciare, cercai di organizzare le idee e nello stesso momento in cui prendevo a realizzare qualcosa, la porta della baracca cominciò ad inclinarsi, finendomi addosso. Non riuscii a tenerla in piedi e così finì proprio davanti all'ingresso. Ero stato per più di un'ora, a tenerla ferma in piedi mentre mio padre operava.
La raccolsi da terra, pensai cosa avrei dovuto farne, poi la lanciai da una parte e mi dedicai nuovamente all'organizzazione del lavoro.
Da qualche parte doveva esserci un tubo rosso per l'acqua, mi pareva di averlo visto tirare fuori da mio padre.
Entrai nella baracca, mi piantai le mani sui fianchi, guardandomi attorno.
Un lato del tubo rosso spuntava da sotto una montagna di buste piene di buchi e legato ad uno spago di ferro tutto arrugginito. Anche per quanto riguarda la riorganizzazione del materiale, mio padre aveva fatto un lavoro eccellente, a quanto pareva.
Quando ebbi sfossato il tubo da sotto l’ultima busta che ancora rotolava sul pavimento, lo raccolsi con una mano facendo attenzione a non prenderlo dalla parte del filo di ferro. Poi me lo portai fuori perché con tutta la polvere che avevo alzato, davvero l’aria era diventata un concentrato di particelle di terra con una bassissima-microscopica percentuale di ossigeno. Continuai a tossire ancora finché l’aria di fuori non mi riempì di nuovo i polmoni dando il cambio alla terra e alla polvere.
Rimasi in piedi e poi seduto sulla porta a cercare di liberare il tubo di plastica flessibile dal ferro arrugginito che lo avvolgeva dipingendo di marrone i bordi delle piccole linee incavate nella gomma e ci riuscii soltanto un quarto d’ora dopo.
Mi presi qualche secondo di riposo, poi cercai di arrotolare il sifone alla meno peggio e me lo caricai su una spalla.
Il lavandino pieno di foglie in decomposizione e di piccoli insetti che nuotavano nella melma che lo riempiva, era messo sul lato destro esterno della casa. Mi ci avvicinai rimettendomi ad ogni passo il tubo sulla spalla, appena muovevo un piede, un estremo se ne scendeva giù per la mia schiena. Alla fine ci rinunciai e decisi di trascinarmelo e basta.
Raccolsi da terra il lato ribelle del sifone e ci ficcai due dita dentro. Poi iniziai ad allargarlo senza alcuna pietà e, quando finalmente la plastica aveva preso la forma delle mie dita, con un colpo deciso, ci ficcai il rubinetto dentro. Lo spinsi più su perché non avesse la felice idea di staccarsi di lì e poi tornai dall’altro lato della casa.
Mi caricai la mountain bike in spalla e la lasciai cadere vicino al lavandino, poi la rimisi ferma in piedi sul cavalletto e me la guardai bene bene, per vedere da dove avrei dovuto cominciare. Decisi di iniziare dall’alto, ragionando sull’influenza della forza di gravità.
Aprii il rubinetto incrostato, mi chinai per prendere il tubo, ma un getto d'acqua improvviso si liberò facendolo ondeggiare così forte da non riuscire a fermarlo. Iniziai a correre verso la bici, il tubo volteggiò ancora nell’aria aprendosi a metà per la pressione del getto d’acqua, la bici, investita dall'ondata, rovinò a terra con il cavalletto mezzo storto, io scivolai nella pozzanghera spuntata all'improvviso e finii dritto sotto la bici, sbattendo la testa al manubrio voltato verso di me.
Mi toccai la fronte pensando così tante parolacce da fare invidia a mio padre, poi mi portai in piedi e, fra le dita che tenevo sugli occhi, vidi il tubo volare letteralmente nell’aria come un serpente incantato. Con un tuffo riuscii a catturarlo, stretto tra le mani. Mi lanciai immediatamente sul rubinetto e lo chiusi il più velocemente possibile bestemmiando mentalmente per la forza che la rotella opponeva alla mia mano.
Con lo sguardo valutai l'entità del danno constatando il vomito che mi ero combinato addosso e la bici non stava assolutamente meglio. Un sorriso di stizza mi si formò sulle labbra, poi divenne una risata isterica, finché mi ritrovai a ridere sguaiatamente, immerso nella campagna completamente deserta tra i cinguettii degli uccelli ed il forte profumo di terra ed erba bagnate: avrei dovuto semplicemente richiudere l'acqua subito, ma un tale colpo di genio non sarebbe stato da me.
Rimisi in piedi la bici, con calma, gocce marroni raggiungevano il terreno cadendo dal telaio e dai raggi delle ruote.
Tornai al lavandino non prima di aver raccolto il tubo in mano, per più della metà della sua lunghezza era ormai inutilizzabile dal momento che l'acqua l'aveva squarciato, così lo piegai verso la parte buona, togliendomi d’intralcio la metà distrutta.
Girai nuovamente la rotella verso destra, delicatamente, delicatamente, finché il giusto getto d’acqua non comparve timidamente fuori dal buco, mi avvicinai alla bicicletta puntando sul manubrio e osservai una cascata di lurida acqua marrone rigettarsi a terra. Buon inizio, ok, ok, si poteva andare avanti senza problemi adesso.

Quando ebbi finito, arrotolai il tubo al mio braccio dopo averlo staccato di forza dal rubinetto: ce l’avevo messo così bene che non voleva più togliersi di lì, poi lo riportai in casa e lo gettai su di uno scaffale tutto arrugginito e pieno di buste che non sapevo neanche cosa contenessero.
Spostai la bici dall’altra parte della baracca perché il sole ci picchiasse su e la facesse asciugare il più in fretta possibile, intanto pensai di impiegare il tempo cercando la carta vetrata che doveva essere nella cassetta degli strumenti di mio padre.
Tornai in casa fischiettando, grattandomi il fango semiasciutto dalle dita, puntai verso il pensile a cui avevo dato ordine nella mattinata, mi sembrava di aver sistemato una busta con della carta vetrata. Ne aprii un paio per scoprire se la carta c’era o no. C’era.
Iniziai a voltarla da tutte le parti per testare la sua qualità e la quantità soprattutto, visto che avrei dovuto passarla sull’intera bicicletta. Decretai che poteva bastare anche per sverniciare un camion, poi richiusi il mobile e mi girai per raggiungere ancora la bici.
Granelli di polvere mi volteggiavano innanzi, rimanendo sospesi nel fiume di luce che penetrava dalla porta sfondata. Mi voltai dall’altra parte annusando lo spazio all’interno della stanza, il mio sguardo fu catturato dai pioli della scala di legno che portava sulla torretta. La chiamavamo così, era un'altra stanza di due metri per due posta sopra la baracca, da questa si accedeva ad una minuscola terrazzina.
Mi resi conto di non aver visto la mia chitarra, nella baracca. Non avendo posto a casa nostra, mio padre l'aveva portata qui, tempo prima, ma in effetti non era da nessuna parte. Seguendo questo pensiero, mi piantai la carta vetrata in una tasca, raggiunsi la scala, salii e mi ritrovai sulla torretta.
Mi ripulii le mani sulle ginocchia dei jeans, osservai l'ambiente attorno: quattro mura su cui se ne stava accatastata un sacco di roba ed una finestrella minuscola.
Distrattamente aprii la finestrella e, nella penombra, un sacco nero per l'immondizia apparve, pieno di polvere, ad un angolo della stanza. Una fitta rete di ragnatele partiva dal nero lucido e si espandeva sul muro grezzo alle sue spalle.
Misi due passi nel buio quasi completo, passai una mano sulle ragnatele che restarono impigliate alle dita. Me ne liberai, tastai l'oggetto all'interno della busta e confermai che doveva essere proprio la mia chitarra, mi guardai attorno, mi resi conto che nessuno poteva vedermi, così ci schiacciai contro una guancia, abbracciando la cassa armonica. Aprii la busta e mi accorsi di aver abbracciato una vecchia stufa elettrica dietro la quale se ne stava un piccolo attaccapanni, mi sentii stupido, mi voltai e scoprii un'altra busta nera.
Questa volta prima di abbracciarla mi accertai che dentro ci fosse la chitarra.
Ok, adesso potevo realmente salutarla.

Il caldo si fece opprimente, così mi sfilai disordinatamente la maglia che indossavo e la gettai da una parte, lasciando che la mia collanina d’oro si adagiasse fuori dal collo della maglia intima bianca, mentre mi accovacciavo sull'uscio della porta. Portai una guancia sulla cassa armonica, prendendo ad accarezzare la prima corda. Rievocai alla mente la scala delle note e roteai la chiavetta per tenderla, feci lo stesso con tutte le altre chiavi, riaccordando la chitarra.
Quando passai le unghie sul ponte, l'effetto d'insieme mi sembrò corretto.
Mi grattai la testa, cercai un accordo con la sinistra, provai ad arpeggiare, chiudendo per un attimo gli occhi. Restai in ascolto, come se il mondo intorno con la sua sola essenza potesse infondermi una qualche ispirazione, ma il mondo non aveva niente da dire o forse io non ero mai stato un grande ascoltatore.
Riaprii gli occhi, battendo con la mano sulla cassa, inspirai, osservandomi attorno e per un solo secondo, dal nulla, apparve qualcosa, come un piccolo, sottile dolore, proprio nel momento in cui ero più distratto, dileguandosi immediatamente prima ancora di prendere forma. Era tornato al nulla.
L'estate che si trascinava ancora, moribonda, il leggero frusciare degli alberi, la vivida tonalità del cielo e la cornice naturale dinanzi al mio sguardo, tutto catturava la mia attenzione, distogliendomi dalla mia ispirazione, come occultandola, negandomi che fosse esistita.
Estate, hai visto la mia ispirazione?
E tu, vivido cielo?
Leggero frusciare degli alberi, tu l'avrai senz'altro scorta?
Oppure tu, cornice naturale che dispieghi le tue membra, sotto il mio sguardo supplichevole?
Nessuno, pure avrei giurato che era stata così chiara a chiunque.
Ma io l'avevo vista, non poteva essere nient'altro, non era riuscita ad ingannarmi, questa volta. Decisi che per confermare la sicurezza di averla vista, l'avrei rincorsa, seguita nel nulla da dove proveniva e dove adesso era tornata a dimorare.
Lentamente richiusi i miei occhi e scrutai nella dimensione interiore, nella mia stessa mente. Un turbine di pensieri si affacciò al mio sguardo, i visi che avevano costellato l'ultima parte della mia esistenza, le sensazioni seguite alla mia separazione dalla scuola a neanche un mese dal suo inizio, la volontà ferma, ma sempre rinviata di dedicare a me stesso quel po’ di tempo che fosse necessario per capire non dico chi, ma almeno che cosa fossi, che forma avessi, su per giù.
Per darmi delle coordinate, la mia mente ricomponeva dentro se stessa quella che chiamiamo realtà e me ne lanciava messaggi visivi così da farmi sentire la mia presenza nel mondo, in quel preciso istante. Questo non mi sarebbe bastato e così, facendomi spazio tra i ricordi, mi affacciai ad un piano più profondo della coscienza. Improvvisamente scomparirono ad una ad una tutte le facce che avevo dovuto sopportare in tutto il periodo che mi aveva separato dalla mia chitarra, andavano via i volti del professore di inglese, del Preside, di Corona, di Pastore, di Fortunato, di Tarantino, di Ieva, di Morra, di Del Monte, di... di Moretti... no, quello aveva voluto un po’ più di tempo per andarsene, mi erano rimasti impressi per qualche secondo i suoi lineamenti al contrario che sembravano sorridere e invece plasmavano un'espressione d'odio, che piano... adesso sfumava anche quell'ultimo viso e c’eravamo di nuovo io e la mia solitudine, io e la mia coscienza, uno di fronte all'altro.
Due occhi emersero allora dal buio, due occhi di una luce livida, fermi dinanzi al baratro dell'incoscienza, proprio ad un passo dalle porte della percezione.
Li osservai, la mia coscienza mi stava osservando, mi intimava di indietreggiare, di non proseguire oltre nella mia ricerca. Tesi di più i miei sensi interiori, di più il mio terzo orecchio, di più il terzo occhio, li spinsi avanti, il mio sguardo fu a pochi centimetri, pochi millimetri dallo sguardo di luce, lo attraversò e dopo il bagliore prodotto dalla sua vicinanza, vidi attraverso me stesso il silenzio che orbitava attorno ad un asse inesistente.
Come fossi in immersione, restai estasiato dalle profondità raggiunte, dalla visione nitida della massa nebbiosa in perpetua mutazione che risiedeva nei miei abissi e che ogni tanto era risalita fuori dalle barriere della coscienza.
Ma fu l'orgasmo di un miliardesimo di secondo: il mio sguardo si allontanò progressivamente dal nulla ad una velocità allucinante, riemerse lo sguardo di luce evanescente, i volti di tutti i miei compagni di classe, labbra, occhi, candore di denti, orecchie, ciuffi di capelli e particolari di oggetti appartenenti ad ognuno di essi.
Tossii come rivoltando me stesso di nuovo verso l'esterno, i miei occhi furono accecati dal bagliore del giorno, la mia fronte oltremodo sudata, le vene rigonfie sulle mani ed il petto ansimante. Mi passai una mano sul viso, sentivo un indolenzimento alla base del cranio, proprio sopra la nuca, mi misi in piedi, andai a sistemare la chitarra da qualche parte, dentro la baracca.
Io avevo visto qualcosa emergere dal nulla. Era una stella, era una fata vibrante fra i rami, era un richiamo e l'avevo seguito. Ma la coscienza mi aveva risucchiato via, trascinandomi fuori dalla mia visione e riportandomi alla realtà del presente. Ma, anche se era durato soltanto per pochi secondi, la parte di mente che ero riuscito a controllare aveva memorizzato ogni deviazione del mio viaggio ed ora io, ne ero sicuro, avrei saputo ripercorrere in discesa la strada che mi avrebbe ricondotto al principio di ogni ispirazione.

Smontavo la bici pezzo per pezzo, giorno per giorno, staccando i bulloni, scartavetrando fino a scottarmi le dita e poi, nel pomeriggio, rimettevo tutto a posto e me ne tornavo a casa su di essa che ogni volta aveva una sezione grigio ferro in più.
Adesso mi mancavano solo la forcella ed il manubrio e quelle erano le due parti più difficili da scartavetrare perché bisognava smontare freni, marce, rifrangenti, ruota di avanti e tutte le belle cose.
Schizzavo nel vento in quella mattina, pedalavo sempre più in fretta, sentendo i muscoli delle gambe che lentamente cedevano quando i miei occhi avvistarono la grande scritta colorata della ferramenta.
Premetti immediatamente entrambi i freni anche se ci volle un po’ prima che la mia bici rispondesse al comando: erano molto lenti e mi ripromisi di metterli a posto dopo averla riverniciata.
Scesi dalla sella e poggiai la bici sul cavalletto (che avevo raddrizzato dalla volta del tubo di plastica), prima di infilarmi nella ferramenta.

Poggiai la lattina a terra e il secchio di vernice sul telaio della bici, provando a salirci: avrei dovuto mantenerlo con un braccio e guidare ad una mano.
Adesso bisognava sistemare la lattina.
Ci pensai un attimo, poi mi infilai la maglia che indossavo nei jeans, ficcandocela per bene e mi portai la lattina al petto, per farla passare dal collo della maglia e tenerla al suo interno. Fu piacevole il contatto dell’alluminio freddo con il mio petto riscaldato dall’ultimo sole pallido di ottobre.
Mi misi in cammino scomodamente e, poco alla volta, mi diressi verso la casa, fermandomi di tanto in tanto a rimettermi la maglia nei jeans o a sistemare meglio il secchio sulla staffa del telaio sverniciato.
Una volta arrivato, mi fiondai alla ricerca di una scatola di cartone in cui mio padre teneva gli attrezzi per la pittura, essendo stato, in passato, anche imbianchino. Lo trovai, le cose che mi servivano di ciò che avevo sotto gli occhi erano un vecchio pennello indurito dal tempo ed un secchio di catalizzatore che avrebbe aiutato la vernice ad asciugarsi più in fretta. Un altro secchio vuoto mi sarebbe servito per dosare i liquidi.
Portai fuori la roba e la posai a terra vicino alla bici, dove avevo già appoggiato la vernice ed il diluente.
Per prima cosa smontai la forcella ed il manubrio, poi liberai i due pezzi dai freni e da tutto il resto ed infine mi misi comodo alla base di un tronco di fico al confine col terreno di mio nonno ed iniziai a passare la carta vetrata sulla forcella.
Mi dotai di una pazienza infinita, procedevo millimetro dopo millimetro, restando in silenzio e cercando di distogliere la mente o di avanzare in modo ragionato nel flusso dei miei pensieri.
Non dovevo avere fretta nella ricerca di una musa ispiratrice. Adesso avevo il liceo, avevo le evoluzioni improbabili del caos neutrale che sarebbe stato il futuro, quello imminente e quello più esteso, avevo il mio tempo ed avevo soltanto quattordici anni. A quattordici anni la maggiorparte della gente è lontana almeno di cinque o sei anni dal capire cosa vorrebbe farsene della propria esistenza, dieci, quindici anni dal riuscire a mettere i primi passi senza l'aiuto di nessuno e chissà quanto tempo dalla possibile realizzazione del suo vero sogno.
Su, giù, roteando col polso seguivo le curve della forcella e raccoglievo nel palmo le staffe che la legavano alla ruota anteriore. Ci misi più o meno tre ore per terminare la forcella. Dopo essermela rigirata tra le mani, valutando il mio operato, passai al manubrio.
Io avevo già scritto dodici pezzi con la pianola, avevo un talento innato e se mi ci mettevo, avrei saputo ricostruire qualunque canzone riproducibile con i suoi tasti, mi dissi che dovevo semplicemente smettere di pensarci, non avere fretta, lasciar fluire il karma, dovevo orientalizzarmi, partecipare al flusso degli eventi senza irrompere in una scena di quotidianità con la mia frenesia di artista col blocco dell'ispirazione e ricordare infine che non avrei dovuto cercare l'arte, ma l'arte mi avrebbe cercato e al momento opportuno, se così doveva essere, mi avrebbe scelto.
Mi avrebbe scelto? Il problema era questo. E se, passando precocemente per le mie spiagge, adesso avesse da percorrere l'intero globo in cerca di altri cuori con cui comunicare prima di tornare al mio? Che cos'avrei fatto io, in tutto questo tempo?
Avrei fatto ciò che avevo sempre fatto e che, a quanto pareva, mi riusciva meglio di ogni altra cosa: aspettare con le mani sotto il mento senza fare assolutamente nulla.
Oh, no, io non avrei saputo aspettare. Avrei cercato in ogni modo di sciogliere il dubbio, avrei chiesto all'esistenza se mi avrebbe considerato un artista per gli anni a venire o se avrei fatto meglio a spaccare in mille pezzi la mia pianola subito, a pestarla sotto i piedi e correre il più lontano possibile da quell'insano sogno.
E in ogni caso non avrei accettato il suo responso, come non lo avevo fatto con i dodici pezzi di merda che componevano la mia discografia. Io sarei stato un cantante o io non sarei stato nient'altro. Io avrei avuto una musa o io non avrei mai più guardato nessuna ragazza, incrociando le braccia e scacciando via chiunque avesse voluto avvicinarmi.

Un'ora dopo anche il manubrio era tornato vergine, grattando sul ferro avevo fatto pulizia anche nel mio animo, non so quale fosse il risultato che avevo raggiunto, ma a giudicare dal manubrio, non doveva essere poi così male.
Lasciai a terra la forcella ed il manubrio e, con le mani sporche di polvere nera e verde, guardai l’orologio prima di decidermi ad iniziare a passare la vernice: non avrei fatto in tempo a verniciare tutta la bici e ad aspettare che il colore si asciugasse, anche col catalizzatore ci sarebbero volute almeno tre ore, stando a quello che mi aveva detto il proprietario della ferramenta. Pensai al da farsi, mi scocciò l'idea di dover attendere un giorno ancora per vedere riverniciata la mia bici. Guardai nuovamente l'orologio e intuii che anche quel giorno avrei saltato il pranzo.
Andai dentro a trovare qualche pezza nel caso mi sporcassi e poi tornai fuori: adesso avevo tutto ciò che mi occorreva davanti a me, mi sarebbe bastato arrotolarmi le maniche della maglia per avere le braccia libere, visto che avevo scordato di portarmi qualcosa che potesse funzionare da camice da lavoro; per quanto riguardava i jeans, non mi importava che si sporcassero perché erano talmente pieni di strappi che ormai rimaneva ben poco da poter sporcare ancora.
Aprii il barattolo della vernice strappando di forza il bordino di plastica che lo sigillava, l’odore della vernice mi colpì in pieno viso infondendomi una tenera ebbrezza.
Versai un terzo della vernice nel secchio vuoto che avevo trovato dentro, poi dosai il catalizzatore ed infine mischiai il tutto con il durissimo pennello con cui avrei dovuto lavorare. Quando tutta la vernice divenne omogenea, ne estrassi il pennello e cercai di ripulirlo e soprattutto di ammorbidirlo bagnandolo nel diluente ed anche se non ottenni grandi risultati, alla fine decisi che le setole erano tornate abbastanza flosce da poter iniziare.
Il primo colpo di pennello lo diedi al telaio, osservando la vernice prendere il posto del colore naturale del ferro, coprendo a strisce la staffa e andando avanti e indietro sotto il comando della mia mano, mi venne istintivo pensare a Karate Kid che riverniciava il cancello della casa del suo maestro.
Continuai per tutto il telaio, rifinendo meglio gli angoli, coprendo le parti grigie che erano rimaste, stando attento a non bagnare troppo né troppo poco il pennello, per non far apparire gocce o far sembrare il colore troppo asciutto e devo dire che l’opera mi riuscì molto bene, anche perché era la prima volta che rifacevo la mia bici, ma non era la prima volta che spennellavo dei pezzi di ferro.
Andai avanti così per tutta la bici, macchiandomi le mani e le braccia di vernice, nonostante tutta la mia attenzione e preoccupazione di passarmi su ogni minima macchia la pezza imbevuta di diluente, ma alla fine mi accorsi di aver fatto un lavoro davvero a posto: sotto i miei occhi luccicava, nel pallido sole di ottobre, un tappeto d'oro distribuito in diverse forme.
Ricostruii mentalmente la bici, me la figurai schizzare per le strade nell'aria ubriacante del mattino, non era proprio il colore ideale, ma fra tutti i ragazzi del mondo, probabilmente, solo io avrei avuto un'intera bici, da capo a piedi, tutta d'oro metallizzato.
















« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 1 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »

I testi, le immagini o i video pubblicati in questa pagina, laddove non facciano parte dei contenuti o del layout grafico gestiti direttamente da LaRecherche.it, sono da considerarsi pubblicati direttamente dall'autore Stefano Saccinto, dunque senza un filtro diretto della Redazione, che comunque esercita un controllo, ma qualcosa può sfuggire, pertanto, qualora si ravvisassero attribuzioni non corrette di Opere o violazioni del diritto d'autore si invita a contattare direttamente la Redazione a questa e-mail: redazione@larecherche.it, indicando chiaramente la questione e riportando il collegamento a questa medesima pagina. Si ringrazia pe la collaborazione.

 

Di seguito trovi le ultime pubblicazioni dell'autore in questa sezione (max 10)
[se vuoi leggere di più vai alla pagina personale dell'autore »]

Stefano Saccinto, nella sezione Narrativa, ha pubblicato anche:

:: Cose da bambini (Pubblicato il 18/04/2013 10:04:45 - visite: 1129) »

:: Roba ai bordi della città (Pubblicato il 25/03/2013 17:03:39 - visite: 822) »

:: Volevo ricordare (Pubblicato il 09/06/2012 13:37:58 - visite: 925) »

:: Echi, 1 (Pubblicato il 05/03/2012 19:54:26 - visite: 900) »

:: Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte30 (Pubblicato il 08/12/2011 01:39:35 - visite: 959) »

:: Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte28 (Pubblicato il 06/12/2011 11:10:23 - visite: 761) »

:: Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte27 (Pubblicato il 05/12/2011 10:21:20 - visite: 971) »

:: Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte26 (Pubblicato il 04/12/2011 11:00:19 - visite: 951) »

:: Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte25 (Pubblicato il 03/12/2011 11:17:06 - visite: 739) »

:: Riflessioni di uno scrittore con le scarpe rotte24 (Pubblicato il 02/12/2011 09:08:27 - visite: 827) »