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Misure di polizia marittima internazionale

Argomento: Giurisprudenza

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 12/07/2018 13:28:10

Misure di polizia marittima internazionale.

 

Secondo la formula antica, spesso ripetuta anche in occasione delle più recenti conferenze internazionali, il pirata viene definito come «nemico del genere umano», hostis generis humani. Ciò, in precedenza, aveva per premessa la «general hostility» del pirata, inquantoché le sue intenzioni predatirci si rivolgono indifferentemente contro ogni Stato; ragion per cui ogni Stato era tenuto a combatterlo e a metterlo in condizioni di non più nuocere. «La solidarietà del nemico – dice a tale proposito Karl Binding – deve far sorgere la solidarietà della resistenza».

Secondo le vedute “classiche” del diritto internazionale continentale, un tratto essenziale per il concetto di pirateria era costituito dal fatto che esso si librava nello spazio vuoto di una astatalità, di una realtà estranea allo Stato. Da tale punto di vista è stata elaborata tutta una serie di categorie distintive. Non solo fu considerato il fatto che il teatro della pirateria è il mare libero, come dominio extrastatale sul quale non grava alcun diritto politico di sovranità. Apparve essenziale anche il fatto che il pirata, sia come premessa, ovvero come conseguenza della sua azione, era «snazionalizzato» e quindi, anche senza essere privo di patria («apolide»), purtuttavia non poteva venir considerato come membro di qualsiasi Stato. Inoltre la sua azione, per principio, non doveva considerarsi diretta contro un dato Stato, ma eventualmente, era tale da esercitarsi contro tutti gli Stati; e il motivo essendo la volontà privata di preda, si parlò di un animus furtandi; e così via.

L'azione contro i pirati è perciò in egual misura apolitica. Essa non è una guerra, bensì un'azione punitiva di giustizia (secondo la veduta inglese), ovvero un'operazione di polizia marittima internazionale (secondo la teoria giuridica continentale).

In tutta questa dottrina, così ricca di controversie circa la pirateria, si ha un miscuglio di elementi concettuali antichi, medioevali e moderni e si corre il pericolo di nascondere la realtà oggettiva della situazione odierna sotto formule, che fuorviano, e sotto residui ideologici.

Non si tratta, qui, della pirateria dell'antichità o del medioevo, bensì di ciò che accade oggi, e nel Mediterraneo. Dato il carattere effettivo del mondo politico contemporaneo, ogni concezione essenzialmente extrastatale e apolitica della pirateria diviene subito problematica. Soprattutto chi ha bene in vista la situazione politica e statale dell'attuale Mediterraneo deve subito domandarsi dove mai il ladro di mare apolitico possa trovare quello spazio vuoto giuridico di una assoluta extrastatalità, nel quale possa esercitare il suo mestiere. «Stati di predatori» e «saraceni», per fortuna, non ne esistono più già da due secoli: dopo la conquista di Algeri, essi sono scomparsi dalla storia. Quanto ai partiti rivoluzionari, essi non possono essere considerati pirati per il loro carattere politico. La tecnica moderna del traffico marittimo dei mezzi di offesa ha, è vero, creato nuove possibilità di attacco in alto mare, ma, in pari tempo, al luogo delle formazioni poco articolabili di tipo feudale-corporativo sono subentrate le organizzazioni fortemente centralizzate dello Stato moderno, le cui possibilità di controllo sono enormemente aumentate. Basta confrontare i mezzi tecnici di controllo di cui dispone una polizia moderna con quelli del XVIII, XIX e dello stesso XX secolo per rendersi conto di ciò di cui qui si tratta. Già per via di tali mezzi tecnici lo Stato moderno appare sempre più conchiuso e, in tal senso, sempre più «totale»: in corrispondenza, lo spazio vuoto della extrastatalità, richiesto dal vecchio concetto di pirateria, si fa sempre più piccolo ed insignificante.

 

© Paolo Melandri (12. 7. 2018)


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