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sviluppo dello studio linguistico

Argomento: Filosofia/Scienza

di Fabiana.Scapola
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Pubblicato il 08/10/2019 13:41:07

 

Sviluppo dello studio linguistico

 

Abbiamo accennato ad alcune applicazioni che in realtà sono nate “per caso” la nostra finalità progettuale è legata a trovare l’algoritmo che permetta il passaggio da un linguaggio ad un altro. La simbolizzazione non prevede obbligatoriamente un contenuto univocamente definito, un simbolo è di per sé un contenitore vuoto dentro cui puoi mettere qualsiasi cosa, puoi collegare ad esso qualsiasi realtà, associarlo ad ogni “ente”.

Quanto sviluppato era necessario per capire la struttura logica del processo, coglierla nei suoi snodi e passaggi, in sintesi per “visualizzarla”. Essendo il nostro un approccio fenomenologico la “visualizzazione” è un passaggio non solo fondamentale ma indispensabile per esperire.

Non è difficile ora passare da Pippo, letto, pantofole, orologio, ciotola crocchette e gatto a “le parti del discorso” ossia i componenti della struttura sintattica. Ora i nostri simboli geometrici colorati ospiteranno le parti del discorso.

Il latino aveva un vantaggio, la parte che occupava la parola nel discorso, sintatticamente parlando, era nella parola stessa un po’ come una sigla di sequenza posta nella desinenza o comunque ben incastonata nella parola stessa.

Se la frase cadeva e si rompeva.. la comprensione del senso era assicurato.

La “distinzione” era loro massima premura, anche la sicura attribuzione di un aggettivo alla parola corrispondente con sfumature di elevata accortezza come ad esempio “suo” assumeva un aspetto se si riferiva ad un soggetto un altro se ad un complemento. Anche la consecutio temporum legava un po’ i periodi fra loro, ma comunque restavano fra due virgole che se la frase cade….si perdono…

Nella vignetta noi avevamo sette oggetti, sono convinta che la ridondanza e la ripetitività non dovessero comparire nel riquadro. Alla fine sono scelte espositive che devono rispondere ad alcune esigenze e sacrificarne altre…

La ridondanza e la ripetitività possono essere associati ai pronomi, aggettivi sostantivati, soggetti sott’intesi, nomi propri o apposizioni..quindi che ci sia ci torna utile.

Adesso riferendoci a Del Nero e Iazzoni ne “Il nuovissimo a spron battuto”  a pag. 106 del testo troviamo una prima esemplificazione – schematizzazione delle parti del discorso. Gli autori suddividono l’espressione linguistica in  “Parti variabili e parti invariabili”. Nelle prime inc-ludono: nome –  articolo – aggettivo – pronome – verbo; nelle seconde: avverbio – preposizione – congiunzione – interiezione.

Articolo determinativo (pag.114): il - lo - la - i - gli – le.

Articolo indeterminativo (pag.118): un – uno – una.

Preposizioni semplici: di - a - da - in - con - su - per - tra – fra.

Articoli determinativi e preposizioni semplici danno preposizioni articolate.

Articoli partitivi: alcune – un po’ – delle – dei – degli – del – dello – della. 

Dai --- (forza..)

Dai --- dai miei nonni

Dai --- (voce del verbo dare)

 

 

 

 

 

Non è univoca la corrispondenza di senso e non è biunivoca la corrispondenza  di senso.

Ossia una medesima parola può indicare tre realtà che a loro volta possono essere significate da altre “parole” o anche grafemi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nei vari linguaggi per legare assieme dei termini o per conferirgli “un’attribuzione di significato” esistono connettivi logici, spesso questi sono rappresentati dalle parti “invariabili” del discorso e anche da quelle variabili tipo i pronomi relativi.

Questo per dire che la nostra sequenza è molto semplificativa, prende un’insieme di elementi e singolarmente li sospende in una sorta di epochè come in attesa di attribuzione di senso. Un uomo una ciotola delle crocchette ed un gatto da soli “compresi” nella loro essenza e funzione tracciano un possibile accadimento. La cosa più ovvia se ti dico che in quella stanza con quei quattro elementi accade qualcosa tu pensi che il gatto dia da mangiare a Pippo…. Giusto?

In “automatico” avrai esclamato: Noooo! È Pippo che dà da mangiare al gatto.

Le crocchette “sono” cibo per gatti

La ciotola “è” contenitore per cibo per gatto

Il gatto è un animale che nel suo ciclo biologico si nutre

Pippo è un uomo che non mangia crocchette per gatto.

È scritta nell’essenza delle cose che questa azione necessaria alla vita si deve compiere.

L’alternativa vedrebbe Pippo come torturatore che sadicamente fa vedere al gatto le crocchette nella ciotola ma non gliele dà fino a che non muore. Ma questa sarebbe una non azione un non accadimento.

I quattro elementi collegati assieme hanno solo quella via di uscita “nel corso naturale delle cose”.

Stiamo costruendo progressivamente il nostro personale approccio ai linguaggi ed al loro algoritmo.

In questo preciso momento alla loro espressione di senso. La realtà quando è vera è profondamente comunicativa per sua essenza. Se non rispetti la tua essenza non comunichi nulla se non fai vivere la tua essenza ti neghi te stesso, la tua vita, il tuo essere. Questo per ribadire che la via che noi seguiamo è quella tracciata da Zipf e Mandelbrot che non si discostano dalla realtà delle cose.

Abbiamo le parti del discorso, abbiamo i contenitori e abbiamo intuito che essi si compongono “da soli” come amminoacidi in proteina a dar vita ad una formula espressiva.

Prima di applicare le funzioni esistenti, come sempre, percorriamo la nostra via.

Un conto è generare dei linguaggi ed un altro è studiare gli esistenti. Kissinger parlando dei Cinesi dice che è un popolo che “sembra essere stato sempre così” e ha studiato il loro “pensiero” pensiero e linguaggio coincidono quindi cercherei nella sintassi cinese il modello di partenza per questi studi.

In effetti una delle prime cose che “torna” è che loro si esprimono per ideogrammi.

Molto vicino a ciò che sta gradualmente comparendo alla nostra vista (fenomenologicamente).

Noi non vogliamo scrivere un nuovo linguaggio ma “scoprire” quello intessuto nel creato. Come direbbe un giapponese di una volta, fermati e ascolta saranno le cose a parlarti.. in effetti molte tecniche cercano di metterti in contatto con questa sorta di panta rei profondo, di dialogo delle cose, chi la chiama voce di Dio ed i monoteisti ci sono da maestri, chi spirito del “creato” e su questo i Buddisti del grande Carro e del piccolo Carro sanno dirci molto così come gli animisti o gli induisti. Poco può chi è finito in un flusso coscienziale impasto di umano e spirituale di vario grado che tenta di scrivere e non di scoprire.

Chi ha letto i miei libri lo sa così come lo sa chi segue i miei post, ho studiato e sostenuto in via informale colloqui sull’approccio fenomenologico alla giuridicità e mi è stato dato da conoscere la fenomenologia del diritto. Ho sostenuto corsi al Laterano e letto Libri di uno dei massimi esponenti in tale ambito Angela Ales Bello e sono rimasta molto colpita dal metodo essendo un po’ figlia di Edith Stain. In realtà anche la geologia ti obbliga a questo. Devi dar voce a cose mute che puoi solo guardare in quel po’ che affiorano, indiscutibilmente c’è poesia.

La Babele delle lingue, da uno molti…tentavano di raggiungere il cielo..da molti tracce di ricordo di quell’uno….

 Se consideriamo i “moduli” (le nostre figure geometriche) distinti vediamo che la loro distribuzione può assumere, se sette, 5040 forme. Se sette fossero le parti del discorso necessarie tanti sarebbero gli idiomi, le strutture sintattiche possibili. Quella torre ha sgretolato il linguaggio e ciascuno l’ha ricomposto a modo proprio[1]. “Confondiamo”. Mescoliamo assieme e sciogliamo “fondiamo con”.

Il percorso fatto da Zipf e Mandelbrot è “ricostruire” questo linguaggio originario unico che esprime e significa, perché le ha create, tutte le cose. Tanto è vero che Mandelbrot[2] previde il crollo economico ponendolo alcuni anni prima che esso ci fu annunciato, se non erro il 2008.

Già loro hanno scelto il numero di moduli in cui far rientrare il linguaggio tutto.

Personalmente farei un codice binario nome e verbo e sano o guasto.

Prima considerazione il verbo nel nostro percorso non compare quindi resterebbe solo il nome[3].

Tutto il visibile, a cui non vogliono più dar credito, è un “nome” gli ebrei non hanno un nome per dire “corpo di carne” c’è sarx e basar perché è la persona, il soggetto per eccellenza diremmo noi (anche “sub jectum”? - sintassi).

C’è il nome che racchiude il tutto visibile.

C’è l’aggettivo segno dell’imperfezione cognitiva e della caducità umana.

C’è il tempo e lo spazio avverbio[4].

La causa e l’effetto …il prodotto… “unico modulo” (Dalla Causa..complemento..all’effetto…nuovo nome….)

Non visibile – sentimento – stato d’animo – capacità – potenza dell’anima – idea –

Tabula rasa e mondo delle idee.

 

Tolto il verbo di moduli me ne risultano 5.

Anche il racconto di un fatto si compone di cinque parti: Quando – dove – cosa – perché - chi

I nostri autori ne indicavano cinque anch’essi:

 

1)      nome

2)      articolo

3)      aggettivo

4)      pronome

5)      verbo

 

fra i termini variabili mentre negli invariabili ne inserivano altri e quattro: avverbio – preposizione – congiunzione – interiezione

tralasciamo l’incasellamento che potrebbe portare anche i nove a cinque limitiamoci ad elencare i nostri cinque

 

1)      causa ed effetto

2)      nomi visibili

3)      nomi non visibili

4)      avverbio

5)      aggettivo

 

che sono stati tratti guardando la realtà per come mi è stato possibile.

Dio disse sia la luce e luce fu (L’Enel protestò)

La causa e l’effetto sono collegati inseparabilmente “quello è il sacramento”.

Comanda e tutto e fatto parla e tutto esiste..

 

Vita e morte

Sano e malato

Dentro e fuori

 

Queste sono le categorie che vedo. Perché o una cosa è ciò che è o non lo è. Se lo è esprime se stessa e le sue proprietà se non lo è non esprime nulla è “guasta o morta”.

Quindi melo sano mi aspetto che sia come deve essere nel suo ciclo nei suoi prodotti nelle sue dimensioni…(età tempo)

Se melo malato non so più cosa aspettarmi di trovare.

Quindi sempre accompagnerei un nome di definizione (sano-malato) nella mia esperienza di sostanzializzazione della cosa.

Cosa che certamente alcuni dei nostri utenti fanno.

Almeno dal suono, dal ritmo dei loro discorsi sembra esserci.

 

Quindi è un semplice segno di accompagnamento alla parola.

 

In tutta questa analisi dialogica i moduli evidenziati sono cinque.

 

A me serve il numero di contenitori necessario per ogni linguaggio. E se colgo bene nella realtà di certo lo trovo.

 

Resta il discorso della distanza semantica.

Quando ho sentito Mandelbrot parlare di una lunghezza in realtà parlava di senso del logaritmo nella distanza intesa come misura rappresentativa delle cifre del logaritmo.

Se si pensa al numero di elementi per rango nasce una distanza ma ciò non toglie che la distanza semantica che io intendo è nello stesso rango e può esistere anche quando esso è costituito da due parole solamente.

Quello che ora mi “preoccupa” è il colmamento linguistico che la distanza semantica necessita.

Cadono nella mia box ruota di carro e microcip l’unica soluzione è che il microcip sia finito sotto la ruota del carro oppure che il carro si informatizzato e automatizzato quindi mosso da un microcip.

Ma se la ruota del carro è di legno pieno posta con il mezzo asse rotto su una pietra il microcip come glielo lego?

La distanza semantica necessita di molte parole di una serie di nessi ed afferenze, uno sviluppo linguistico una ricerca dialogica, il discorso filosofico.

Dei popoli possono accostare nella formulazione della frase i due termini semanticamente più distanti e con essa ricongiungerli una struttura a “cappio” in cui tu tieni i due estremi in mano.

 

In sintesi che percorso abbiamo seguito in questa sezione?

Dall’analogia con il nostro precedente sviluppo con le parti della sintassi siamo riusciti a comprendere come sia possibile con gli elementi del discorso risalire – motivare – visualizzare l’esistenza di tanti idiomi diversi.

Ci siamo soffermati sulle varie parti cercando di cogliere il numero di moduli necessario per la costruzione del linguaggio.

Abbiamo visto come cinque elementi possano essere già sufficienti ma noi cercavamo il numero minimo utile per rispondere alle esigenze costitutive di ogni lingua.  

Abbiamo anche riconosciuto dei punti fermi da cui il nostro lavoro non si discosterà.

La tentazione forte è quella di costruire – scoprire o meglio cogliere il linguaggio unico in cui ciascuno “si ritrovi” mentre stiamo solo cercando un algoritmo.

 

Le parti fondamentali saranno le stesse

Gli annessi variabili

La struttura una delle 5040 se i termini risulteranno sette.

Se cinque (5*4*3*2*1) 120.

 

È un discorso posizionale ma anche espressivo sostanziale.

Abbiamo accennato al cinese e al giapponese che essendo ideogrammi potrebbero offrire il vantaggio di un percorso a meno fasi, entrano dopo ed escono prima nella nostra flow chart processuale.

È utile capire come si costruisce la frase in altra lingua ma è anche il loro pensare che si esprime, l’uomo parla come pensa. Quante volte studiando lingue straniere ci è stato detto non devi tradurre ma pensare in quella lingua pensare come pensa un inglese, un francese o un tedesco.

Dalla struttura si comprende il modo di pensare, lo stile di vita, la “metropolizzazione” e secondo me il clima, la posizione geografica e la geografia fisica dei territori. Anche la disponibilità alimentare. Vedi gli eschimesi.

La frase “oggi è un buon giorno per morire” la traduci il cibo per me non è più sufficiente ed io non sono più in grado di procurarmelo.

Le tradizioni e le abitudini.

Ed è bello che un utente, una persona qualunque dal rapporto sequenziale dei due linguaggi sappia e possa cogliere tanto. Questo richiede sperimentazione.

Secondo me quel vecchio “pastore” che da poco hanno intervistato in tv ha colto questo “stupido algoritmo” come direbbe Mandelbrot, così semplice da essere quasi ridicolo come dicevano essere quelli di Zipf e se così non fosse stato mai mi sarei avventurata in questa storia.

Quel signore autodidatta traduceva da solo un grandissimo numero di lingue e passava dall’una all’altra senza fatica… di certo lui questa formula la sa già.

Non sarebbe stato possibile altrimenti nel tempo di una vita e da solo fare tanto se non avesse avuto la fortuna di vedere di cogliere il nesso fra l’una e l’altra lingua.

 

Questi sono gli avanzamenti dei lavori.

Se qualcuno potrà e vorrà fornirmi recapiti di quel signore gliene sarò grata.

 F. Scapola

 



[1] Uomo dà nome le cose e quello sarà il loro nome.

[2] Distanza e distanza semantica, rango e gerarchia della parola.

[3] Uomo dà nome le cose e quello sarà il loro nome.

[4] Quantità; modo o maniera; affermazione – negazione - dubbio

 

 

 

 


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