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Il maestro di biliardo

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 01/02/2018 17:06:50

“Chi di noi può dire di non aver avuto maestri nella vita? Io no di certo, anzi devo ammettere che ne ho avuti molti, un numero talmente alto che penso di non riuscire nemmeno a contarli. Il fatto è che fin da ragazzo mi guardavo in giro e vedevo tutti più belli, bravi, intelligenti e capaci di me.”...

… come potrei dimenticare, per esempio, Massimo. Lui aveva un altro nome, che ho scordato, ma tutti lo chiamavano così perché era un campione di biliardo. Il massimo, per l' appunto. Nessuno può dire che abbia mai perso una partita, anche se pur di giocare lo faceva ad handicap, regalando punti agli avversari di turno. Io nemmeno la ricordo una sua sconfitta, ed allora ecco spiegato perché lo studiavo attentamente e cercavo di imparare i suoi colpi segreti, eleggendolo a mio maestro.
Aveva qualche anno più di me, e giocava contro quelli ancor più grandi, Massimo. A soldi, per giunta. Io sedevo su una sedia nell'angolo della sala e mi annotavo nella mente il suo modo di usare la stecca, mai uguale; per ogni tiro c'era una posizione delle mani di appoggio, un particolare effetto, un colpo. Era uno spettacolo solo guardarlo, e poi a me piaceva perché era uno spaccone, come nel film. A volte faceva passare la stecca dietro la schiena, e si piegava ad arco. Poi chiudeva gli occhi, tirava e faceva punti. Paul Newman a lui faceva un baffo, anche come attore, giuro.
« Cinque punti e messa... », dichiarava dopo aver studiato tutte le possibilità.
« Boooooooom... » rispondevano gli avversari e gli spettatori, all'unisono.
« Giacomo, tu che dici...non fai booooom? », mi diceva sorridendo intanto che si piegava pancia in giù sul tavolo verde, alzando una gamba al cielo, piegata ad arte per far notare le scarpe nuove, comprate coi soldi vinti l'ultima partita.
Io mi sentivo orgoglioso che lui mi reputasse adulto, era il solo a non chiamarmi Giacomino, ed allora rispondevo a tono, serio serio, preso dalla parte:
« No, non faccio boooooom, io dico che ce la fai... »
E così accadeva, sempre; aveva la precisione di un orologio svizzero. Se dopo aver fatto i cinque punti non ne usciva la messa, poteva capitare, per lui era un colpo fallito. Allora si accendeva una sigaretta, guardava il gommino della stecca, e lo ingessava per bene. Poi, spavaldo, ma in tono bonario, dimesso, lanciava una borra al padrone del bar:
« Michele... o compri le stecche o cambi i gommini. »
Fenomeni così ne nascono pochi, in un paese come il nostro, poi. Eppure era talmente bravo che a volte guardava con gli amici i campionati alla televisione, italiani ma anche mondiali, e dopo un gran tiro del vincitore aveva la sua da dire:
« Bel tiro... ma facile »
Una volta si superò, perché dimostrò che il gran campione, non ricordo chi fosse, aveva preso una decisione sbagliata. Dopo l'applauso degli amici per il gran colpo di colui che aveva vinto il titolo, sbottò:
« Ma chi applaudite, uno che ha scelto il tiro più facile e meno redditizio? »
« Perché, tu avresti fatto meglio? » era la domanda collettiva. Anche Michle era curioso, ed allora offriva l'orologio delle biglie, magari per mezz'ora, pur di vedere cosa s'inventava Massimo. Lasciava il banco e si accostava al biliardo, un Mari extra lusso con le sponde in finta radica che era il suo fiore all'occhiello.
A quel punto partivano le discussioni, e le scommesse. Io ero scombussolato, mi girava la testa; arrivavano gli aperitivi, e venivano messe le banconote in palio sotto il portacenere. Lui era talmente sbruffone che quella volta arrivò a dire:
« Oggi sono a grana, pago doppio se non faccio meglio di quell'americano.. Chi punta cinquanta, prende cento. »
I soldi erano parecchi, a me facevano paura, temevo sempre qualche lite o discussioni strane che potessero degenerare. Quando ci sono i soldi di mezzo, si sa.
Venivano posizionate biglie e pallino sul biliardo, ed iniziavano le controversie. No, il pallino era più in qua, almeno cinque centimetri. La biglia stava più vicina alla sponda, e via discorrendo. Quando tutti avevano accettato la posizione, e Michele dava il benestare, Massimo iniziava il suo show.
Si levava la giacca, la sistemava con cura su una sedia, poi si accendeva una sigaretta. Ricordo che fumava pesante, quelle francesi dal nome improponibile. Poi si spalmava le dita della mano sinistra di borotalco, per far scorrere bene la stecca, ed iniziava a preparare il gommino con colpi di gesso secchi e precisi, dall'alto verso il basso. Faceva ruotare la stecca e ripeteva almeno tre volte l'operazione. Io credo che cercasse la calma, con quei gesti.
Mentre completava l'operazione, aveva l'abitudine di dire:
« Calma e gesso... è quello il segreto. »
Girava intorno al biliardo e posizionava la stecca sul tavolo, studiando le traiettorie. Si abbassava con gli occhi all'altezza del piano, e faceva pure dei segni sulle sponde, leggeri, con il gesso blu della stecca. Sembrava un geometra.
Quella volta sentenziò:
« Sette sponde con la mia biglia, cinque punti e messa... della messa non sono sicuro »
Iniziò la discussione. Cinque punti li aveva fatti anche quel campione, con un tiro più facile, senza fare la messa. Dove sarebbe stato il miglioramento del colpo di Massimo, sostenevano gli altri.
Fu così che dovette accettare il fatto che nella scommessa fosse compresa la messa.
Si piegò, allungandosi sul tavolo, e cominciò a far scorrere la stecca dentro l'indice, che aveva formato un cerchio, sostenuto da tutte le altre dita in appoggio sul palmo della mano.
Con la stecca scorreva svelto e si fermava ad un centimetro dalla biglia. Ogni volta pareva fosse il colpo buono, ed invece si fermava. Poi, finalmente, il colpo sordo della stecca sulla palla d'avorio. Aveva impresso un effetto esagerato a sinistra e la biglia scivolava sulle sponde ruotando come un mappamondo, in senso orario. Prima sponda, seconda, alla terza schivò di un niente la buca di mezzo... mi accorsi che a quel punto gli era nato un sorriso beffardo sulle labbra.
« E' fatta ragazzi, il peggio è passato, la buca. Ora guardate e imparate... » , diceva mentre faceva il gesto di alzare il portacenere con i soldi.
Eravamo tutti ipnotizzati da quella biglia e quando dopo sette sponde colpì quella avversaria, fece gli otto punti fermando le biglie in una posizione che una palla non “vedeva” l'altra, cioè in messa, ci sembrò di aver assistito ad una magia. Massimo, a quel punto, insisteva a fare lo spaccone, ma in modo meno eclatante: doveva dimostrare che per lui era stato facile, quel tiro, quindi non esultava. Si metteva i soldi in tasca, accendeva una sigaretta ed offriva da bere.
A me quel tiro l'ha insegnato più tardi, quando ero già grande; non era un colpo facile, ci volevano molte abilità pur sapendo come e dove colpire la biglia. Ma basta poco per sbagliare e combinare un disastro... le sette sponde amplificano l'errore, giocoforza.
Ancor oggi lo ricordo, ed a volte quando trovo un biliardo libero lo provo, ma mi va bene una volta su dieci, è questa la differenza.
Massimo l'ho visto perdere una sola volta, a biliardo, ed anche gli amici del bar rimasero di stucco.
Entrò con una bionda più alta di lui, bella come il sole, sembrava straniera, pelle bianca ed occhi azzurri. Cominciarono a giocare dopo aver messo un centone sotto il posacenere, e si guardavano in cagnesco, senza una parola. Che lei fosse muta, ci chiedevamo, oppure non capisse la lingua.
Massimo era teso, preoccupato, giocava bene sì ma lasciava sempre buon gioco a lei che non sbagliava un tiro. Lui sembrava soggiogato, intimorito. Quando andò a pagare il conto e l'orologio, mentre lei si prendeva i soldi da sotto il portacenere, Michele gli disse:
« Proprio con una donna dovevi perdere?... non ti chiami più Massimo, per me. »
Lui sorrise, si avvicinò alla ragazza, le circondò la vita e le diede un bacio da film, sulla bocca. Poi disse, guardandola negli occhi:
« Quando c'è l'amore, è bello perdere... »
Poi, rivolto al barista:
« Massimo sono e Massimo resto, anche se ho un debole per le belle donne... »
E mentre usciva abbracciato alla sua bella noi lo seguivamo con lo sguardo, che per me era di ammirazione e, per qualcuno, d'invidia.

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