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Dalle nuvole

di Cercatore di conchiglie
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Pubblicato il 16/08/2017 21:51:35

 

Tutte le mattine cado dal letto. A svegliarmi è l’urto contro il pavimento. Questa mattina, però, non c’è stato alcun tonfo. Ho sentito un lungo e interminabile soffio percorrermi la pelle e, prima ancora dello schianto, ho realizzato che stavo precipitando da qualcosa di molto più alto. Dalle nuvole.

Tu avevi appena lasciato le coperte. Vuota era anche la metà del letto sulla quale poco prima riposavo. Durante la mia discesa riuscivo facilmente a vedere la nostra camera dall’abbaino della mansarda. Ogni angolo della stanza era illuminato dalla timida luce dell’alba. Quando hai rivolto lo sguardo oltre i vetri, ho pensato di richiamare la tua attenzione agitando le mani perché tu potessi, con un energico abbraccio, salvarmi da una rovinosa caduta. Ma, con un senso di smarrimento, mi sono accorto di non possedere gli arti. Forse è per questo motivo che mi sentivo inspiegabilmente leggero. Poco dopo, infatti, è bastato il sibilo del vento a risospingermi più in alto e a posticipare il mio atterraggio mentre tu, ignaro di tutto, terminavi di vestirti per poi raggiungere alla svelta l’uscio e recarti al lavoro.

Da quell’altezza avevo una visione completa del viale alberato che, qualche istante più tardi, hai cominciato a percorrere. Mentre continuava la mia discesa ho provato più volte a gridare il tuo nome con tutto il fiato possibile. Per un attimo ti sei fermato e ho davvero creduto che avessi udito qualcosa. Aspettavo con ansia che sollevassi gli occhi verso di me. Invece ti sei chinato per stringere il nodo al laccio di una scarpa, poi hai ripreso senza esitazione il cammino. A quel punto ho capito di non aver emesso alcun suono. Non possedevo la voce e tantomeno il fiato. Cosa ero diventato?

In preda al panico mi sentivo sempre meno lucido, e intanto continuavo a cadere. Una cosa, però, ora mi era chiara: cadevo lento, e intorno a me tutto era bianco. Qualunque fine mi attendesse, provavo il bisogno di incontrare un’ultima volta il tuo sguardo. Ma con quale gesto o quali parole avrei potuto reclamare la tua attenzione se non mi erano rimasti né voce né arti?

Ho iniziato, allora, a dondolarmi con tutte le mie forze. Cercavo di farmi trascinare da ogni filo d’aria per cambiare traiettoria e non restare parecchi passi indietro, in modo da attraversare il tuo campo visivo poco prima di terminare la discesa. Dopo diversi tentativi e qualche errato calcolo di distanza, mi sono finalmente trovato in posizione verticale rispetto alla tua fronte, a meno di un metro da essa. Ma tu hai sollevato gli occhi con distrazione e, senza riconoscermi, hai aperto l’ombrello. Decisamente poco morbido per essere un telo di poliestere!, è stata la prima riflessione che ha abbozzato la mia mente intorpidita quando, sollevate all’improvviso le palpebre a causa dell’impatto avvenuto, mi sono ritrovato come tutte le mattine sulla dura superficie del pavimento.

Innanzitutto, mi sono accertato di essere ancora fornito di gambe, braccia e tutto il resto. Poi, scongiurata l’ipotesi di non avere più un corpo, mi sono voltato verso il letto e ti ho osservato dormire. Senza più trattenere il fiato, ho provato a sussurrarti qualcosa. Dalla gola mi è uscito un caldo ti voglio bene. Scongiurata, quindi, anche l’ipotesi di non avere più la voce, ho soffiato un bacio sulle tue labbra che hanno subito assunto la forma di un ancora poco definito, ma promettente, sorriso. Poi il tuo sguardo ha messo a fuoco il mio viso e vi si è posato come una carezza, e ho avuto la prova definitiva di non essere mai stato per davvero, ai tuoi occhi, inconsistente e anonimo come un fiocco di neve.

 


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