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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Express de Paris à Venise – avec au bord Marcel Proust

di Giorgio Mancinelli
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Pubblicato il 25/02/2017 13:11:37

«Orient-Express de Paris à Venise – avec au bord Marcel Proust»

Gare de l'Est - Grandes lignes, la più antica e ampia stazione ferroviaria di Parigi, un tardo pomeriggio d’estate successivo al 1900, dacché (inverosimilmente) Marcel Proust in compagnia di sua madre, Mme Jeanne Weil, s’apprestava a salire sul Simplon Orient Express che da Parigi li avrebbe portati a Venezia ambita meta del loro viaggio, sulla linea che collegava Parigi a Costantinopoli e Atene, via Losanna, Milano, Verona, Venezia, Trieste, Zagabria, Belgrado, Sofia e Salonicco. Conosciuto più semplicemente come l’Orient-Express era all’epoca il treno più famoso per antonomasia, celebre per la sua raffinatezza e per la grande cura del servizio prestato, nonché l'attenzione riposta nei dettagli che caratterizzava la vita di bordo, e che garantiva, ai numerosi viaggiatori piuttosto facoltosi e spesso di alto lignaggio, un viaggio confortevole, unito al fascino e all'atmosfera di un lusso elegante e senza tempo. Marcel Proust, che da qualche tempo meditava d’intraprendere un viaggio a Venezia in onore di John Ruskin (1), scrittore, poeta e critico britannico la cui interpretazione dell'arte e dell'architettura aveva influenzato fortemente l'estetica vittoriana ed edoardiana, pur senza darlo a vedere a sua madre era piuttosto eccitato all’idea di salire in treno quel tardo pomeriggio:

«Mi chiedevo che ora potesse essere; sentivo il fischio dei treni che, più o meno da lontano, come il canto d’un uccello in una foresta, dava risalto alle distanze, descrivendomi la distesa della campagna deserta dove il viaggiatore si affretta verso la stazione più vicina, e il sentiero che percorre è destinato ad essere impresso nel suo ricordo dall’eccitazione che gli viene da luoghi nuovi e gesti non abituali, dai discorsi e dagli addii scambiati poco fa sotto una lampada straniera e che ancora lo seguono nel silenzio della notte, dalla dolcezza che si approssima del ritorno.» (2)

Esaltato non tanto per aver da poco intrapreso la traduzione in francese di alcune opere dello scrittore inglese che lo avevano affascinato, quanto per l’impatto emozionale che gli procurava l’idea di entrare ‘finalmente’ a contatto con 'Le Pietre di Venezia' che John Ruskin aveva evidenziate e commentate nel suo libro in maniera così sublime, e dal quale Marcel '..s’apprestava ad attingere in tutto il suo remoto passato fitto di dettagli, per costruire sull’istante il suo sé maturo' (3). Tuttavia, pur senza dimostralo, Marcel era preoccupato per la scarsa conoscenza della lingua inglese che aveva appreso unicamente a livello scolastico e che adesso, più che mai, lo vedeva in difficoltà nella traduzione in francese della opera più importante: 'La Bible d'Amiens' (4), alla quale l’autore inglese aveva lavorato fin dal 1885 (pubblicata successivamente nel 1904), e che Marcel si ostinava a voler tradurre malgrado le difficoltà della lingua, per quanto fosse aiutato da sua madre e da qualche amico competente.

Acciò, nonostante le scettiche considerazioni che i negazionisti di allora ponevano nei confronti del suo lavoro di traduttore, Marcel stese una lunga ‘Prefazione’ (60 pagine per un testo di circa 120), che da allora accompagna la pubblicazione del libro, contribuendo al successo di John Ruskin in Francia e nel resto d’Europa. Quel successo che si ripeterà con la pubblicazione in francese di un altro libro dell’autore: 'Sesamo e i gigli' (5) del 1906, al quale Proust dedicò un’altra ‘Prefazione’ poi divenuta famosa, sulla natura estetica 'Del piacere di leggere' (6) in solitudine e al chiuso della sua stanza, nel momento in cui le parole: «..la riempivano di una vita silenziosa e diversa, di un mistero nel quale la mia persona si smarriva e ne era insieme incantata.»
. . .

Di null’altro dialogavano Mme Weil e suo figlio durante il trasferimento in carrozza verso la Gare de l’Est che non fosse di John Ruskin, in un discorso infervorato quanto rispettoso da parte di Marcel. Il quale, contrariamente a sua madre Mme Weil, che riteneva 'La Bible d'Amiens' non più di un racconto di viaggio, andava '..sostenendo che con la sua vita e le sue opere l’autore aveva scritto qualcosa di più di un grande romanzo' (6); qualcosa che, al contempo, si ripresentava come modalità principale dello spirito da contrapporre alla morte fisica dello scrittore. Avvenendo così a ciò che egli considerava allora più di una semplice affermazione linguistica, che s’andava introducendo in quella che in seguito si dimostrerà essere la filosofia proustiana ampliata nella composizione ideologica de la Recherche.

Accompagnato dallo stesso spirito che aveva stimolato John Ruskin a scrivere 'Le pietre di Venezia', Marcel mise particolare entusiasmo nel posare il piede sul predellino del treno, recuperando insieme quella volontà che credeva aver smarrito negli ultimi giorni in cui era stato preso dal fervore dei preparativi e che lo avevano affaticato non poco. Per quanto la sola idea del viaggio lo spingesse a meditare sull’impatto emozionale che, Marcel ne era certo, una volta giunto a destinazione, avrebbe, e ripeté ‘finalmente’, investito di senso il suo abbandonarsi '..alla minuziosa ricerca (architettonica) d’ogni particolare dei capitelli di Palazzo Ducale o dei mosaici di San Marco' eccellentemente descritti da John Ruskin.

«Ma perchè sia davvero possibile trovare Venezia, occorre prima perderla» - scriverà in seguito Marcel Proust nelle pagine de 'Il tempo ritrovato', allorché il Narratore esita con «..un piede su una lastra più alta e l'altro su quella più bassa», salendo la scala d’ingresso di Palazzo Guermantes, da cui vede risorgere come per magia le pietre del Battistero di San Marco, mettendo così fine a una sorta di inquietudine che ogni volta lo coglieva di fronte all’ ‘inconnu’ meraviglioso dell’arte.

Passo significativo questo di un dubbio indefinito reiterato nel tempo, che l’autore de la Recherche verosimilmente doveva provare a livello emozionale riguardo al futuro, e che trascinerà con sé nel raggiungimento della ‘fine’, l’ultima parola scritta sul suo nero taccuino d’appunti, poco prima della sua dipartita, conclusiva e immutabile del suo viaggio iniziatico. Onde per cui ‘scrivere’ era come voler lasciare tracce al di là della propria esistenza immediata, allo stesso modo di contrastare la morte cui si è destinati: «Ogni inquietudine e ogni dubbio intellettuale erano dissipati. Quelli che mi tormentavano un attimo prima a proposito della realtà erano spariti come per incanto.» (7)

Dirà Salvatore Quasimodo: 'Da qui l’ansia per la ricerca di una realtà imitabile (solo) nello spirito' (8), che farà scrivere a Proust nelle pagine di 'Il tempo ritrovato' una memorabile testimonianza.

«Così come accade in una memoria che si è fatta da sola, da quegli orizzonti inegualmente lontani di solito nascosti ai nostri sguardi e dei quali la nostra vita stessa ha misurato giorno per giorno le varie distanze. Questi echi, per raggiungere la parola, la cui rassomiglianza li ha risvegliati, non avranno che da attraversare la resistente dolcezza di quest’atmosfera interposta che ha la vastità stessa della nostra vita, e che è tutta la poesia della memoria.» (9)

«Forse non ci sono giorni della nostra adolescenza vissuti con altrettanta pienezza di quelli che abbiamo creduto di trascorrere senza averli vissuti» – scriverà ancora Marcel Proust in 'La Renaissance Latine' (10) nel 1905:

«Quanto a me, mi sento di vivere e pensare solo in una stanza dove tutto è creazione e linguaggio di vite profondamente diverse dalla mia, di gusto opposto al mio; dove non possa trovare nulla del mio pensiero consapevole, dove la fantasia si ecciti nel sentirsi immersa nel non-me; e mi sento felice solo quando metto piede, nei pressi della stazione..».

Ma '..La memoria di Proust ha (aveva) ancora bisogno di futuro – dirà ancora Quasimodo nella ‘nota’ a 'La Bibbia d’Amiens' – e in quell’attesa interroga le ragioni più profonde dell’arte, s’avvicina al silenzio del cielo attraverso le parole d’un uomo che porta in sé motivi e inquietudini intrinsechi nella sua (stessa) natura di scrittore lento e sinuoso'. (11)
. . .

Non appena sistemati nell’elegante cabina loro riservata, arredata come un vero e proprio salottino, confortevole e lussuoso, in puro stile Art-Nouveau: con legni intarsiati e tessuti broccati di buon gusto; disposta per il giorno, con un comodo divano e un tavolo, utilizzato per la prima colazione e il tè del pomeriggio, Mme Weil e Marcel si misero a proprio agio, assistiti dal personale di bordo per tutte le necessità del viaggio. Cabina che veniva trasformata per la notte in una confortevole camera con letto a castello rivestito di biancheria elegante, con acqua calda e fredda nel lavabo e la toilette collocata in un angolo separato. Ma benché fosse disponibile anche un servizio pasti in cabina, Mme Weil preferì cenare nella carrozza ristorante, convinta per ciò che riguardava Marcel, ormai giunto alla matura età, di poterlo avviare ai piaceri ‘mondani’ del viaggiare in treno, e l’Orient Express era all’epoca quanto di meglio si potesse desiderare.

Ça vain sans dire, in ragione del rispetto dovuto ai passeggeri di una certa classe e amanti del bel vivere, l’etichetta di bordo prevedeva un indiscutibile rigore riguardo l'abbigliamento da indossare, inoltre a una certa cura ed eleganza della persona, il tutto specificato nell’ordinamento di viaggio. Acciò, l'abbigliamento durante il giorno poteva essere sportivo, ad esempio uno spezzato con cravatta per i signori e un abito da pomeriggio per le signore. Mentre per la cena, era formale che i signori passeggeri indossassero lo smoking, e le signore, un abbigliamento da gran soirée nel caso vi fosse qualche personalità regale a bordo, altrimenti un abito più sobrio e comunque pur sempre elegante, per così dire, da sera. Ovviamente ogni altro tipo di vestiario era pressoché bandito a qualsiasi ora e in qualsiasi circostanza. In caso di viaggio come passeggero senza pernottamento a bordo (ad esempio da Londra a Parigi o da Venezia a Roma) in cui era difficile fare un cambio d'abito, in ogni caso bisognava rispettare lo standard di eleganza richiesto.

Nonostante il treno fosse appena partito, fu dato modo ai passeggeri di cambiarsi d’abito per la cena che sarebbe stata servita di lì a poco nella sontuosa carrozza ristorante. Com’era suo solito e data l’età, Mme Weil indossò un ampio abito di raso nero con mantella in taffetà di seta dello stesso colore che le copriva le spalle e guanti merlettati neri a mezza mano. Per Marcel pretese qualcosa che non appesantisse la sua ancor giovane figura: '..una camicia di seta bianca e una cravatta-foulard fermata da una spilla gioiello sotto lo smoking sciallato avrebbero fatto indubbiamente al suo caso'. Allorché entrambi si apprestarono a raggiungere la pregevole carrozza ristorante illuminata dalla luce soffusa delle abajours elettriche con l’immancabile bouquet di fiori freschi sui tavolini, dove li aspettava una deliziosa cena preparata da esperti chefs francesi.

Cenare a bordo dell’Orient Express era una delizia per ogni palato, ogni pasto era preparato con cura e competenza con materie prime di grande qualità. Tutti i pasti table d’hôte, pranzo (3 portate) e cena (4 portate), erano serviti da cortesi ed esperti camerieri prevalentemente italiani. Il Maitre addetto all’assistenza degli ospiti li accolse convenientemente e li accompagnò al loro tavolo finemente apparecchiato per due. Un cameriere arrivato sull’istante servì loro due flut di champagne come apéritif, accompagnato da un sorriso spavaldo. Di certo la figura slanciata ed elegante di Marcel, benché mostrasse in viso un pallore quasi innaturale, non era passata inosservata, attraendo gli sguardi delle signore presenti, per lo più straniere di rientro dalle ‘giornate parigine’ che erano ormai diventate il’clou de la société européenne’ in fatto di moda, musica, teatro e quant’altro. Notato soprattutto dai camerieri italiani addetti al servizio di sala, cui di tanto in tanto egli lanciava uno sguardo volitivo da dietro la sua maschera d’opale, che lasciava presagire laute mance.

La conversazione intrapresa ancor prima di salire a bordo del treno fu ripresa da Mme Weil che voleva conoscere da Marcel la ragione dell’aver egli abbandonato la stesura del romanzo che stava portando avanti da alcuni anni (pubblicato solo dopo la sua morte con il titolo “Jean Santeuil”) (12). Dacché sorse un piccolo qui pro quo fra i due che Marcel, non volendo rispondere alla domanda di sua madre, imbastì all’occorrenza, lasciando poi cadere il discorso sulla difficoltà riscontrata nella continuità letteraria dello svolgimento del proprio testo, analogo a quello fatto da John Ruskin in arte, di cui Mme Weil stentò a riconoscerne la conformità.

. . .

Marcel: Vedete maman, una ragione precisa al momento non c’è … 'Si tratta, in ultima analisi, di realizzare una specie di spazializzazione dei vari motivi di identica qualità che costituiscono un’opera, come se ci si trovasse dinanzi a una serie di quadri dello stesso autore che si possono abbracciare con un solo sguardo.'(13).
Mme Weil: Marcel non comprendo il perché d’essere complicati a tutti i costi, quando i tuoi lettori sembrano così ben disposti nei tuoi riguardi.
Marcel: Lo stesso John Ruskin scrive che: 'In fondo aiutare il lettore a rilevare questi segni singolari, mettere sotto i suoi occhi, i modi analoghi che gli permettano di considerarli segni essenziali del genio di uno scrittore, dovrebbe essere il compito più importante di ogni critico'(14) che critichi se stesso.
Mme Weil: Non ti seguo mio caro, ma in quanto a John Ruskin ha ragione da vendere: 'D’altra parte i suoi testi ben si prestano a una lettura approfondita non solo delle cose dette ma anche del testo taciuto, dei continui riferimenti ad altro, delle sistematiche allusioni bibliche che vanno risolte come un proficuo esercizio intellettuale.' 15)
Marcel: Quello stesso esercizio che sono solito intraprendere, '..così come il critico ricorda che ogni opera è come un vaso che comunica con le opere passate dando vita quindi ad una sola opera.' (16)
Mme Weil: 'S'il vous plaît mon coeur … in che modo pensi di farlo?'
Marcel: 'È compito dell’artista non inventare ma scoprire (aletheia); scavare nel mondo delle apparenze riuscendo a trovare rapporti più intimi, nell’universo spirituale, fra le cose anche se distanti nel tempo e nello spazio.' (17)
Mme Weil: 'Continuo a pensare che tutto ciò sia fin troppo impegnativo, non trovi?'
Marcel: 'In effetti lo è, ma è proprio quel che trovo sia più interessante.

. . .

'Non a caso Marcel cercava nella sua scrittura l’io profondo ruskiniano nascosto dal suo io superficiale attraverso un attento rilievo della sua opera'. (..) Scriverà Pierre-François Guyot, critico letterario e traduttore francese che trova tra '..l'estetista inglese e il suo ammiratore francese dei punti di contatto psicologico molto significativi, che spiegano in qualche modo la folgorazione ruskiniana di Proust' (18). 'Primo su tutti sicuramente lo spirito di osservazione paziente, preciso, meticoloso, degli oggetti presente in entrambi.' (..) 'ddirittura Guyot si spinge oltre, attribuendo quasi la paternità della memoria involontaria a Ruskin stesso (19). 'Infatti, in ‘Modern Painters’ tratta di quelle ‘accidental associations’ di quelle ‘accidental connection of ideas and memories with material things’ (20) che sono alla base appunto del concetto proustiano di memoria involontaria. Guyot sbagliava perché ancora non conosceva il ‘Jean Santeuil’ dove già sono presenti in toto le tematiche della reviviscenza del passato attraverso la memoria involontaria ma questo non può comunque che mettere in chiaro un altro punto di contatto fra i due autori in una sorta di corrispondenza elettiva che poteva permettere a Proust di inquadrare la sfaccettata figura intellettuale di Ruskin.' (21)

. . .

La figura elegante del Maitre stante davanti al loro tavolino mise convenientemente fine alla loro conversazione con buona pace di Marcel:

'Excusez-moi Madame et Monsieur, pour commencer nous avons un consommé de poule ou une soupe exquise d'oignons, à votre approbation s'il vous plaît …'

Mme Weil: 'Une vraie délicatesse, est-ce que Marcel ne trouve pas?'

Marcel: 'Certainement maman doit dire que je ne me l'attendais pas du tout'.

. . .

Al termine della cena davvero squisita, Mme Weil non desiderando attardarsi oltre, decise di ritirarsi nella propria cabina che nel frattempo era stata trasformata in una accogliente camera a due letti. Marcel colse l’occasione per una visita al cuore dell'Orient Express, la carrozza Bar, famosa per i cocktails e la calda atmosfera accogliente, con in più il tocco del pianoforte ad accompagnare i momenti del viaggio in un ambiente rilassante e sofisticato. Tuttavia indugiò sull’entrata, distratto per un istante da ‘La Bonne Chanson’ un brano del maestro Fauré che conosceva personalmente, per quanto egli preferiva altre sue composizioni salottiere come i ‘Nocturnes’ e le ‘Ballades’ su temi di Baudelaire, Verlaine, Villers de L’Isle-Adam.

Marcel si rammentò d’una sua lettera all’amico musicista, in cui egli professava tutta la sua ammirazione; anche se i toni abbastanza ‘sopra le righe’ facevano pensare ai suoi detrattori che l’avesse scritta temendo che i suoi precedenti giudizi (non proprio positivi) avessero irritato Fauré e dunque con l’unico obiettivo di mantenere buoni rapporti con l’amico musicista. Molti anni dopo, infatti, nella ‘dedica a Jacques De Lacretelle, Proust scriverà che tra le opere cui si era ispirato per descrivere la ‘piccola frase’ della sonata di Vinteuil eseguita in casa Verdurin c'era ‘un incantevole brano di Fauré’. Brano che alcuni musicologi hanno ritenuto di individuare nella ‘Ballade pour piano et orchestre’, referente alla pagina in cui il barone di Charlus, in casa Verdurin, accompagna al pianoforte il violino di Morel:

«La signora Verdurin pretese dapprima un po' di violino. Con generale stupore, il signor di Charlus, il quale non parlava mai dei suoi grandi doni, accompagnò con il più puro stile l'ultimo pezzo (inquieto, tormentato, schumanniano, ma infine anteriore alla Sonata di Franck) della Sonata per pianoforte e violino di Fauré. Io sentii ch'egli avrebbe dato a Morel, ricco di meravigliose doti quanto al tòcco e alla virtuosità, precisamente quel che gli mancava: la cultura e lo stile.» (22).

Un momento dopo, poggiatosi al bancone del bar perchiedere una coppa di champagne, fu raggiunto dal brusio delle voci dei presenti, ma pur usando una certa precauzione che solitamente lo teneva a giusta distanza da possibili problematiche insorgenti e che immancabilmente giungevano, si ritrovò a stretto contatto con gente fin troppo esclusivista, che lo fece quasi temere di esporsi in prima persona, cosa questa che solitamente lo metteva in imbarazzo. I numerosi ospiti presenti, tutti uomini in quel momento, restarono comodamente seduti sui divanetti a ridosso dei finestrini continuando a fumare i loro sigari pregiati e sorseggiando dell’Armagnac in coppe di puro cristallo, mentre si scambiavano frasi sulla futilità del tempo e risa convenzionali: '..quasi non gli importasse un bel niente dello scorrere della loro vita' – pensò.

Ciò che invece davvero interessava Marcel, il quale cercava nelle vite degli altri le ragioni della propria esperienza esistenziale, ciò che in seguito nella Recherche diverrà un’immensa satira di sé e degli altri: 'La sua corrispondenza ne è la perfetta testimonianza: quando i corrispondenti con un certo senso dell’humour come la contessa di Noailles, Madame Straus e Reynaldo Hahn, vi si prestavano un po’, allora le sue lettere diventavano, a volte, dei veri e propri scoppi di risa, dovuti all’uso della parodia, del ‘pastiche’, della satira, dell’ironia su di sé, dell’assurdo.' (23)

«È già tanto se si intravedono alcuni aspetti ridicoli» (24) - scriverà Proust successivamente, argomentando di un sé che raccoglieva tutti gli altri o, viceversa, tutti quegli ‘altri’ che erano una medesima proiezione di sé, nei cui discorsi Marcel si appropriava spesso di frasi altrui da annotare nei carnets della propria conoscenza, spesso riusciscendo a carpire le emozioni e le sorprese inattese, le paure e le angosce alle quali invano ciascuno di loro cercava di sfuggire.

Dalla parte degli uomini:
«Se vogliamo, si tratta di una precauzione inutile.».
«Qual cosa?»
«Mah, che dire … ad esempio il rigore d’indossare l’abito nero in società.»
«Come dire che ‘l’abito non fa il monaco?’».
«Precisamente».
«In efetti, è solo una convenzione sociale che ci accomuna tutti».
«Meglio sarebbe vestire ognuno a proprio modo, indossare fogge e colori che più si addicono alla propria personalità».
«Se così fosse, di sicuro ne vedremmo delle belle …».
«Certamente, se non altro in fatto di stravaganza, ah, ah!»
«Già, la stravaganza …»
«Nel senso di eccentricità … cioé di abitudini stravaganti, o cosa?»
«Beh, devo ammettere che di personaggi bizzarri se ne vedono non pochi in giro per le strade i Parigi».
«Mai quanti se ne incontrano nei luoghi chiusi dove, come si dice, si ritrova la bonne societé parisienne, est-ce pas?»
«Certo che in quanto al vestire, di persone eccentriche fuori del comune se ne trovano ovunque».
«Se vogliamo sia dentro che fuori del Comune, ah, ah!»
«In verità, un certo estro nell’abbigliamento si comprende quando ci si avvicina più all’arte tout court, che non alla moda».
«Estro, o estroso, come si può ben attribuire a persona singolare, per così dire ‘al di fuori delle regole’».
«Certamente sì … che idea!» - irruppe Marcel con in mano la coppa di champagne, cercando uno spazio di conversazione, dubbioso che stessero parlando di lui.
«Sta, di fatto, monsieur … ?»
«Già, non mi sono ancora presentato … Marcel Proust.» - disse, convinto che nessuno dei presenti lo conoscesse, ma che salutarono sollevando il bicchiere e qua e là accennando un sorriso.
«Ovviamente mi riferivo a chi si mette al di fuori delle regole, diciamo dei limiti abituali delle convenzioni, che può voler dire di avere abitudini stravaganti, è così!»
«Personalmente preferisco di gran lunga gli artisti … che so, i pittori, i poeti, i ballerini, ai quali si può concedere di tutto …»
«Siete di gusti davvero raffinati monsieur Proust».
«Più del necessario ...» - aggiunse qualcuno.
«Molto più che raffinati … si direbbe ricercati … ah, ah, ah!»
«Mai quanto i vostri corazzieri a cavallo e capitani delle guardie … monsieur (?)» - lo rimbeccò un altro fra i presenti.
«Signori, signori, per favore, non veniamo meno a quel tanto di savoire fare che distingue noi francesi».
«Noie parisien, s'il vous plaît».
«Già, perché per il resto dei franceci immagino, avete ben altro da dire, è così?»
«Se lo credete opportuno, continuate pure a lamentarvi monsieur.»
«La società è quella che è … non si dia per scontato che siamo tutti fatti della stessa pasta …»
«La pasta, che idea … cela est tout aussi italien, et il est assez!» (Quella è fin troppo italiana, ed è quanto basta!) … ah, ah, ah!»
«Indubbiamente parlare di ‘cibo’ non fa che rimettere in moto l’appetito ... Suvvia facciamo un altro giro di bevute … Garçon! … après avoir, sil vous plaît.»

Di lì a breve, il vociare delle signore di ritorno dalle loro stanze dov’erano state a rifatte il trucco, riempì la carrozza come ‘une volière’, mentre alcuni fra gli uomini, stringendosi con il garbo dovuto, fecero loro posto sui divanetti. Altre preferirono restare in piedi accanto ai giovani e aitanti barman di servizio e, per così dire, scodinsolare nella carrozza, ora avvicinandosi al pianista per fare le loro richieste in fatto di musica, ora per farsi rimirare nei loro atteggiamenti compulsivi nel parlare con un tono più alto della voce e nell’utilizzo sensuale dei lunghi bocchini d’avorio.

All’ombra delle signore (ormai) sfiorite:

«Hai veduto mia cara, c’è monsieur …»
«Merd, farei volentieri a meno d’incontrarlo».
«Ti rammento che solo ieri lo trovavi … ‘così meraviglioso!’».
«Era ieri».
«Solo, ieri, vuoi dire, a conferma che la notte porta consiglio».
«No, troppo arrogante per un uccello rivelatosi poi così poco allettante, non ti pare?»
«Ohlalà mia cara, una rivelazione di non poco conto, e dire che ci stavo facendo sopra un pensierino ...»
«Lascia andare, cento volte meglio il figlio del panettiere all’angolo di Rue Hausmann, credimi …».
«Se lo dici tu, ti credo ad occhi chiusi. Passerò personalmente a ordinare del pane. »
«Aggiungi pure una baguette e chiedi la consegna a domicilio, ne rimarrai stupendamente sorpresa».
«Dici?»
«Aspetta, quello dev’essere il conte … la voce mi sembra la sua, ha un tono inconfondibile».
«Il tono?»
«Sì mia cara, facciamo finta di niente e avviciniamoci al tavolo della ‘petite patisserie’».
«Immagino avrai provato questo …»
«Forse non lo assaggerò del tutto, anche se ha tutta l’aria, di essere delizioso».
«Mia cara, sto già leccandomi le labbra, e non è tutta colpa dello champagne bevuto durante la cena, credimi».
«Non farti troppe illusioni, so di certo che è già preso da quella sfacciata di Mme …»
«Poiché dobbiamo passare questa serata insieme, facciamo in modo che almeno la conversazione non finisca col fare i soliti discorsi sulla moda e sui gioielli».

Dialogo intercorso tra uomini e donne:

«Ho appreso che siete diretto a Venezia, per andare forse al Casinò?» - chiese interessata una delle signore presenti rivolgendosi a Marcel.
«No, solo per una visita alle bellezze della città ...».
«Mah, non siete solo monsieur, o sbaglio?»
«Sono in viaggio con mia madre per alcune settimane …».
«Quante virtù ci fate odiare … monsieur Proust!» (Corneille) – esclamò l’amica che le stava accanto, mitigando la sua conoscenza letteraria.
«Voglio solo sperare “..che un giorno, (anzi) ne sono certo, tutta questa sofferenza servirà, per ora non si può fare altro che viverla.”» - le risponse Marcel con garbo.
«Ça vain sans dire, monsieur … noi francesi abbiamo la nostra cultura, che non trova riscontri nel resto del mondo, per quanto lo si giri.» - azzardò un passeggero riprendendo la conviviale conversazione intrapresa con gli altri viaggiatori.
«Parigini, vorrà dire …»
«È così, siamo il centro intellettuale dell’Europa, ma in quanto a cultura riserbo qualche dubbio …».
«Sil vous plaît, fateci partecipi delle vostre rimostranze a riguardo» - chiede una signora che assiste alla coversazione.
«Vi ho udito parlare di moda maschile, ma che volete saperne voi, in fatto di moda a noi signore non sfugge che avvolti dei vostri redingote sembrate tutti ugualmente vestiti da ‘pinguini’ a ogni ora del giorno …» - aggiunge un’altra.
«Se non altro non si è costrette alla fedeltà dell’uno, quando ci si presenta la possibilità di scambiarlo per un altro!»
«Sempre meglio di accorgersene quando è troppo tardi, che sotto il bell’abito spesso si nasconde una certa ‘pinguedine’, ah, ah, ah!»
«Une bonne ‘blague’ pour vos notes … monsieur Proust!» (Una buona ‘battuta’ da annotare …) che Proust mitigò dietro un falso letterario, ché in verità tutto lo interessava, in special modo i pettegolezzi.
«'Da molto tempo la vita non mi offre più che eventi che ho già descritto'». (25)
«Sempre meglio che parlare di politica.»
«Si sa, da sempre la politica a Parigi la fanno le donne …».
«Oh oui, de la rive droite à la gauche du lit … ah, ah, ah!»
«Una scurrilità (la vostra) che mi sembra fuori luogo monsieur (..), poiché a dir del vero, vi si è visto assai poco attorno a una donna … a letto intendo».
«Si accettano scommesse solo se impegnate in prima persona … Madame».
«Ci dev’essere pure un altro modo per sgonfiare il rancore che dimostrate nei confronti di noi donne, o nascondete una ragione precipua che non conosciamo?»
«Oh, ma certo mia cara, quando voi ‘donne’ la smetterete di gonfiarci e sgonfiarci con le vostre assidue false gelosie».
«La gelosia altro non è che una morbosità che si appropria della mente di voi uomini, per ciò che ne rimane è solo un gioco di carte …»
«Che voi madame sapete mischiare ancora molto bene mi pare, la vostra fama vi precede, ma il baccarat seppure non prevede una sconfitta definitiva, pur annienta le vostre difese … di fatto sappiamo che non accettate di buon grado perdere al tavolo da gioco».
«Dipende, se perdere, significa essere poi risarcita con altri mezzi, posso sempre convenire con espedienti di maggior efficacia …».
«Ad esempio?»
«Dovreste saperlo monsieur … noi donne abbiamo infinite capacità di convincimento».
«Pensavo a una qualche contingente disponibilità».
«Se intendete un matrimonio, dovreste sapere già che ho detto no a molti pretendenti».
«Avete forse qualcosa contro il matrimonio?»
«Personalmente no, ritengo il matrimonio un errore delizioso che due persone commettono insieme, ma con voi monsieur … sarebbe un errore e basta».
«E voi monsieur Proust, non avete qualcosa da dire in proposito … non siete ancora ammogliato?»
«Non ancora, come tutti del resto ho anch’io i miei amori ... ma ora vogliate scusarmi, si sta facendo tardi e vorrei avere gli occhi ben aperti al mio arrivo a Venezia ... È la mia prima volta …» - aggiunse evitando possibili intromissioni nella sua vita privata.
«Quand il est si il ne reste pas y que la leur donner bonne nuit monsieur …»
«J'imagine vous ayez déjà qui vous bordera les couvertures … ah, ah».
«Seigneur et monsieurs bonne poursuite de soirée.» - finì col dire Marcel, ritirandosi in buon ordine per avviarsi svogliatamente verso la sua cabina.
Le garçon de service pour la nuit, gli andò incontro col sorriso sulle labbra, scambiando con lui uno sguardo vellutato e sensuale cui Marcel mai avrebbe potuto sottrarsi, interpretandone una finalità secondaria che non mancò, nella vicissitudine del momento, di assecondare, nella consapevolezza di un approccio fugace che pure avrebbe segnato altresì la sua avventura di viaggio, affascinato com’era da tutto quanto gli girava attorno. Gustave, questo il nome del ragazzo, assecondò il suo desiderio immediato quando, per metterlo a suo agio, lo baciò sulla bocca. Incoraggiandolo, se mai ce ne fosse stato bisogno, a seguirlo nella guardiola di servizio, dove si scambiarono quelle che molto confusamente sono chiamate ‘alcune piacevolezze dello spirito’, e che per imparzialità giuridiche è oggi possibile definire ‘meccanismi materiali di probabili costruzioni spirituali’: '..ma solo se la filosofia riuscirà a svelare e (ri)mettere in discussione quegli elementi che determinano la società.' (26)

. . .

L’indomani mattina, all’ora richiesta, Gustave bussò ripetutamente alla porta della cabina di viaggio numero diciotto. Madame Weil che si affacciò a ritirare il vassoio della prima colazione, gli fece intendere con un cenno di non disturbare oltre le monsieur che stava ancora dormendo. Quando fu svegliatosi Marcel, aperse le tende e con sua meraviglia si riempì lo sguardo del magnifico scenario delle Alpi svizzere ancora innevate. Una vista superba, sfolgorante di luce, che lo ripagò dell’umore fosco coltivato per giorni nell’umida stanza della casa di Parigi. L’inverno nella sua coscienza andava ormai diradandosi, lasciando al di qua delle Alpi la pregorativa tutta italiana di un esistere ‘soleggiato’. Finalmente si sentiva bene e abbastanza in forze da affrontare l’inesauribile bellezza che lo aspettava delle ‘Le pietre di Venezia’, lontano dal clima austero e uggioso che negli ultimi mesi gli avevano procurato i forti attacchi d’asma che deterioravano la sua già precaria salute.
Mme Weil preferì restare in cabina fino all’ora di pranzo onde ammirare il panorama che di volta in volta cambiava con l‘andare del treno, che pareva voler «..inseguire le bianche nuvole fino al mare» - disse, rivelando una vena poetica che Marcel attribuì all’entusiasmo del viaggio. Certamente un itinerario inedito che permetteva a entrambi di cogliere in pieno spirito la naturale bellezza dei luoghi che passavano davanti ai loro occhi estasiati e che, ancor più, li avrebbe entusiasmati al loro arrivo nella Serenissima. Quello stesso entusiamo che aveva segnato un punto focale nell’avventura esistenziale di John Ruskin, inquanto: '..presenza assertiva di una scrittura prevalentemente eccezionale' (27). Per Marcel non si trattava quindi di sola evasione, piuttosto avvalorava quell’affezione che egli avrebbe voluto dare ai propri futuri lettori col rilevare il fascino dell’arte, la misura di un’autenticità spontanea, la leggerezza di una trama che esprimesse, seppure ironicamente, quella ‘joie de vivre’ che percorreva tutta l’Europa, come pure affermava Zola: ' ..in particolar modo Paris et les Parisiens'.

. . .

Il pranzo fu servito in un altro degli eleganti ristoranti di bordo e si dilungò il tempo necessario ad ammirare i panorami delle Dolomiti. Seguito nel pomeriggio da alcune ore libere onde Mme Weil e Marcel si rilassarono nella cabina di nuovo trasformata in salotto, nell’attesa dell’ora tè, in cui avrebbero attraversato il Passo del Brennero. Poi il treno avrebbe raggiunto la Stazione di Santa Lucia nella laguna di Venezia all’ora esatta prevista per la discesa degli ‘illustri’ passeggieri:
«Train en j'arrive à Venise, les voyageurs qui descendent à le gare Sainte Lucia sont priés de déplacer les bagages personnels sur la porte de la propre cabine et se préparer à descendre du train ... La Direction du Simplon Venise Orient Express et son Staff remercient pour avoir choisi notre Compagnie et il souhaite un bon séjour.» - scandì l’annuncio il capo-treno poco prima dell’arrivo in stazione, quando già Marcel, pronto sull’uscio, avvertiva il suo lento procedere sulle rotaie come quello che sempre più spesso lo coglieva davanti all’inconnu, così come all’inconoscibile consistenza della ‘bellezza’ nell’arte.
«Venise! … Venezia!» - ripeteva l’altoparlante della stazione fra lo stupore e il disinganno dei viaggiatori d’essere ‘finalmente’ arrivati nella città della laguna. Marcel ritardò volutamente la sua discesa dal treno proprio mentre sua madre, Mme Weil, provvedeva ad affidare i suoi capienti bauli e le valigie di Marcel al portabagagli: «Marcel! … Marcel, mais où tu es?», al cui richiamo Marcel volutamente non rispose, prendendo tempo per appuntare sul proprio nero taccuino, la frase che più aveva tenuto occupata la sua mente durante tutto il viaggio:
«..perchè sia davvero possibile trovare Venezia, occorre prima perderla».

Ciò a conferma di una celata ragione che lo aveva portato a sciogliere il voto di omaggio e devozione verso il suo mentore John Ruskin: '..l’insegnamento che in ultima istanza costituisce un monito a non interrompere mai l’attività cririca', e a continuare la ‘decostruzione’ d’ogni possibile mitica alleanza. 'Come un che di rivoluzionario nella misura in cui essa non accetta le semplificazioni, ma è pronta a mettere alla prova ciò che si presenta come verità indiscutibile. (28).
Al dunque un’intuitiva quanto embrionale forma di ‘decostruzione’ attinente alla scrittura proustiana, è qui sostenuta dalla frase «..perchè sia davvero possibile trovare Venezia, occorre prima perderla», che diviene elemento fondante del pensiero letterario occidentale relativamente all’epoca in cui è stata scritta.
'La lezione più profonda dell’opera ruskiniana è a tutti gli effetti assorbita nel bagaglio estetico del futuro narratore della Recherche al punto che l’idea stessa di arte esprimibile con le parole di Ruskin poteva, come per sovrapposizione, essere creduta espressa da Proust stesso: ..quel che l’arte deve fare per noi è di fermare ciò che è fuggente, di illuminare ciò che è incomprensibile, di dare forma alle cose impalpabili e di eternare le cose che non durano' (29). Un principiare di nuovo ciò che stato, dalle fondamenta di un’architettura virtuale, talvolta poetica, a una realtà pressoché immaginaria che avrebbe permesso a Marcel Proust di trascendere l’epoca della sua esistenza.
Quel che Marcel Proust scrisse in seguito al suo soggiorno a Venezia tra lo stupore e il disinganno, è indicativo della presa di coscienza di una disillusione inevitabile quanto necessaria nei confronti della scomparsa di Albertine nella Recherche:
«Siccome vi può essere bellezza tanto nelle cose più umili come nelle più preziose – vi godevo impressioni analoghe a quelle che tanto spesso, un tempo, avevo provate a Combray, ma trasposte su di una tonalità affatto diversa e più. (..) Quando alle dieci del mattino, venivano ad aprirmi le persiane e osservavo divampare, invece del marmo nero delle risplendenti ardesie di Sant’Ilario, l’angelo d’oro del campanile di san Marco. Alle volte, al tramonto, rientrando all’albergo, percepivo che l’Albertine di un tempo, invisibile, era tuttavia chiusa in fondo a me stesso come nei piombi di una Venezia interiore, i cui cancelli arrugginiti erano talora sospinti da qualche inatteso incidente, fino a schiudermi un’apertura su quel passato» (30), che non mi apparteveva più, o che fose, mi sarebbe appartenuto per sempre.


Note bibliografiche:

1)John Ruskin – 'Le Pietre di Venezia', A. Mondadori Editore 1982.
2) Marcel Proust – 'Dalla parte di Swann', in “La Recherche”, Ed. Mondadori
3) Antonio Damasio – 'Il sé viene alla mente', Biblioteca Scientifica Adelphi 2012.
4) John Ruskin – 'La Bibbia D’Amiens', A. Mondadori Editore 1971.
5) Antonio Barilli – ’Prefazione’ a 'Le Pietre di Venezia' di J. Ruskin, op.cit.
6) Marcel Proust – 'Del Piacere di Leggere, Passigli Editori 2007.
7) Marcel Proust – da ‘Il tempo ritrovato’ in La Recherche - Ed. Mondadori
8) Salvatore Quasimodo – ‘Nota del traduttore’ in 'La Bibbia D’Amiens' di J. Ruskin – op.cit.
9) Marcel Proust – da ‘Il tempo ritrovato’ in La Recherche – op. cit.
10) Marcel Proust – 'Del Piacere di Leggere', op.cit.
11) Salvatore Quasimodo – ‘Nota del traduttore’– op.cit.
12) Marcel Proust – 'Jean Santeuil', Gallimard 1955.
13) 14) 15) 16) 17) Marcel Proust – ‘Introduzione’ a 'La Bibbia D’Amiens' di J. Ruskin, op.cit.
18) 19) 20) 21) Gianni Biondillo – 'Marcel Proust: la scoperta di Ruskin', op.cit.
22) Marcel Proust – in ‘Sodoma e Gomorra’ – La Recherche, op.cit.
23) 24) Jean-Yves Tadié – 'Proust', NET Il Saggiatore 2003.
25) Marcel Proust – ‘Rime stravaganti’ (non comprese dall’autore in una raccolta organica delle sue poesie.) Articolo apparso in La Lettura – ed. Corriere della Sera 2015.
26) Jacques Derrida – in Maurizio Ferraris 'Derrida e la decostruzione', Gruppo Edit. L’Espresso 2009.
27) Antonio Damasio – op. cit.
28) Maurizio Ferraris – Il Caffè Filosofico – in 'Derrida e la decostruzione', op. cit.
29) Gianni Biondillo – 'Marcel Proust: la scoperta di Ruskin', op. cit.
30) Marcel Proust – ‘Albertine scomparsa’ in La Recherche, op. cit.









(*) Nota d’Autore

Fanno parte della raccolta intitolata «Conversazioni con Marcel Proust» tutti i saggi raccolti in “Antologia Proustiana” pubblicati in e-book e gli articoli apparsi in LaRecherche.it la rivista letteraria a cura di Giuliano Brenna e Roberto Maggiani, pubblicati su questo stesso sito:

«Regardez-les..» - in «Conversazioni con Proust» - LaRecherche.it - 2011
«Dans ce temps-là..» - in «Da Illiers a Cabourg» e-Book n.113 - 2012
«Tableau Monet … avec Proust» - in «Salon Proust» e-Book n.139 - 2013
«Une orchidée, s'il vous plaît ... monsieur Proust?»- in «L’Orto Botanico di Monsieur Proust» e-Book n. 162 - 2014
«Noir Desire … paroles dévoilés d’une multitude peuplée d'une foule tourbillonnante.» - in «Una Cena al Ritz» e-Book n. 187 – 2015
«Orient Express ….» 2016


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