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Il moscardino

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 10/11/2017 19:59:34

Scomparire è ancora meglio che tuffarsi sott'acqua: al costume dei ranocchi, preferisco quello dei topi. Non penso, però, a quelli neri e grigi delle case e dei giardini, ma al topo giallo-rosso della foresta tropicale, che somiglia ad un minuscolo scoiattolo. Si nutre di noci, di cui nel primo autunno reca una provvista nel suo nido invernale. Là, dorme ben nascosto per sei mesi o più, mentre le folglie cadono sul terreno boschivo e le ricopre poi la neve.

Io ho preso le mie precauzioni secondo il suo modello. Il moscardino, o topo di nocciole, è parente della marmotta: fin da bambino mi raffiguravo la vita di questo sognatore altamente comoda. Non è un caso che, dopo la morte del padre, io mi sia smarrito in questo mondo protettore. Nella mia solitudine, nel solaio di casa, io mi tramutavo in moscardino. Per anni, esso fu il mio animale totemico.

Mi sono cercato, ai margini della foresta, un posticino per la mia tana. Il foro d'ingresso non dovrebbe trovarsi al livello del suolo, è meglio una fessura nella roccia o dentro un tronco cavo. Di là iniziai a scavare il cunicolo, giorno per giorno, sempre più in fondo, raschiando fuori il terriccio, che poi sparpagliavo perché non ne rimanesse traccia.

Una volta giunto abbastanza in fondo, scavai un secondo cunicolo verso l'alto, come uscita di sicurezza. Per ogni ingresso bisogna provvedere alla sortita, per ogni via pensare al ritorno: questo mi risultava chiaro fin da allora. Il lavoro doveva avvenire in assoluto silenzio e con cautela; dall'alto vi era di giorno la minaccia dello sparviero, e di notte del gufo, al suolo animali ostili, in primo luogo la vipera – il moscardino è sempre minacciato. È il tributo che paga alla sua libertà.

Dopo aver scavato i cunicoli, si passava all'abitazione, una comoda cameretta, non troppo piccina, né troppo grande. Che vi potesse stare anche una femmina, non mi veniva ancora in mente. Nemmeno per la mamma c'era da provvedere: era presente ovunque, era la tana stessa.

Una volta apprestata la cameretta e levigato bene il suo ovale, scavai il cunicolo di approccio alla dispensa. Questo era più grande, con una curvatura a forma di focaccia: con un granaio simile non vi sarebbe stata penuria. Non bisognava dimenticare nemmeno quel certo posticino: il moscardino è celebrato per la sua pulizia. Non ha il sentore degli altri topi, soltanto in primavera emana un profumo di muschio. Il posticino nell'inverno si sarebbe riempito di grani neri: anche in questo, non pensavo solo alla bocca, ma anche allo scarico.

Dopo la costruzione, passai all'arredamento. Per un giaciglio in cui occorreva trascorrere, sognando, l'inverno, le piume più fini erano giusto quel che ci voleva. Conoscevo luoghi ove la scelta era già fatta: i nidi degli scriccioli e dei regoli. Ne andai in cerca, non appena udivo il «si-si-si» dei regoli: è il richiamo quando la covata ha preso il volo. Il moscardino si arrampica cauto fra i rami. Trovai lassù le piume ch'essi si erano strappati, le fibrille che vi avevano trasportato, e me ne presi la mia parte.

Ai margini della foresta, s'inerpica tra le ortiche e le scabiose la cùscuta trifoglina. Essa merita il suo appellativo perché forma cuscini di fili morbidi come seta, che nel primo autunno inaridiscono. Anche di questi feci raccolta: li intrecciai al mio giaciglio e vi aggiunsi rose canine e foglie di biancospino.

Lavoro volentieri: coi piedi trattenevo le fibre, con mani e bocca le intessevo. Vi riuscivo senza fatica, sebbene avvenisse al buio. Quando le materie sono gradevoli al tocco e al movimento, il lavoro può diventare un gioco: il godimento materiale si trasforma in piacere spirituale.

Tale era il mio umore nella tana, e si intensificò al cadere delle prime noci – con un suono che disinguevo fra tutti. Era come un bàttito, un annuncio. Così è la profezia che prediligo. Non vuote promesse, ma fenomeni, una piccola moneta spicciola, materiale. Io sono come Tommaso: mostra le tue piaghe! Allora mi convinco. Presto le noci caddero in gran copia; se il vento passava nel fogliame, era come se grandinasse.

 

© Paolo Melandri (10. 11. 2017)


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