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L’anabasi breve di Firmino, il cavaliere mite.

di Claudio Bosco
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Pubblicato il 13/02/2018 15:31:28

 

Dalle grotte millenarie il profumo di muschio e di licheni si faceva più intenso, quell'inizio di primavera dell'anno del Signore 1193, e si fondeva col ruscellare allegro dell'acqua del ramo di fiume lì vicino.

Era l'alba. Il vecchio eremita uscì dalla capanna di legno e paglia appoggiata alla fredda roccia e, fermatosi sotto alla volta d'ingresso della sua grotta, chiuse gli occhi e pregò: "Deus, Deus meus es tu, ad te de luce vigilo. Sitivit in te anima mea, te desideravit caro mea...".                                                                                                                                                     Riaprì gli occhi e vide in alto il falco che negli ultimi dieci anni gli recava l'annuncio dell'arrivo prossimo di un viandante. "Qualcuno arriva da Tarvìs", pensò. E  passeri, fringuelli e allodole, cessate all'improvviso le lodi cinguettanti al Creatore, con rapido frullare d'ali diedero conferma dal boschetto alla sua destra. Era un cavaliere. Il cavallo risaliva piano il sentiero che mena al fiume, segnale della sonnolenza da cui il giovane si era fatto prendere nell'ultimo tratto. L'eremita rientrò e si mise ad accendere un fuoco. Il guerriero, lasciato il destriero, stette per  qualche istante all'ingresso, in silenzio, con espressione riverente. La natura selvaggia del luogo e la vita dell'uomo di preghiera quasi lo imponevano.

- Vieni avanti, mio giovane amico. Scaldo un po' di latte... Ho qua della farinata d'avena.

Pochi minuti e l'anziano ospite depose sul piano di un gran sasso che fungeva da tavolo due ciotole e una specie di rozza, grande scodella con una polta densa e scura.

- Mi chiamo Firmino e devo raggiungere la guarnigione di Castel d'Ard.

Il vecchio versò nella ciotola del latte fumante e sorrise.

- Che cosa ti porta in questo luogo?

Il giovane aveva occhi verdi, screziati di grigio perla. Sedutosi su di un grezzo sgabello di quercia, sorbì la bevanda a rapidi sorsi. Asciugatasi col dorso della sinistra la peluria imbiancata dal latte, rispose:

- Potrei morire presto. Può accadere, ma lo sa il Cielo. Ho ventuno anni e mia madre ha me soltanto, al mondo...

Si fermò pensieroso.

- In città qualcuno mi ha parlato di Voi e ho deciso di passare di qui per farvi una domanda...  Ma, Vi prego,  bevete prima il vostro latte.

L'eremita si mise a sedere sul ceppo di fronte, portò la ciotola alle labbra e bevve piano. Dopo un lungo istante di silenzio:

- Dimmi pure, Firmino, mite e intrepido Cavaliere.

Il giovane esitò un poco: gli occhi cerulei del vecchio parevano riflettere la luce del mattino, in perfetta sintonia con la pace che il nuovo giorno spandeva tutto attorno.

- Se dovessi morire combattendo, a chi dovrei aver dedicato il servizio della mia spada?

Il sant'uomo chiuse gli occhi e poi prese a recitare: "Davvero impavido e protetto da ogni lato, quel cavalier che riveste l'anima con la corazza della fede... E rallegrati, o forte! Se vivi, vinci nel Signore; ma ancor più esulta e sii fiero, se morirai: ti unirai al Signore, nella sua gloria ".

- San Bernardo!, - gli fece eco il cavaliere, sorridendo con lo sguardo.

L'eremita comprese che il giovane non temeva la morte.

- Sembreresti forte abbastanza da servire nella Milizia nuova, secondo la regola scritta dal santo Abate di Clairvaux...  A servizio di chi sei, ora?.

- Del Comune di Tarvis.

E, dopo un attimo:  - Foste forse Cavaliere, un tempo?

- Negar nol posso: fui Cavaliere, sì, e della casata di Collalto.

- E alla seconda Crociata?

Il vecchio scosse il capo. - In quegli anni ero poco più che un bambino. Essa fallì, ma Dio mi fe' la grazia, anni dopo, di combattere la crociata più importante... che ancor dura, qui, in questo romitorio. Per rispondere alla tua domanda: Martino, il futuro vescovo di Tours, battezzato che fu, servì ancor vent'anni il suo imperatore. Lasciato poi il mantello candido della guardia imperiale, scelse di vestire la sola tunica del discepolo di Cristo....

Il vegliardo trattenne con gli occhi un ricordo felice e concluse: - Se capiti dalle parti dell'Ard, non scordare di visitare le forre dalle rocce colorate....

Firmino mosse appena il capo, con gesto affermativo. Ma non conosceva ancora la Valbelluna. Dalla sacca di cuoio trasse fuori del pane bianco e lo porse al vecchio, chiedendo una preghiera. Salutatisi con un semplice sguardo, risalì a cavallo e guadò velocemente. Al limitare del bosco di là dal fiume arrestò il cavallo, si volse e salutò alzando un braccio. Indi sparì nel folto.

Disceso prudentemente il colle selvoso, decise che avrebbe percorso il canàl de san Bòit. Risalire il Piave? Troppo pericoloso: finita la tregua di Dio, imbattersi in una pattuglia di cavalieri bellunesi non sarebbe stato buon partito. Giunto a Tovena prima di mezzogiorno, si fermò a mangiare alla taverna, dopo aver affidato la bestia allo stalliere del villaggio.

Non aveva mai fatto quella strada. I colleghi anziani gliene avevano parlato come di un percorso per giovani senza paura, o per capre. Salendo, presto dovette scendere dalla cavalcatura: il sentiero era aspro, a tratti invaso da piccoli smottamenti del terreno e solcato da rivoletti d'acqua di pendìo. Dopo due ore di fatica ed equilibrismi arrivò al Passo. Alla Muda fece rifocillare il corsiero.

Il sole tramontava ormai, lanciando da dietro alle Dolomiti Bellunesi un trionfo di raggi d'oro, vermiglio e giallo sfavillante. Arrivò al villaggio alpino di Tortal prima di notte e, volendo visitare la forra multicolore poco lontana, si accordò con un pastore del posto per un compenso di tre soldi. Fuori della taverna, s'immerse nell'aria fredda che odorava di bosco e stette per un po' a contemplare il cielo, cosparso di miriadi di stelle che mai aveva ammirato sì scintillanti e vicine.

Passò la notte in una stalla, avvolto nel mantello. Al canto dell'allodola era già col suo silenzioso accompagnatore sull'orlo del raro prodigio della natura, i Brent de l'Art.

Il rosso e il cinerino della rocce calcaree attendevano il sole, che solo quasi allo zenit, e per poco tempo, li avrebbe resi vivi, accesi del loro antichissimo e sinuoso fulgore.

Lasciò libero il pastore di tornar alla sua greggia e scese con movimenti cauti sino al fondo. L'acqua gelida e cristallina del torrente, umettatosi il volto con una pezzuola di grezzo cotone, gli fece sovvenir l'eternità del suo destino e, posata la spada nel letto sassoso del torrentello, elsa cruciforme nell'acqua, pose un ginocchio a terra e pregò.

Raccolte tre pietruzze lisce e colorate per sua madre, tornò verso il villaggio. A metà strada scorse due uomini venirgli incontro di corsa, con un cavallo alla briglia. Qualche istante dopo riconobbe il pastore e lo stalliere.

- All'alba hanno attaccato in forze Castel d'Ard ed è caduto!

La notizia scosse Firmino  profondamente. Un messaggero, fatto uscire da un cunicolo prima della caduta del castello, aveva appena recato la notizia ed era ripartito subito per il Passo, ad avvisare i doganieri di mettersi in salvo.

Che fare? Tornare a Tarvìs? Che ne sarebbe stato del suo onore?

Ripensò per qualche istante alle parole dell'eremita e, preso dalla borsa il denaro che gli restava, lo diede ai due con un sorriso.

Questi, esterrefatti, lo videro montare svelto a cavallo e partire al galoppo nella direzione del castello.

Un fumo lontano annunciava che già era stato dato in pasto al fuoco. Firmino sentiva crescere dentro la paura e il coraggio.

Forse, avrebbe potuto salvare una vita, o più.

Arrivato in vista dell'assedio lampo ormai concluso, scese da cavallo. Tolte le armi, le protezioni che portava sul corpo ed i calzari, li fissò alla sella. Infine, conducendo la nobile bestia per le briglie, avanzò con passo risoluto, rivestito della sola tunica.

Quale fu lo stupore dei vincitori, al veder un nemico disarmato avanzar in tale arnese, si può facilmente immaginare.

Firmino si consegnò con fierezza ed umiltà, chiedendo salva la vita dei cinque suoi colleghi superstiti. Aveva compiuto l'impresa.

                                                                                      Claudio Antonio Bosco

 

* Premio Speciale della Giuria - Sezione racconti - Trichiana (BL), 30 Settembre 2017

   XVI edizione del Concorso letterario promosso da L'Azione, settimanale cattolico della diocesi di Vittorio

   Veneto.

 

 

 

 


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