Sostieni il nostro comune progetto: diventa Socio e/o fai una donazione
:: Pagina iniziale | Autenticati | Registrati | Tutti gli autori | Biografie | Ricerca | Altri siti ::  :: Chi siamo | Contatti ::
:: Poesia | Aforismi | Prosa/Narrativa | Pensieri | Articoli | Saggi | Eventi | Autori proposti | Video proposti | 4 mani  :: Posta ::
:: Poesia della settimana | Recensioni | Interviste | Libri liberi [eBook] | I libri vagabondi [book crossing] ::  :: Commenti dei lettori ::
Premio letterario "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" - V edizione (2019)
PUBBLICATA LA CLASSIFICA FINALE | e-book del Premio | Interviste ai vincitori
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Sei nella sezione Prosa/Narrativa
gli ultimi 15 titoli pubblicati in questa sezione
gestisci le tue pubblicazioni »

Pagina aperta 915 volte, esclusa la tua visita
Ultima visita il Mon Apr 22 06:08:48 UTC+0200 2019
Moderatore »
se ti autentichi puoi inserire un segnalibro in questa pagina

’Dans ce temps là’ - Conversazioni con Proust

di Giorgio Mancinelli
[ biografia | pagina personale | scrivi all'autore ]


[ Raccogli tutti i testi in prosa dell'autore in una sola pagina ]

« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »




Pubblicato il 03/09/2014 07:29:30




‘DANS CE TEMPS-LÀ...’ - Conversazioni con Proust

(tratto da 'Antologia Proust 2012: Da Illiers a Cabourg, l'impronta di Proust nel cuore della Francia').

«Un desiderio, se mi è permesso di esprimere un desiderio, e vorrei poter..» – stava dicendo il giovane Marcel a sua nonna mentre salivano sul treno che da Parigi l’avrebbe portati a Cabourg nella Bassa Normandia, l’elegante Stazione Balneare frequentata, a quel tempo, dal 'bel mondo', e dove insieme avrebbero trascorso la villeggiatura. Ed era quello un 'viaggio' assai atteso da Marcel non tanto, o almeno non solo, per l’esposizione al sole o i bagni di mare dai quali avrebbe trovato giovamento la sua salute, quanto per la possibilità di intraprendere escursioni lungo le spiagge bianche e le scogliere a picco sul mare, dove, solitamente, si abbandonava a comporre quella 'mitologia solare e marina', che gli consentiva la sua lucida fantasia.
«Messieurs s'il vous plaît en voiture, cinq minutes au départ!» – avvisava il Capotreno, che già Marcel prendeva posto accanto al finestrino con quella verve che hanno i ragazzi davanti alla possibilità di osservare quello che alla sua età poteva sembrargli semplicemente 'meraviglioso'. E lo era davvero se, ripercorrendo le tappe de La Recherche, il ricordo si sofferma spesso alle 'giornate in automobile' in compagnia di Alfred Agostinelli «adorato» dal Proust più maturo, che orientava la luce dei fari dell’automobile per consentirgli di notte di ammirare le sculture del portico della Cattedrale gotica di Lisieux, le cuspidi dei Castelli, e quel che restava dell’antico villaggio di pescatori a Trouville.
Tuttavia, quel giorno, Marcel, guardando oltre il finestrino del treno che lasciava la stazione ebbe un sussulto premonitore. Sentì di doversi confrontare con una diversa percezione di sé, e pensò di riorganizzare la propria esistenza in funzione di questa nuova possibilità che gli si offriva – si disse, tornando con la mente alla propria istintiva felicità. Sebbene, solo adesso arrivava a comprendere, che una volta giunto a destinazione, il confronto col presente avrebbe rappresentato per lui una nuova minaccia: addio ai giochi sulla spiaggia, la contemplazione dei tramonti, i divertimenti nelle sere tiepide e quel cattivo tempo che, immancabilmente, avrebbe annunciato la fine dell'estate, il momento del ritorno in città, quando si riparte: «...non tutti insieme, come le rondini, ma nella stessa settimana». E con quel pizzico di quella nostalgia in più che lo distingueva, e che in seguito gli avrebbe permesso di 'associare persone e luoghi ai propri stati d'animo, ricavandone il paesaggio interiore degli impressionisti che, proprio in Normandia, nelle conversazioni con il pittore Elstir, in seguito, avrebbe imparato ad amare'.
«Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi» – si disse, sforzando lo sguardo davanti a quel paesaggio 'irrazionale' che abita la profondità dell’anima, da cui si diparte, in un dialogo ininterrotto, la ragione del crescere e la follia della maturità che l’avrebbe portato a fare della propria vita, un modello interpretativo e speculare di se stesso. In quella che sarà poi la sua 'ricerca interiore', nei cospicui tomi che andranno a formare: 'A la Recherche du temps perdu'. Un 'paesaggio dell’anima' dunque, cui farà riferimento ogni qualvolta la malinconia lo travolgerà: «...tutta colpa dello spleen che a Parigi si destreggiava da una generazione all’altra colpendo le anime sensibili di chi più l’amava» – pensò assorto.
'Grandi folle silenziose si vedevano guardare la vita fluire nelle strade' – scriveva appena all’inizio del secolo Emile Zola parlando dei nuovi locali che ospitavano l’allora giovane 'pléiade' di artisti che facevano vibrare di vita le strade di Parigi – rammentò Marcel, nella superflua considerazione che forse un tempo, i cosiddetti bohémien erano più 'silenziosi', mentre i nuovi giovani erano certamente 'tumultuosi' e senza dubbio meno artisti. Del resto, come pure era stato per lui, così era per la gran parte dell’umanità che lo circondava, ancorata a quel midi - monde che si muoveva apparentemente felice lungo – '..la sterminata, ampia fascia grigia dei marciapiedi, con le loro panchine, le colorate colonne degli affissi e gli alberi radi'.
E com’era legata a Parigi tutta quella – '...folla di persone che si affrettava sui marciapiedi con il rumore delle loro suole e del loro vocio, della loro gioia pura, sconfinata, con un senso di perfezione della vita di strada'– che così attentamente aveva descritto Zola, nel volgere il suo sguardo oltre la fitta schiera di abbienti, a quei meno facoltosi bohémien che mai avrebbero raggiunto la notorietà del successo, e che pure contribuivano a fare dei Café i luoghi di ritrovo per eccellenza, considerati dall’élite del momento: 'I fari delle notti parigine'.
«Chissà se almeno loro, qualche volta si erano sentiti felici?» – si chiedeva allora Marcel, provando un certo rammarico per la futilità della vita, per quella felicità che adesso provava dentro di sé, timoroso che avrebbe potuto abbandonarlo, così come sempre accadeva col ridestarsi dei ricordi. Non era stato tuttavia un pensiero casuale il suo, la riflessione era maturata nella consapevolezza di un accadimento che sentiva vicinissimo e tuttavia inconsistente, fatto della stessa consistenza dei sogni, vago come lo erano i sogni. Ma prima che gli accadesse di mettersi a piangere per l’emozione, la nonna aveva tirato fuori alcune madeleinette dal sacchettino da viaggio ricamato all’uncinetto, e gliele aveva offerte con l’amore che la distingueva, quasi fossero stati baci sulle guance arrossate del ragazzo. «Toccherà mai la superficie della mia piena coscienza quel ricordo?» – si chiese, rivolgendo a se stesso la domanda che successivamente il Proust scrittore, in ben altra occasione, avrebbe fatto rivolgere allo sconsolato Swann. E con quanta malinconica gioia il ragazzo di allora aveva risposto: «beaucoup de grâces chérie grand-mère».
«Ora quel mutamento era la sua ferita profonda, segreta, che gli doleva di giorno e di notte, e non appena sentiva che i suoi pensieri vi andavano un po’ troppo vicino, vivamente li dirigeva da un’altra parte, nel timore di doverne poi soffrire'». Soffrire, già! - «..aveva mai amato, sapeva a cosa sarebbe andato incontro?» – si era chiesto, ricavandone un piacere sottile che impreziosiva l’oscurità improvvisa di un tunnel, rendendo la sofferenza ancora più grande e più visibile ai suoi occhi, allorquando, ad ogni attraversamento, il treno varcava la linea sottile che separava l’oscurità dalla luce, e ogni nuovo paesaggio gli appariva più bello a vedersi e terribilmente spaventoso da dover vivere. Non ricordava di aver mai provato un piacere così seducente. Come se qualcosa d’intimo e profondo infiammasse la sua eccitazione, al solo scopo di farlo sentire vivo, quasi il prezioso riflesso di quella propensione fisica, che pure era rimasta a lui intimamente nascosta, e che mai come adesso, diventava il suo unico desiderio, come una forza che segretamente s’impossessava di lui.
Un altro tunnel e l’improvviso buio, lo fece trasalire. Chiuse gli occhi, nel timore che tutto ciò potesse avere fine... «Fin dove gli sarebbe stato possibile penetrare quel mondo di naturati e raffinati equilibri che era la vita, come spiegarsi che una giornata così piena di luce poteva dirsi conclusa senza preannunci né d’alba breve, né di timida aurora?» – si chiese, sentendosi improvvisamente circondato dal buio. E quando li riaperse, si accorse che la luce del giorno disegnava un paesaggio diverso, completamente cambiato: «Potrebbe dirsi che una profonda ferita sia qui inferta allo spirito vago che dalla terra sembra prendere forma – quasi che il suo levarsi sia condizionato da un volere supremo. Strano come tutto sia lasciato alla monocromia, al colore rosso della terra che a tratti si addensa come fosse sangue coagulato. Chissà mai perché si sia voluto infliggere una tale lacerazione alla natura già assoggettata nella morsa d’una stagione morta, votandosi a un destino preminentemente tragico, alla scelta del disordine, al caos? Perché mai, se proprio l’eccessivo disordine, al dunque, l’aveva già condannata, perché..?» – rifletté, approfondendo qualcosa che forse lo investiva intimamente, risalendo dalla segreta notte dei suoi pensieri.
'Scrivendo dei sogni, prendere nota del mondo in cui crea la mente sognante' – avrebbe scritto Jean Starobinsky molti anni dopo, nel suo preziosissimo 'Ritratto dell’artista da saltimbanco', ed era quello un suggerimento scritto sul filo di penna che ha 'fatto il giro', nel senso che ha circolato nei migliori ambienti della società, se non altro perché la frase vuole ricordarci che i 'sogni' vanno trattati con i guanti bianchi, che è bene non dimenticarlo. Soprattutto quei sogni che come 'paesaggi' attraversano fugaci la nostra mente – e che, come allora, devono esser passati davanti agli occhi del ragazzo Marcel, attraverso la cornice del finestrino del treno che proseguiva lentamente verso la lontana Balbec. Balbec? Quando mai lui era stato a Balbec? In quella lontana Syria che gli opuscoli e una certa propaganda pionieristica lasciavano immaginare come 'luogo dei sogni', foss’anche proibiti, appunto. Erano quelli gli anni in cui 'Le Mille e Una Notte' appena tradotto in francese imperversava nelle biblioteche private e sui comodini degli scapoli a oltranza, e chissà che il giovane Marcel non l’avesse letto, o almeno sbirciato qua e là, nelle sue escursioni letterarie.
«Il primo bacio?», un ricordo che, in un viaggio avvenuto successivamente, dopo la scomparsa della nonna, Marcel ricordava, gli aveva procurato una tale amorevole sensazione che nulla glielo avrebbe mai più fatto dimenticare. Avvenne che in quel momento, in treno, si udirono delle voci allegre venire dal corridoio antistante. Erano quelle di due giovani che si rincorrevano, quando, a un tratto Marcel, si affacciò dallo scompartimento, e vide che i due si trovavano, si abbracciavano e si baciavano furtivi. «Non sono forse meritevole di un bacio?» – si chiese, facendo gli occhi languidi nel riverbero specchiato del finestrino che gli restituiva la propria immagine sfocata, e null’altro gli sembrò avesse importanza in quel momento, se non l’intensità della propria 'narcisistica' reazione emotiva. A distanza di anni, in occasione di un altro viaggio che l’avrebbe portato a Balbec, il ricordo del suo primo bacio ricevuto sul lungosenna – «..una di quelle cose che non si dimenticano più» – si disse, tornando con la mente al turbamento che l’aveva colpito – lo fece sorridere ancora.
«Oh Parigi, è pur sempre Parigi!» – esclamò quasi divertito, con un leggero sorriso sulle labbra che gli illuminava il viso. In fondo, era proprio ciò che più lo affascinava, gli esseri umani, con le loro debolezze, la loro infelicità, ma anche con la loro gioia, con quella loro infinita saggezza che Marcel, ormai divenuto adulto, coglieva dovunque, nelle espressioni verbali usate dalla gente, in cui pure intravedeva la premessa di un qualche appagamento. Ai suoi occhi, anche i cosiddetti svantaggiati e i diseredati si rivelavano per la loro intima natura bohemien, quasi la ‘società’ altro non fosse che – «..il palcoscenico di tutti i desideri, un transito per l’al di là, per misurare l’intensità della luce che ci abbaglia e la profondità del buio che ci avvolge. Non c’è niente di più perfetto che il mero esistere» – disse, certo che non vi fosse null’altro oltre il “silenzio” della morte, anticipando mentalmente tutto quello che nel silenzio era contenuto.
Del resto era anche quanto, lo stesso Debussy diceva del suo fare musica: «..preferirò sempre un argomento nel quale l’azione sia sacrificata al sentimento, mettendo in certo qual modo in mostra una latente edonistica tendenza al piacere?» – pensò Marcel, predisponendo i sensi a udire il superfluo, partecipe la sua inconfutabile facoltà di ricordare che ne accelerava il consenso. All’improvviso sembrò comprendere che i suoni, e quelle voci che pure erano contenute nel silenzio, provenivano dal lontano imperscrutabile della sua incoscienza – «..un mondo estremo in cui si sarebbe infine perduto, ne era più che mai certo, e che allo stesso modo doveva essere accaduto alla musica di Debussy, quando si era avvicinata a certa poesia e alle raffinate immagini del simbolismo pittorico, che l’avevano sottratta a ogni suo divenire, per attirarla nella loro enigmatica ambiguità» – pensò, pur considerando quella, nulla di più di una teoria letteraria affermatasi, a suo tempo, fra i musicisti e i pittori parigini, e che riconduceva la musique alla peinture e alla poesia.
Si rammentò che lo stesso Debussy rivolgendosi al suo editore, aveva affermato – «..sceglierei un poeta che accennasse semplicemente alle cose e mi permettesse di innestare il mio pensiero sul suo» – e non a caso le sue scelte musicali erano poi cadute proprio sui componimenti di quei poeti che più spesso lo stesso Debussy amava citare, rapportando costantemente la sua musica all’accompagnamento dei loro versi. Forse per questo nessun’altra musica gli era mai sembrata quanto mai vicina al suo stato d’animo di quella del suo gradito maestro. Musica in cui continuava a cogliere sensazioni preziose ed evanescenti, aromi profumati d’Oriente, riflessi di luce ed ebbrezze sottili, analogamente a quelle prodotte dall’alchimia letteraria di Rimbaud, o dalle armonie pittoriche di Monet, avvolte com’erano, in nobili e cangianti atmosfere – «..in cui ogni accordo, ogni verso, addirittura ogni singola pennellata, aveva valore per se stessa e soltanto per le sonorità e la 'luminosità' che riusciva a creare». 'È ben questo l’unico mondo a cui vorrei appartenere..' – aveva aggiunto infine Debussy, ben sapendo che l’arrivarci rasentava talvolta l’impossibile.
Nel frattempo qualcosa però era cambiata. Mai come allora certi poeti gli erano parsi un pretesto da poter sorvolare per qualcos’altro, e che solo vagamente poteva identificarsi con loro, se non per quel fare talvolta un gioco, diventato di moda, in cui si abbinava brani di poesia all’armoniosa combinazione dei colori. Quello stesso gioco che, a suo tempo, aveva fatto Arthur Rimbaud, nell’attribuire alle vocali un nuovo significato poetico : – 'A noir, E blanc, I rouge, O bleu, U vert – Je réglai la forme et le mouvement de chaque consonne, et, avec des rythmes instinctifs, je me flattai d’inventer un verbe poétique accessible, un jour ou l’autre, à tous les sens. Je réservais la traduction'. Analoghe potevano considerarsi le affinità pittoriche e letterarie, dell’ 'Alchimie du verbe', a suo tempo teorizzata da Rimbaud il quale, a sua volta, teneva aperta la porta alla poesia raffinatamente suggestiva, propria dei ‘Simbolisti’.
Quant’era capitato anche a Mallarmé, un poeta che in assoluto era influenzato non poco dal ritmo musicale e dalla reciproca relazione delle parole, cui si doveva il concetto di 'simbolismo'. «Credo ci sia una quasi anormale bramosia di sensualità di suono, come pure di sensualità di colore in ogni opera d’arte» – aveva commentato Marcel, con precisa allusione a una sorta di celata metafisica che affiancava i musicisti agli scrittori, così come a quegli edonisti di cui, l’ormai divenuto Proust, poteva dirsi di appartenere. Con riferimento specifico al più eccentrico di tutti, Eric Satie, al quale si doveva l’aver indicato, in astratto per la musica, la possibilità di mettere in atto la stessa tecnica 'impressionistica' di certi pittori: – 'Perché non usare i mezzi che gli stessi Monet, Cézanne, Toulose-Lautrec ed altri ci hanno fatto conoscere? Perché non adattare quegli stessi mezzi alla musica? Niente di più semplice...' – si era risposto infine il già celebre musicista, lasciando il resto alla pura intuizione.
«Perdù, tutti quanti!» – aveva aggiunto un reporter, che aveva aderito a quel clima poetico 'raffinato e decadente' creatosi a Parigi, e ormai prerogativa degli studenti delle facoltà d’Arte e di Lettere, sull’onda del rinnovato interesse per la Recherche proustiana, e per tutta la sfilza di quei poeti “maudit” ch’erano messi al bando dalla cultura ufficiale. Che altro – «..avrebbero potuto dire un Verlaine, un Rimbaud, o lo stesso Baudelaire, che noi tutti non avessimo già provato sulla nostra pelle?» – si era poi chiesto Marcel, consapevole del fatto che una cosa era la 'douceur de vivre nell’intenzione bohémien' e ben altra cosa, era trovarvi una sorta d’idealistica corrispondenza. Ovvero, 'perdersi' sulla scia di artisti, poeti e scrittori votati alla 'purezza' dei sensi, molti dei quali avevano poi smarrita la propria identità nelle fumerie d’oppio, o erano morti di tisi, o si erano ridotti alla fame e avevano incrementato le fila dei cosiddetti – '..clochard che appestavano Parigi' – come si diceva in certi ambienti della bonne société.
Accadde a Marcel di assopirsi pian piano in un dormiveglia meraviglioso in cui l’impulso del desiderio, rimasto fino a quel momento a livello inconscio, ritrovava una sua esatta corrispondenza con la natura esclusivamente conservatrice dei suoi istinti. Letterari? Non solo. Al suo risveglio, notò che le grigie nuvole che aveva appena lasciato, si erano colorate di bianco nell’azzurro del cielo. Si sorprese nel vedere come quelle stesse nuvole che aveva guardato distratto durante tutta la mattinata adesso, di fatto, avevano invaso l’intero vano dello scompartimento, e per un momento temette che il soffio del vento potesse portargliele via, allontanarle per sempre dalla tela incorniciata del finestrino. Si rammentò che, in altre occasioni, le aveva viste scomparire lontano, oltre le colline che diradavano nella valle, e che le aveva inseguite con lo sguardo, man mano che il treno, in un preludio di lenti sospiri, si appropinquava verso Cabourg.
Così, capitava che a volte, le nuvole, quando più erano cariche d’umidità, si posassero stanche, come un 'adagio', sopra i campi e i frutteti che si stendevano in macchie argentate sul paesaggio, per poi colorarsi di sfumature viola e d’oro verso il tramonto, in un 'andante grave e minaccioso', che sollevava l’odore della terra in una 'sarabanda' ricolma di voci. Una che di festoso pari alla gioia per l’arrivo della primavera. Era allora che i contadini del luogo levavano lo sguardo in preghiera verso quel cielo gravido di pioggia e di speranza. Accadeva talvolta che un ‘presto’ richiamasse i bambini briosi prima del temporale estivo, invitandoli alle corse campestri, alle capriole sui prati, a correre dietro le galline, e il premio per chi avesse raccolto il primo uovo, o chi avesse per primo indicato trepidante l’arcobaleno. Era quella una meraviglia che ingrandiva i loro occhi increduli, per cui tutto sarebbe potuto accadere, o forse niente, anche se per loro, di certo, la cosa non avrebbe avuto molta importanza. Le nuvole in fondo, altro non erano che nuvole, in cui i bambini ravvedevano i propri sogni, i propri diavoli bonari, o forse quegli angeli che nella notte temporalesca in arrivo, li avrebbero protetti, tenuti stretti al caldo sotto le coltri amate.
Marcel ricordò altresì, che non l’emozione per l’insieme delle forme e dei toni, le vibrazioni dei colori e l’ordine imposto dalla luce agli spazi, avevano di per sé un valore intrinseco quanto le ombre che a tratti gli oscuravano la vista. Pur nell’armonia delle sfumature che da sempre gli era dato osservare, e di cui spesso sembrava avvolgersi la sua natura di uomo divenuto adulto, erano le ombre a dare profondità ai suoi sogni – una tavolozza di innegabile vigore, dalla cui formazione ogni artista, da sempre, traeva la propria ispirazione. Studiare la tavolozza di un pittore non era mai stato un esercizio facile per nessuno, sia per l’alterità dei colori nel tempo, e l’utilizzo diverso che ognuno faceva di essi; sia per la consistenza, tanto alacremente cercata, della struttura spaziale in cui certamente ogni artista concepiva la propria espressività pittorica.
Notò come i raggi di luce che filtravano attraverso le tendine dello scompartimento e lo illuminarlo a tratti, gli procuravano improvvisi risvegli di spazialità. Quella stessa libertà espressiva suggeritagli dall’osservazione delle nuvole in chissà quale stato emozionale, che pure egli riferiva più a un fatto intellettuale che emotivo, se non addirittura istintivo. E che, con l’avanzamento degli anni, più che mai gli sembrava congeniale, così tanto da fargli amare, quella quasi monocromia in cui il giorno si dibatteva e che, adesso, al contrario, gli sembrava carica di contenuti astratti: «..o chissà, forse di desideri occulti, tenuti volutamente nascosti alla luce con un tocco abile, fugace, che lasciava intravedere i segni di un’indole tenace e verosimilmente beffarda, capace di momenti di contemplazione attonita e di sconvolgimenti interiori – come di fuochi che ardono sotto le ceneri di un vulcano sull’orlo d’esplodere» – si abbandonò col dire, lasciando che le parole occupassero lo spazio lasciato libero dai pensieri.
'Combray, di lontano, a dieci miglia all'interno, veduta dalla ferrovia quando vi arrivavamo nell'ultima settimana prima di Pasqua, era soltanto una chiesa che riassumeva tutta la città, la rappresentava, parlava di lei e per lei alle persone lontane, e, quando ci si avvicinava, teneva stretto intorno al suo ampio manto scuro, in piena campagna, contro vento, come una pastora le sue pecore, il dorso grigio e lanoso delle case aggruppate, intorno alle quali un resto di bastioni medievali segnava qua e là una linea esattamente circolare, come quella di una piccola città nel quadro di un primitivo. (..) Il campanile di Saint-Hilaire lo si riconosceva da lontano, profilarsi nella sua linea indimenticabile all'orizzonte, su cui Combray non appariva ancora; quando, lo si scorgeva balzare alternativamente da un lembo all'altro del cielo, menando in corsa per ogni senso il suo galletto di ferro, ci diceva: - su, prendete le coperte, siamo arrivati' – racconterà Proust successivamente in 'La strada di Swann'.
Il nostro treno, partito molto tempo fa da Parigi, si ferma qui, a Combray dove il giovane Marcel narratore, ormai divenuto Proust, trascorreva le vacanze estive con la famiglia in casa della zia Léonie, come racconterà in 'Il tempo ritrovato':'daltronde, che noi occupiamo un posto in continua crescita nel Tempo, tutti lo sentono, e questa universalità non poteva non rallegrarmi poiché era la verità, la verità sospettata da ciascuno, che io mi sforzavo di chiarire. Non solo tutti sentono che occupiamo un posto nel Tempo, ma questo posto anche i più semplici sono in grado di misurarlo approssimativamente così come misurerebbero quello che occupiamo nello spazio. (..) Spesso ci si sbaglia, certo, in questa valutazione, ma il fatto stesso che si ritenga di poterla fare significa che si concepisce l’età come qualcosa di misurabile. (..) Provavo un senso di stanchezza e di spavento a sentire che tutto quel tempo così lungo non solo era stato senza una sola interruzione, vissuto, pensato, secreto da me, non solo era la mia vita, non solo era me stesso, ma anche che dovevo tenerlo ogni minuto attaccato a me, che mi faceva da sostegno, a me che, appollaiato sulla sua sommità vertiginosa, non potevo muovermi senza spostarlo come potevo invece fare con lui'.
'La data in cui sentivo il rumore della campanella del giardino di Combray, così lontana eppure interiore, era un punto di riferimento in quella dimensione enorme che non sapevo di possedere. Avevo le vertigini vedendo sotto di me, eppure in me, come se la mia altezza fosse di leghe, un tale numero di anni.(..) Allora, pensando a tutti gli avvenimenti che si collocavano per forza di cose fra l’istante in cui li avevo sentiti e il ricevimento Guermantes, mi fece spavento pensare che fosse proprio quella campanella a tintinnare ancora dentro di me, senza ch’io potessi cambiare nulla alle note stridule del suo sonaglio, visto che, non ricordando più bene come spegnessero, per riapprenderlo, per ascoltarlo bene, dovetti sforzarmi di non sentire più il suono delle parole che le maschere si scambiavano attorno a me. Per cercare di sentirlo più da vicino, ero costretto a ridiscendere in me stesso. Quel tintinnio dunque, era sempre stato lì, e così, fra lui e l’istante presente , tutto quel passato indefinitamente trascorso che non sapevo di portare con me'.
'Quando la campanella aveva suonato io esistevo già, e dopo, perché sentissi ancora quel tintinnio, bisognava che non ci fosse stata discontinuità, che nemmeno per un istante avessi cessato, mi fossi preso il riposo di non esistere, di non pensare, di non avere coscienza di me, giacché quell’istante lontano stava ancora in me, potevo ritrovarlo, tornare sino a lui, solo scendendo più profondamente in me. Ed è perché contengono così le ore del passato che i corpi umani possono fare tanto male a chi li ama, perché contengono tanti ricordi di gioie e di desideri già cancellati per loro, ma tanto crudeli per chi li contempla e prolunga nell’ordine del tempo il corpo adorato di cui è geloso, geloso fino a sperarne la distruzione. Infatti dopo la morte il Tempo si ritira dal corpo, e i ricordi – così indifferenti, così sbiaditi – sono cancellati da colui che ancora torturano, ma nel quale finiranno col perire quando il desiderio di un corpo vivo smetterà di alimentarli'.
'Adesso capivo perché ... (Era per questo che il volto degli uomini d’una certa età era così impossibile confonderlo, anche per gli occhi dei più ignari, con quello di un giovane, e non appariva che attraverso una sorta di nuvola di serietà). Mi spaventava che i miei fossero già così alti sotto i miei passi, mi sembrava che non avrei avuto ancora a lungo la forza di tenere attaccato a me quel passato che scendeva già a tale lontananza. Se mi fosse stata lasciata, quella forza, per il tempo sufficiente a compiere la mia opera, non avrei dunque mancato di descrivervi innanzitutto gli uomini, a costo di farli sembrare mostruosi, come esseri che occupano un posto così considerevole accanto a quello così angusto che è riservato loro nello spazio, un posto, al contrario, prolungato a dismisura poiché toccano simultaneamente, come giganti immersi negli anni, periodi vissuti da loro a tanta distanza e fra cui tanti giorni si sono depositati – nel Tempo'.
«Un desiderio, se mi è permesso di esprimere un desiderio, e vorrei poter..» – stava appena dicendo, quando venne interrotto dal capostazione che, con fare declamatorio annunciava ai passeggeri l’arrivo a destinazione. «Gare de Balbec, messieurs on descend, le train repart pour Paris à sept heures trente de demain!» – ma non cercatela, perché raccontare Balbec significa parlare di un luogo dell’immaginario proustiano.

Note su Illiers – Cabourg – Combray - Balbec: Marcel Proust frequenta Cabourg, un antico villaggio di pescatori sulle coste della Bassa Normandia, luogo - come scrive Thierry Laget - in cui Proust compone 'una mitologia solare e marina', famosa per la sua bellissima cattedrale gotica e la suggestiva ed elegante 'passeggiata' che costeggia la spiaggia: il Boulevard des Anglais; il Grand Hotel e il Casinò. A cavallo tra il 1800 e il 1900 è una delle stazioni balneari più in voga e Proust la frequenterà dal 1907 al 1914 facendone il suo abituale luogo di villeggiatura, alloggiando al Grand Hotel. Nella Recherche Cabourg diventa Balbec, centinaia di pagine divise tra 'All'ombra delle fanciulle in fiore' e 'Sodoma e Gomorra'; sulla sua diga avviene il primo incontro con la piccola brigata delle fanciulle in fiore e con Albertine, la sala da pranzo del Grand Hotel viene presentata come un 'immenso e meraviglioso acquario', nei dintorni di Balbec il narratore fa le sue gite in automobile con Albertine, nella sua stanza al Grand Hotel la bacia per la prima volta.
Il trucco narrativo di Marcel Proust può provocare sensazioni meravigliose, anche se viene adottato più modestamente da un cronista o da un viaggiatore, e persino se non si è mai letto niente della Recherche. Proust non inventava nulla. Alcuni critici hanno accostato pagine della Recherche alla cattedrale di Rouen, o meglio, alle 'cattedrali' di Monet. Il risultato sono ricordi, emozioni, melanconie, attimi fuggenti che appartengono - se si ha voglia di ricercarli - alla vita interiore di ciascuno. Ma Balbec-Cabourg non è un paese o un lungomare, bensì un luogo dell' anima, un paesaggio proustiano, fatto d' immagini e del riflesso che queste immagini hanno su emozioni e sul ricordo delle emozioni. E' la luce del cielo, il profumo della campagna, le distese di mare e di frutteti, il passeggio silenzioso sulla riva, in attesa del tramonto. E' il mondo che ha ispirato poeti, scrittori e pittori e che continua a richiamare sognatori e artisti in cerca d' ispirazione. La Balbec di Proust, nonostante la propaganda dell' ufficio del turismo di Cabourg, esiste soltanto nella Recherche, soprattutto nella parte più famosa e più letta, ‘All'ombra delle fanciulle in fiore’, e in ‘Sodoma e Gomorra’.
Certamente centinaia di quelle pagine furono concepite e scritte proprio al Grand Hotel di Cabourg, dove lo scrittore trascorse numerose estati nel primo Novecento, fino alla scoppio della prima guerra mondiale, quando l' albergo venne trasformato in ospedale militare. I recenti restauri hanno ridonato all' edificio lussi e antichi splendori, anche se, come tutti i grandi alberghi del mondo, non disdegna comitive, congressi e gruppi organizzati. La camera di Proust, la 414, al quarto piano, che lo scrittore pretendeva per non essere disturbato dai passi degli ospiti durante le sue lunghe notti insonni, è stata ricostruita, con mobili, letto, suppellettili e tende dell' epoca. Da quella finestra, Proust guardava «il mare calmo, dove i gabbiani sparsi volteggiavano come corolle bianche». «Nessuna camera mi ha mai dato tante sensazioni di atmosfera pulita, naturale, genuina, dove i muri contengono il passato». Negli ultimi anni, sempre più debilitato, scendeva raramente in spiaggia e approfittava ben poco dei piaceri della vacanza, «cosa che dava ancor più il desiderio di ritornarci.»
Proust è nell' aria, nella magia del paesaggio e nella costante rivisitazione di intellettuali e cultori locali che propongono libri, mostre, conferenze. Di Proust, resta un po' la sua epoca e si può cogliere quella sua aspirazione, frustrata dalla malattia, ad una vita sana, all' aria aperta, persino sportiva. Forse per questo, generazioni di lettori continuano a venire qui a ricercarne lo spirito. Lo stesso dicasi di Illiers viene, il più delle volte, indicata con il suo vero nome, nella Recherche Illiers diventa Combray. Il nome, secondo Tadié, deriva dal castello di Combray, a sette chilometri a nord di Lisieux, nella Bassa Normandia. Combray è un paese tutto organizzato attorno alla chiesa di Saint-Hilaire il cui modello principale è la chiesa di Saint Jacques. In realtà, ad Illiers era esistita un'altra chiesa che si chiamava proprio Saint-Hilaire, e che era stata distrutta durante la Rivoluzione. La chiesa di Illiers ha la stessa struttura di quella di Combray, ma quest'ultima è arricchita da molti altri particolari architettonici provenienti da altre chiese.
'Come l'amavo, come l'ho ancora davanti, la nostra chiesa!' esclama il Narratore descrivendo Saint-Hilaire per pagine e pagine in tutti i particolari: il portico, l'abside, gli arazzi, i banchi dei fedeli...'La chiesa! Così familiare!'. Nella casa della zia Léonie sono riunite tre generazioni della famiglia del Narratore. Tutti i personaggi più importanti della RTP sono di Combray, compaiono per la prima volta a Combray o si rivelano in seguito comunque legati in qualche modo – per rapporti di parentela o di amicizia con qualcuno del villaggio – a Combray: la madre, la nonna, la zia Léonie, Françoise, il duca e la duchessa di Guermantes, M.lle Vinteuil, Legrandin e Madame de Cambremer, Swann, Odette (M.me Swann), Gilberte, Charlus, M.me de Villeparisis, Robert de Saint-Loup e la stessa Albertine.




« indietro | stampa | invia ad un amico »
# 0 commenti: Leggi | Commenta » | commenta con il testo a fronte »

 

Di seguito trovi le ultime pubblicazioni dell'autore in questa sezione (max 10)
[se vuoi leggere di più vai alla pagina personale dell'autore »]

Giorgio Mancinelli, nella sezione Narrativa, ha pubblicato anche:

:: ’Lo zoo di vetro’ al Teatro del Giullare - Salerno (Pubblicato il 08/04/2018 22:30:27 - visite: 265) »

:: Storie di Natale Tortino per le Feste (Pubblicato il 18/12/2017 08:23:26 - visite: 342) »

:: La casa di fronte. (Pubblicato il 31/05/2017 07:44:29 - visite: 547) »

:: Express de Paris à Venise – avec au bord Marcel Proust (Pubblicato il 25/02/2017 13:11:37 - visite: 592) »

:: La notte dei lupi ’a N. Tolstòj’ (Pubblicato il 22/12/2016 06:41:01 - visite: 459) »

:: Osho: Book of Wisdom (Pubblicato il 21/10/2016 18:01:43 - visite: 429) »

:: Mawlānā Jalāl al-dīn Rūmī (Pubblicato il 07/10/2016 08:41:06 - visite: 468) »

:: Aliens and Dragons (Pubblicato il 06/10/2016 08:38:00 - visite: 532) »

:: Uccellagioni ..insoliti connubi. (Pubblicato il 10/03/2016 17:50:09 - visite: 631) »

:: ’The Night Train’ - ... l’incognita dell’ora (Pubblicato il 22/09/2015 02:34:56 - visite: 678) »