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Il peso della spesa

di Ivan Pozzoni
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Pubblicato il 13/01/2018 00:02:13

 

     Essendo nullatenente e vittima della sindrome di Bennet (come tutti i maschi, entro in un centro commerciale senza un elenco debitamente autorizzato da una donna ed esco con 150€ di referenze inutili), ho deciso di dedicare un intero pomeriggio ad effettuare un pellegrinaggio tra i discount di Monza. Lì – ho notato- entro senza elenco e mi è lecito sbizzarrirmi in un’imbarcata di cose inutili a 50€ a discount, uscendo con due carrelli colmi di roba da fare marcire in frigor. Primo discount, esco con borsa di stoffa, approntata all’evenienza, con 10 kg di bresaola di black angus, dieci confezioni di miele della Val Brembana, 2 kg di cioccolato (Ambra) e – dato il marchio tedesco del discount- würstel e salsicce viennesi con scadenza 2028. Passo al secondo discount, con seconda borsa di stoffa sdrucita, apparecchiata all’evenienza: acquisto roba utilissima, come dieci confezioni di bastoncini di surimi, ravioli al rafano, al black angus, allo speck/ricotta/gamberi/porcini/ananas e al finto tartufo d’Alba, 3 kg di affettato di carne di bovino in scatola e dieci barattoli di crema tartufata (culto orgiastico dell’amore mio, che la spalma su ravioli, insalata, black angus, cioccolata e sullo stick lucidalabbra). Dotato di due borse, concentrate, delle dimensioni di 50 cm e del fardello di 37 kg, una nella mano destra, e una nella mano sinistra, avendo tuttora la limitatezza di avere due sole mani, mi accorgo, con orrore, di non avere comperato l’acqua. Perché deve essere notizia diffusa ai media: l’amore mio non beve acqua se non sia acqua naturalissima, raffinata, di sorgente tibetana colta a cavallo di muflone da raccoglitore birmano ambidestro. Non mi resta che sfidare la sindrome Bennet: lascio, in macchina, i contanti rischiosi (50€), conducendo con me unicamente 20€, in un estremo tentativo di disintossicazione entro bendato, e, all’ingresso del supermercato, mi faccio totalmente avvolgere dal sacchetto di plastica antitaccheggio (o antitacchinaggio, come sosteneva una mia impiegata in Sigma) abbondantemente dispensato a fini inutili. Guidato dal cane-guida Bennet, mi faccio indirizzare agli scaffali dell’acqua: infilo nel trolley (…) due confezioni di acqua, raffinata, di sorgente tibetana colta a cavallo di muflone da raccoglitore birmano ambidestro, schiaccio il cane-guida Bennet sotto il trolley e mi distraggo. C’è l’amaro Montenegro, in offerta (a 9,99€, invece che a 10). Metto nel trolley l’amaro, mi dirigo alla cassa automatica, non riuscendo a esimermi dall’asportare dieci confezioni di RiceSnack dietetici (sono grasso) dalle ammiccanti scaffalature in teak del Bennet. Dopo i venti minuti canonici di tentativi di sparare, con i famigerati scanner («pistole»), che, essendo stato direttore logistico di un immenso Ce.di alimentare, contribuivo a progettare, sull’introvabile EAN delle confezioni d’acqua, sotto lo sguardo scocciato dell’inserviente (nemesi logistica), noto la cifra: 37€. Dio buono: tira fuori la carta di credito, infilala nell’apparecchio, trova l’indicazione dell’indicazione di dove trovare il PIN, trova l’indicazione di dove trovare il PIN, trova il PIN, fatti odiare da decine di individui in coda, dietro di te, con in mano mezzo uovo, inserisci il PIN, raccogli, correndo, le tue sei referenze a costo 37€, assumi coscienza della tua incurabile sindrome di Bennet ed esci. Borsa di stoffa discount 1 e confezione d’acqua nella mano sinistra; borsa discount 2 e confezione d’acqua nella mano destra, borsetta in acrilico, altamente biodegradabile (6 minuti di resilienza), in bocca, e: chiamata sul cellulare. È Ambra, i miei dolci 9 / 10 che mi hanno fortemente sollecitato ad evitare, come la lebbra, cubiste e strip-teasers boeme, che mi chiama: attendo determinato, certo di arrivare a casa in dieci minuti. Bardato come un mercante siriano sulla via della seta, straziato dai sensi di colpa, ho la deleteria idea di recarmi in Posta a recuperare denaro dal Postamat (funziona una volta su tremila) e, dopo trecento squilli dalla donna che Hiroshima ha disseminato sulla mia atmosfera, ricevo una chiamata, impellente, dal mio editore. Gli argomenti erano scottantissimi: dovevo rispondere. Biodegradato il sacchetto Bennet, infilo a casaccio i 37€ nelle tasche del cappotto, nelle calze, e nel cappello, e rispondo tenendo il cellulare tra i denti. Su di me si abbatte il solito disastro: Lorena, il mio editore, abbisogna di me, in maniera inderogabile, sedici minuti a settimana, e, di norma, mentre ho: borsa di stoffa discount 1 e confezione d’acqua nella mano sinistra; borsa discount 2 e confezione d’acqua nella mano destra; 37€ di Bennet sparso tra cappotto, calze e cappello, e Postamat dietro alle orecchie. Due ore, dico, due ore, di telefonata! Facendo pratica del mio inesorabile futuro, mi sdraio come un clochard su una panchina davanti alla Posta, con le borse addosso, cercando di succhiare l’amaro Montenegro dalla bottiglia. Due ore di telefonata! E, nel frattempo, sotto la chiamata, centosettanta messaggi di Ambra. Litigo, bestemmio, mi infervoro, un cane mi strappa il black angus dalla borsa, un celerino mi intima di sgombrare verso la Caritas, chiudo la telefonata e mi incammino, ingobbito, verso casa. Davanti al cancello ricevo un’altra telefonata. Papà, categorico: «Ivan, Ambra ci ha telefonato e ci ha detto che sei sparito! La mamma è terrorizzata»; io: «Pà, sono andato a fare la spesa, mi ha chiamato il mio editore, sono davanti a casa con un dromedario sulle spalle»; lui: «Non fare l’idiota, rasserena tua madre. Ambra dice che sei sparito»; io: «Sono al telefono, il Bennet non affitta muli, o rispondo a mamma o butto tutto a terra». Mamma: «Sei vivo? Ambra ha chiamato, dice che sei sparito. Sei sparito?»; io: «Mà, cazzo, sono andato a fare la spesa, sono carico di roba, ti chiamo dopo»; lei, stizzita: «Per forza, va a far la spesa ed è grasso. Non entra nei vestiti. Come farà a trovare lavoro, a fare carriera, a…»; io: «Lavorerò ancora coi supermercati». Rasserenati i miei sulla mia esistenza ontologica, con le ultime forze mi trascino verso casa, trovo l’uscio chiuso, miagolo disperatamente (nella speranza che, Ambra mia, scambiandomi con la Peppa, il micio del padrone di casa, mi faciliti l’ingresso), Ambra apre e incazzata mi dice: «Dove cazzo sei stato?». Io, carico come la mula di Parenzo: «Sono andato a giocare a bocce»; lei: «Pensavo fossi morto: ho chiamato i tuoi, i miei, i miei dei tuoi, i tuoi dei miei, ambulanza, carabinieri, cliniche, manicomi, obitori e ti ho mandato centosettantuno messaggi». «Perché non mi hai chiamato – dico io innocente- avresti trovato il telefono occupato, comprendendo che ero al telefono con qualcuno»; Ambra: «Se ti chiamo, ti incazzi» (…). Frugando nelle borse: «Hai comprato il black angus?»; io: «No: me l’ha strappato un cane mentre io, sdraiato su una panchina davanti alla Posta, cercavo di convincere un celerino di non essere un barbone». «Gli altri si spezzano la schiena tutto il giorno, e lui sempre a scherzare». Guardo il cellulare, e visualizzo: «Amore, intanto che sei fuori, compra una confezione di Scottex» [Ambra]. Il che è bello e istruttivo.


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