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W.H.Auden In time of war

di  

Proposta di Domenico Pelini »

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Pubblicato il 01/06/2017 08:18:10

I.

Così vennero prodigati i doni degli anni; ognuno

Corse via subito con il suo, verso la sua vita:

L'ape si dette alla politica che edifica l'alveare,

Il pesce nuotò come pesce, la pèsca prese la sua forma di pèsca.

Ed ebbero fortuna sin dal primo tentativo;

L'ora della nascita unico loro tempo di scuola,

Furono contenti della loro sapienza precoce,

E conobbero la loro sorte, e furono buoni per sempre.

Quando alla fine arrivò una creatura bambina

Sulla quale gli anni potevano imprimere qualsiasi fattezza,

E farne agevolmente un leopardo o una colomba;

Che dal più lieve vento era mutata e scossa,

E cercava la verità, e si sbagliava sempre,

E invidiava i pochi amici, e sceglieva il suo amore.

 

 

II.

Si chiesero perché il frutto fosse proibito;

Non ne avevano imparato niente di nuovo. Nascosero il loro orgoglio,

Ma non ascoltarono molto quando furono rimproverati:
Sapevano chiaramente che cosa fare altrove.

Partirono: subito il ricordo svanì

Di tutto ciò che avevano appreso; non riuscivano a capire

I cani ora, che prima erano stati sempre di aiuto;

Il ruscello, con il quale avevano sempre fatto progetti, era muto.

Piansero e si bisticciarono: la libertà era così sfrenata,

Davanti, la maturità, a mano a mano che egli saliva,

Si ritraeva come un orizzonte dal bambino;

I pericoli e le punizioni si fecero maggiori;

E la via del ritorno era difesa da angeli

Contro il poeta e il legislatore.

 

 

III.

Soltanto un profumo aveva sentimenti da rivelare,

Soltanto un occhio poteva indicare una direzione;

Anche il parlottare della fontana era solo;
Il canto dell'uccello non significava nulla: era lui a dargli

Un nome mentre gli dava la caccia per cibarsi.

Sentì il valore della sua gola, trovò

Che essa poteva mandare il suo servo nel bosco,

O deliziare la sua sposa con un suono, come con un bacio.

Si moltiplicarono come locuste finché coprirono il verde

E i confini del mondo: ed egli era abietto 

E divenne schiavo della sua stessa creazione;

E tremava d'odio per cose che non aveva mai vedute,

E conobbe l'amore senza il debito oggetto dell'amore,

E fu oppresso come mai era stato

 

 

IV.

Egli prese dimora: e fu prigione della gleba.

Le stagioni stavano come guardie intorno alla sua vita,

Le montagne scelsero la madre dei suoi figli,
E il sole dominò i suoi giorni come una coscienza.

Più avanzati di lui, i giovani cugini della città

Seguivano il loro rapido corso innaturale,

Non credevano in nulla, ma vivevano senza pensieri,

E trattavano gli estranei come un cavallo favorito.

Ed egli mutò poco,

Ma prese il colore della terra,

E crebbe simile alle sue pecore e agli armenti,

Il cittadino lo considerava avaro e primitivo,

Il poeta piangeva, e vedeva in lui la verità,

E l'oppressore lo portava a esempio.

 

 

 

V.

Il suo comportamento generoso fu una nuova invenzione:

Perché la vita era lenta; la terra non voleva saperne d'affannarsi:

Con cavallo e spada attrasse l'attenzione delle ragazze:
Era il Ricco, il Munifico, l'Intrepido.

Ai giovani egli venne come una salvezza:

Avevano bisogno di lui, che li liberasse dalle loro madri.

E si fecero astuti nella lunga migrazione,

E intorno ai fuochi del suo accampamento appresero che tutti gli uomini sono fratelli.

Ma d'un tratto la terra fu soddisfatta: egli non occorreva più.

E divenne il malandato, il demente,

E si dette al bere per tendere i nervi al delitto;

O sedeva in uffici e rubava

E parlava ossequioso di Legge e d'Ordine;

E odiava la vita con tutta l'anima

 

 

 

VI.

Guardava le stelle e studiava gli uccelli in volo;

I fiumi straripavano o cadevano gli Imperi;

Egli faceva predizioni e qualche volta era nel vero;
Le sue profezie fortunate trovavano buona ricompensa.

E s'innamorò della Verità prima di conoscerla,

E cavalcò in terre immaginarie,

Con la solitudine e il digiuno sperò di conquistarla,

E si fece beffe di quelli che la servivano con le loro mani.

Ma egli non volle mai disprezzare,

Ma tendeva sempre l'orecchio per udirne la voce; e quando

Gli faceva cenno, egli obbediva, mite,

E la seguiva, e la guardava negli occhi;

Vi trovava riflessa ogni debolezza umana,

E vedeva se stesso come uno tra molti.

 

 

VII.

Egli era il loro servo- alcuni dicono che fosse cieco-

E si muoveva tra le loro facce e cose;

Il loro sentimento si raccoglieva in lui come vento,
E cantava: essi gridavano: "Quegli che canta è un Dio".

E lo venerarono, e gli fecero un posto a parte,

E lo resero vano, finché egli prese per canto

I piccoli tremiti della sua mente e del cuore

A ogni torto domestico.

I canti non vennero più: doveva costruirli.

Con quale precisione ogni strofe veniva architettata.

Vagheggiava il suo dolore come un tratto di terra,

E camminava come un assassino per la città,

E guardava gli uomini e non gli piacevano,

Ma tremava se uno gli passava vicino aggrottando le ciglia.

 

 

 

VIII.

Fece del suo campo un luogo di raduno,

E coltivò l'occhio tollerante dell'ironia,

E si formò la faccia mobile del cambiavalute,
E scoprì l'idea d'eguaglianza.

E tra gli estranei furono come fratelli per i suoi orologi,

E con le sue cuspidi formò un cielo umano;

Musei stiparono la sua cultura come una scatola,

E la carta tenne d'occhio il suo danaro come una spia.

S'accrebbe così presto, che la sua vita ne fu invasa,

E dimenticò perché un giorno fosse stata creata,

E si raccolse in folle, e fu solo,

E visse lussuosamente e ne fece senza,

E non seppe trovare la terra che aveva pagato,

Né provare amore di cui sapeva ogni cosa.

 

 

IX.

Morirono ed entrarono nella vita reclusa come suore;

Anche i più poveri perdettero qualche cosa: l'oppressione

Non era più un fatto; e i devoti di se stessi
Presero una posizione anche più estrema.

E anche le nature sante e regali vennero

Distribuite tra boschi e oceani,

E toccano ovunque il nostro aperto dolore,

Arie, acque, luoghi, intorno al nostro sesso e alle ragioni;

Sono ciò di cui ci nutriamo nel fare la nostra scelta.

Li riportiamo indietro con promesse di liberarli,

Ma come noi stessi continuamente li tradiamo;

Sentono nella nostra voce il lamento per la loro morte,

Ma sanno che per nostra sapienza potremmo reintegrarli;

Potrebbero ritornare alla libertà; gioirebbero

 

 

 

X.

I più saggi poterono adorarlo, quand'era bambino;

Si sentiva familiare ai loro occhi come le loro mogli:

I più poveri risparmiavano per lui i loro spiccioli,
E màrtiri gli facevano dono della vita.

Ma chi poteva sedere e giocare con lui tutto il giorno?

Gli altri loro bisogni erano urgenti, lavoro e letto;

Vennero costruiti i begli edifici dove

Potevano lasciarlo a farsi venerare e nutrire a dovizia.

Ne fuggì via. Ma erano troppo ciechi per capire

Che andava insieme con loro alla fatica,

E parlava, e cresceva con loro come un eguale.

Quegli edifici divennero centro di timore e cupidigia;

I poveri videro in se stessi la cittadella del tiranno;

I màrtiri il volto perduto del torturatore.

 

 

 

XI.

Guardava in tutta la Sua saggezza dal trono

L'umile ragazzetto che custodiva le pecore,

E mandò una colomba; la colomba ritornò sola:
Al giovane piaceva la musica, ma presto s'addormentò.

Ma Egli aveva divisato tale futuro per il giovane!

Ora il Suo dovere era certamente d'imporsi;

Poiché in seguito sarebbe pervenuto ad amare la verità,

E a dire la sua gratitudine. L'aquila piombò su di lui.

Non valse: la conversazione tediava

Il ragazzo che sbadigliava e fischiettava e faceva le smorfie,

E si svincolava dagli abbracci paterni;

Ma con l'aquila era sempre disposto

Ad andare dove essa proponeva, e venerò,

E apprese da essa i molti modi di uccidere.

 

 

XII.

E l'èra si concluse, e l'ultimo liberatore morì

Nel letto, fatto ozioso e infelice; erano salvi:

Il polpaccio enorme del gigante, ombra improvvisa,
Non si stendeva più a sera sul prato davanti la casa.

Dormirono in pace: sulle paludi qua e là, senza dubbio,

Uno sterile drago si trascinava in attesa d'una morte naturale,

Ma in capo a un anno le péste erano svanite dalla sterpaglia;

Il picchiettio del coboldo sulla montagna s'affievolì e tacque.

Soltanto gli scultori e i poeti erano un po' tristi,

E l'insolente corteggio uscì borbottando dalla casa del mago

E andò altrove. I poteri vinti erano lieti

Di sapersi invisibili e liberi: senza rimorso

Abbatterono i figli che attraversavano loro il cammino,

E violarono le figlie, e fecero impazzire i padri.

 

 

XIII.

Si, lodate: si levi il canto ancora e ancora

Per la vita che fiorisce in un vaso o in una faccia,

Per la pazienza vegetale, la grazia animale;
Alcuni sono stati felici; ci sono stati grandi uomini.

Ma udite il pianto lacerato del mattino, e sappiatene la ragione:

Città e uomini sono caduti; il volere dell'Ingiusto

Non ha mai perduto la sua potenza: ogni prìncipe deve ancora

Usare la Lealmente-Nobile Menzogna unificatrice.

La storia oppone il suo lamento al nostro canto baldanzoso:

Il Buon Luogo non è stato; la nostra stella, riscaldando, ha dato vita

A una razza ricca di promesse che mai ha mostrato il suo valore.

Falso è il nuovo Occidente vivace; e prodigioso, ma in errore,

E' questo popolo passivo, simile a un fiore, che per tanto tempo

Nelle Diciotto Provincie ha edificato la terra.

( nota: le diciotto provincie: la Cina)

 

 

 

XIV.

Si siamo avviati a soffrire, ora; il cielo

Palpita come una fronte febbrile; il dolore è reale;

I riflettori brancolanti rivelano d'un tratto
Le piccole nature che ci faranno piangere:

Noi, che non credemmo mai potessero esistere veramente,

Non lì, dove eravamo. Ci colgono di sorpresa

Come brutti ricordi dimenticati da tempo,

E come una coscienza resistono a tutti i cannoni.

Dietro ogni occhio socievole e amante della sua casa

Accadono i massacri privati:

Tutte le Donne, gli Ebrei, i Ricchi, la Razza Umana.

Le montagne non possono giudicarci quando mentiamo:

Dimoriamo sulla terra; la terra obbedisce

Agli intelligenti e ai malvagi finché muoiono.

 

 

XV:

Macchine li portano attraverso il cielo: sono liberi

E isolati come i più ricchi;

Appartati come sapienti, vedono
Nella città viva solo un bersaglio

Che richiede la loro abilità: mai capiranno che il volare

E' creazione di idee che essi odiano,

Né che le loro macchine si sforzano sempre

Di irrompere entro la vita. Scelsero un destino

Che le isole ove vivono non impose.

Sebbene la terra possa insegnarci il giusto cammino,

In qualunque momento corriamo l'alea

Di sviarci dalla libertà, e divenire

Prigioni come l'ereditiera nel grembo materno,

E inermi come i poveri sono sempre stati.

 

 

 

XVI.

Qui la guerra è semplice come un monumento:

Un telefono parla a un uomo;

Bandiere su una carta affermano che truppe furono spedite;
Un ragazzo porta latte in tazze. C'è un piano

Per uomini vivi che temono per la loro vita,

Che hanno sete alle nove e dovevano avere sete a mezzogiorno,

E possono andare perduti e sono, e desiderano le loro mogli,

E, diversamente dalle idee, possono morire troppo presto.

Ma le idee possono essere vere sebbene gli uomini muoiano,

E possiamo vedere mille facce

Messe in moto da una sola bugia:

E le carte possono veramente mostrare luoghi

Dove la vita è male, ora:

Manchino; Dachau.

 

 

XVII.

Sono e soffrono; questo essi fanno e non altro,

Una benda nasconde il luogo ove ciascuno vive,

La sua conoscenza del mondo limitata
Allo spazio ove operano i ferri del chirurgo.

E vivono separati l'uno dall'altro come ère lontane

- Ai loro occhi la verità è la somma di pena che possono sopportare;

Non fatta di chiacchiere come la nostra, ma di gemiti soffocàti -

E sono remoti come piante; noi viviamo altrove.

In verità, chi mai, sano, può diventare un piede?

Persino un graffio ci rifiutiamo di ricordare una volta guarito,

E ritorniamo subito baldanzosi, e crediamo

Nel solito mondo degli illesi, e non sappiamo

Concepire l'isolamento. Soltanto la felicità è condivisa,

E l'ira, e l'idea dell’amore.

 

 

XVIII.

Si servirono di lui lungi dal cuore della cultura:

Abbandonato dal suo generale e dai pidocchi,

Chiuse gli occhi sotto una coperta imbottita
E svanì. Non si parlerà di lui

Quando questa campagna di guerra verrà incasellata nei libri:

Nessuna sapienza vitale perì entro il suo cranio;

I suoi scherzi erano stantii; come il tempo di guerra, era monotono;

Il suo nome è dimenticato per sempre come la sua faccia.

Non conobbe né prescelse il Bene, ma ci ammonì,

E aggiunse il significato come una virgola, quando

Si mutò in polvere in Cina, che le nostre figlie

Siano degne di amare la terra, e non ancora

Svergognate di fronte ai cani; che, dove sono acque,

Montagne e case, possano essere anche uomini.

 

 

XIX.

Ma a sera l'oppressione si levò;

I picchi vennero a fuoco; era piovuto:

Attraverso i prati e i fiori del giardino il vento portava
La conversazione degli uomini d'alta esperienza.

I giardinieri li guardarono passare e apprezzarono le loro scarpe:

Un autista aspettava, leggendo, nel viale,

Che terminassero il loro scambio di vedute;

Sembrava un quadro di vita privata.

Lontano, quali che fossero le loro buone intenzioni,

Gli eserciti attendevano un errore verbale

Con tutti gli strumenti atti a causare dolore:

E dall'esilio del loro incantesimo dipendeva

La devastazione d'un paese, con tutti i suoi giovani uccisi,

Le donne in pianto, e le città strette dal terrore.

 

 

XX.

Portano il terrore con sé come un borsellino,

E si ritraggono dall'orizzonte come un cannone;

E tutti i fiumi e le ferrovie fuggono
Lontano dalla Comunità come da una maledizione.

Si stringono e aggruppano nel nuovo disastro

Come bambini mandati a scuola, e piangono a turno;

Perché lo Spazio ha regole che non possiamo sperare di apprendere,

Il Tempo parla un linguaggio di cui mai saranno padroni.

Noi viviamo qui. Siamo entro il chiuso

Dolore del presente: i suoi limiti sono quel che noi siamo.

Si può mai chiedere al carcerato di perdonare alla sua cella,

Potranno le età future mai giungere a tanta libertà,

E sentirsi derivate da tutto ciò che accadde,

Anche da noi, e che anche questo era bene?

 

 

 

XXI.

La vita dell'uomo non è mai veramente completa;

L'ardimento e il chiacchierio continuano:

Ma, come un artista sente svanito il suo potere,
Questi camminano la terra, e si sentono sconfitti.

Alcuni non poterono sopportare né domare i giovani, e lamentano

I miti infranti che un giorno fecero buone le nazioni,

Alcuni perdettero un mondo che mai avevano capito,

Alcuni videro troppo bene a che cosa fosse destinato l'uomo.

Perdita è la loro moglie fantasma, Ansia

Li riceve come un albergo di lusso: ma dove

C'è luogo a rimpianto, rimpiangono; loro vita è di udire

Il richiamo delle città vietate, di vedere

Lo straniero fissarli con occhio felice,

E libertà ostile in ogni casa e albero.

 

 

 

XXII.

Semplici come tutti i desideri sognati, usano

Il linguaggio elementare del cuore,

E parlano ai muscoli del bisogno di gioia;
I morenti e gli amanti sul punto di lasciarsi

Le odono, e non sanno tenersi dal fischiare. Sempre nuove,

Esse rispecchiano ogni mutamento della nostra posizione;

Sono la testimonianza di quello che facciamo;

Parlano direttamente alla nostra condizione di perduti.

Pensa che cosa piacque di più quest'anno ai ballerini:

Quando l'Austria morì e la Cina fu abbandonata,

Shanghai in fiamme e Teruel ripresa,

La Francia affermò la sua fede al cospetto del mondo: " Partout

Il y a de la joie". L'America si volse

Alla terra: "Mi amate come io vi amo?”.

 

 

XXIII.

Quando l'intera rete d' informazioni

Conferma il trionfo del nemico;

La nostra difesa infranta, il nostro esercito in ritirata,
La violenza vittoriosa come un morbo nuovo,

E Ingiustizia un'incantatrice invitata dappertutto;

Quando ci doliamo d'essere venuti al mondo:

Ricordiamo tutti coloro che parvero abbandonati.

Stanotte in Cina lasciate ch'io pensi a uno,

Il quale per dieci anni di silenzio lavorò e attese,

Fin che a Muzot ogni suo potere trovò voce,

E tutto fu dato una volta per sempre:

E con la riconoscenza di Coloro che toccano la mèta,

Uscì nella notte d'inverno per accarezzare

Quella torricciola come un grande animale.

 

 

 

XXIV.

No, non i loro nomi. Furono gli altri a costruire

Ogni grande strada o piazza coattive,

Ove l'uomo può soltanto ricordare e fissare il vuoto,
I veramente soli con il senso della colpa,

Risoluti a perpetuarsi in quel modo per sempre;

I non amati dovettero lasciare tracce materiali:

Ma a questi non occorre nulla se non i nostri volti migliori,

E di dimorare in essi, e di sapere che mai

Ricorderemo chi siamo né perché si ha bisogno di noi.

La terra li espresse come una baia i pescatori

O le montagne un pastore; maturarono e andarono in seme;

E i semi si attaccarono a noi; il nostro stesso sangue

Poté farli rivivere; e crebbero di nuovo;

Felice il loro desiderio e mite verso fiore e flutto.

 

 

XXV.

Nulla è dato: dobbiamo trovare la nostra legge.

Grandi edifici s'avventano nel sole per dominare;

Dietro di essi si stendono come trista vegetazione
Le basse case dei poveri rattratte di vergogna.

Non abbiamo destino assegnato:

Nulla è certo all'infuori del corpo: divisiamo

Di migliorare noi stessi; soltanto gli ospedali ci ricordano

L'eguaglianza tra gli uomini.

I bambini sono veramente amati qui, perfino dalla polizia:

Parlano d'anni prima che i grandi fossero soli,

E saranno perduti.

E soltanto

Gli ottoni delle bande che singultano nei parchi predicono

Un regno futuro di felicità e di pace.

Impariamo a commiserare e ribellarci.

 

 

XXVI.

Sempre lontana dal centro dei nostri nomi,

La piccola officina dell'amore: si, ma quanto c'ingannammo

Circa i vecchi manieri, e la lunga
Follia senza freno e i giochi dei ragazzi.

Soltanto il rapace aspetta un raro

Prodotto invendibile, qualche cosa che soddisfi

Una ragazza di gusti raffinati; soltanto l'egoista vede

In ogni mendicante maldestro un santo.

Non possiamo credere che noi stessi la ideammo;

Aspetto secondario del nostro piano audace,

Non dava fastidio a nessuno; non le davamo peso.

Il disastro sopravviene, e noi stupefatti di vedere

In essa la sola idea che da quando cominciò il lavoro

Dette per l'intero ciclo un profitto costante.

 

 

 

XXVII.

Vagando sperduti sulle montagne di nostra scelta,

Ancora e di nuovo sospiriamo un meridione antico,

Le calde età ignude dell'armonia istintiva,
Il sapore della gioia nella bocca innocente.

Addormentàti nelle nostre capanne, come sognamo di partecipare

Ai fastosi balli del futuro; ciascun labirinto intricato

Ha un suo piano, e i moti disciplinati del cuore

Possono seguire per sempre e sempre le sue innocue vie.

Noi invidiamo la tranquilla sicurezza dei fiumi e delle case:

Ma siamo aggiogati all'errore;

Non fummo mai nudi e calmi come un grande portale,

E non saremo mai perfetti come le fontane;

Viviamo liberi per necessità,

Popolo dei monti che abita fra i monti.

 

 


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