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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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La scomparsa

Narrativa

Georges Perec
Alfredo Guida Editore

Recensione di Giuliano Brenna
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Pubblicato il 31/12/2010 12:00:00

Che cosa scompare veramente in questo arguto testo del noto scrittore francese, nonché membro dell’“OuLiPo” (si veda la nota a fondo pagina). Forse i personaggi che ad uno ad uno escono di scena, o forse il quinto volume di una bislacca enciclopedia? Tutte le supposizioni sono corrette e contemporaneamente sbagliate, la sparizione certa all’interno del testo è quella della lettera “e”, essa infatti non compare mai una volta, facendo del romanzo un enorme lipogramma, non solo, ad un certo punto anche la lettera “a” smette di esistere, ma solo per un breve capoverso. La scomparsa della lettera “e” – appariranno nel testo solo due “&” – attira a sé come in un vortice tutto il circostante, anche il quinto capitolo del libro si trasforma in una pagina bianca, si espande verso l’esterno risucchiando pagine e pagine di letteratura mondiale, compare il borgesiano “Zahir”, accanto a frammenti di “Moby Dick”, brani di Poe, e via così. La scomparsa della vocale ingenera una sorta di enorme marchingegno capace di mescolare la letteratura, la matematica, la filosofia e i discorsi accademici, restituendo così al lettore una realtà trasformata, differente, pallida ombra dell’originale e nuova creazione, con nuovi aspetti, significati. La trama del libro si svolge quasi vertiginosa, con racconti del passato e un presente in costante movimento e trasformazione, riesce quasi a confondere il lettore, la narrazione getta continui argomenti, legami, supposizioni nel corso del suo svolgersi, quando sembra tutto chiaro, tutto di nuovo cambia, grazie all’instabilità creata dalla mancanza della vocale.
I personaggi della vicenda hanno origini nomi e vite totalmente diverse le une dalle altre, ma alla fine sono tutti legati da un terribile filo, che è legame e condanna, ha dato loro la vita ma non esita a toglierla. Il primo dei personaggi che compare, dall’evocativo nome di Anton Vokal, apre il sipario sulle scomparse, perde il sonno, l’appetito, un volume di un libro, capisce che qualcosa di terribile sta per accadere, prima di sparire lascia dietro di sé alcuni scritti: un pangramma che dovrebbe aiutare gli amici a ritrovare lui, o il bandolo della misteriosa matassa, lascia i suoi compiti di scuola in cui Perec trasforma insegnamenti e luoghi comuni in briciole – come in Pollicino –. Inoltre Vokal lascia una raccolta di scritti (“sei madrigali arcinoti che tutti abbiamo studiato”), lipogrammati da Perec, quali “Aria Marina” di Mallarmè, che per l’occasione si trasforma in Mallarmus; “Booz Assopito” di Hugo; “3 brani di un figliastro di Capitan Aupick” (sublime ed enigmistica definizione per Baudelaire); tra cui il memorabile “placati mia doglia” meglio noto come “Raccoglimento”: “placati mia doglia, dal tuo angolo nascosto / Invocavi l’oscuro: sta arrivando qui […]” anziché l’arcinoto “Fa la brava, o mia Pena, e stà più tranquilla. / Tu invocavi la sera; essa scende; eccola: […]”; “I gatti” e “Vocali” (poteva mancare?) di Rimbaud.
Sembra quasi che nel costruire il racconto Perec abbia usato materiali di cui è intrisa la cultura, soprattutto occidentale, trasformandoli, azzoppandoli, trasformandoli in qualcosa di altrettanto sublime dell’originale, ma monco, orbato. Un gioco, anche, sapendo Perec grande enigmista, ma cosa si cela dietro al sublime marchingegno? Partendo da alcuni presupposti, quali la condizione di parentela che lega i protagonisti, la quadruplice presenza della “e” nel nome dell’autore, così come nel modo di chiamare i genitori (père e mère in francese), si nota che l’autore vuole denunciare una sorta di profondissimo sradicamento sia personale che sociale, privazione che ha modificato per sempre qualunque cosa. Infatti con “La scomparsa” Perec vuole denunciare, a voce altissima al mondo la enorme gravità della scomparsa di milioni di ebrei nei campi di stermino, con la loro scomparsa l’umanità intera ha perso qualcosa, qualcosa che non tornerà mai più e lascerà una sorta di cicatrice visibile da tutti e per sempre.
Un altro aspetto, devo ammettere geniale, oltreché singolare, della lipogrammatura del testo è che dalla sparizione di una vocale, che si porta dietro interi nugoli di parole, sorgono o riemergono altrettante parole, emergono dall’oblio intere schiere di parole quasi dimenticate, chiamate a sostituire quelle sparite. Anche qua si ravvede un richiamo alla Shoah, il non dimenticare chi è scomparso, ma anche il tentare di proseguire quel che era intrapreso, una scomparsa non è un annullamento, ma una ferita, che richiede anche l’impegno di tutti per tentare di riempire lo spazio mancante – quindi una chiamata ad essere vigili – apportando la propria singolarità e le proprie caratteristiche, ma tenendo sempre ben presente che chi è scomparso lascia un segno, così come il bianco, spesso presente nel testo, è un colore, visibile e presente, ma che di fatto nega la presenza degli altri colori.
Un’ultima considerazione riguarda il capovolgimento di quest’opera nella successiva “La vita istruzioni per l’uso” in cui Perec amplia un aspetto appena accennato ne “La scomparsa” ovvero le “collezioni” vertiginose di cose, personaggi, parole, oggetti legati da un fattore comune, o evocati a far da corollario alla mancanza della vocale “e”: “[…] un girocollo corallo, una giacca porpora, una cintura rosso bruciato, un foulard carminio, un cincillà arancio, collant rubino, guanti scarlatti, stivali rosso lacca con tacchi a spillo […]”, per una donna vestita di rosso; questo modello di collezioni impossibili, unito al movimento del cavallo nel gioco degli scacchi, sarà parte dell’ossatura portante del libro che l’autore pubblicherà nove anni dopo “La scomparsa”.
Il libro è sicuramente interessante per il rutilante uso di citazioni, di allusioni di parole dette e non dette, ma è anche una lettura piacevolissima e sorprendente, e senz’altro unica. Una menzione anche all’abilità del traduttore, Piero Falchetta (che cura anche la ghiotta postfazione), che è riuscito a ricostruire il mondo perecchiano aggirandosi tra i trabocchetti, le allitterazioni, le assonanze costruite per la lingua francese rendendo con abilità il tutto nella lingua italiana. Il libro è stampato come di consueto in inchiostro nero per tutta la parte priva della quinta lettera dell’alfabeto, le altre parti sono, chissà perché, in verde, e purtroppo qualche piccolissimo errore di stampa insinua il fatidico granello di polvere in un meccanismo perfetto, ma si tratta di rarissimi episodi.
Concludo con il geniale incipit:
“Trois cardinaux, un rabbin, un amiral franc-maçon, un trio d’insignifiants politicards soumis au bon plaisir d’un trust anglo-saxon, on fait savoir à la population par radio, puis par placard, qu’on risquait la mort par inanition."
Così tradotto:
“Quattro cardinali, un rabbino, un ammiraglio affiliato alla Gran Loggia, un duo di politicanti da strapazzo agli ordini di un trust britannico, hanno avvisato il popolo prima alla radio, poi con avvisi murali, di un grosso rischio, la mancanza di cibo.”
Infatti il prologo parla di un’altra sparizione, quella del cibo, che provoca una rivolta in tutta la Francia, qual è il cibo più importante, assolutamente necessario inalienabile per un popolo se non il linguaggio; e se qualcuno oltre a far sparire un popolo, oltre alla scomparsa di una vocale nell’alfabeto dell’umanità facesse sparire piano piano – o di colpo – tutte le altre lettere? Leggiamo il geniale romanzo di Georges Perec, e vigiliamo.




Nota:
OuLiPo: Ouvroir de Littérature Potentielle, traducibile in italiano “officina di letteratura potenziale”.
Il gruppo definisce il termine littérature potentielle come la “ricerca di nuove strutture e schemi che possano essere usati dagli scrittori nella maniera che preferiscono”.
Si usano dei vincoli come strumenti per stimolare le idee e l’ispirazione; tra i più rilevanti la “macchina crea-storie” di Georges Perec da egli usata nella costruzione del romanzo “La vita istruzioni per l’uso” (La Vie mode d’emploi). Oltre alle tecniche più consolidate come i lipogrammi e i palindromi, il gruppo inventa nuove tecniche, spesso basate su problemi matematici e/o scacchistici, come quello delle permutazioni e il giro del cavallo.
Membri al 2002. (Si continua ad essere annoverati tra i membri anche dopo la propria scomparsa).
Noël Arnaud, Marcel Bénabou, Jacques Bens, Claude Berge, André Blavier, Paul Braffort, Italo Calvino, François Caradec, Bernard Cerquiglini, Ross Chambers, Stanley Chapman, Marcel Duchamp, Jacques Duchateau, Luc Etienne, Frédéric Forte, Paul Fournel, Anne Garetta, Michelle Grangaud, Jacques Jouet, Latis, François Le Lionnais, Hervé Le Tellier, Jean Lescure, Daniel Levin Becker, Harry Mathews, Michèle Métail, Ian Monk, Oskar Pastior, Georges Perec, Raymond Queneau, Jean Queval, Pierre Rosenstiehl, Jacques Roubaud, Olivier Salon, Albert-Marie Schmidt.

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