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Nina o della felicità

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 14/04/2018 22:11:17

Andrea ascoltava appena. La scala era stretta e buia, a ogni svolta credeva, sperava veder sbucare di non so dove la sconosciuta, ancora in cima davanti all'uscio di Nina si aspettava di vedersela guizzare davanti. Ora gli sembrava fuori di ogni dubbio che tra i due gesti c'era un misterioso rapporto: che anche il braccio della donna dolente levato quasi a scongiurare, a implorare, doveva essere rivolto a lui come l'invito della giovane. La smania, l'impazienza di scoprire chi fosse quella creatura incomprensibile, poteva a stento sopportarla; una cosa sola gli dava un poco di pace: per vederlo un istante ella aveva trovato la strada in modo incomprensibile, un alto muro, sotto il quale scorreva forse l'acqua, non le aveva impedito di compiere ciò che pareva negato ad ogni creatura, salvo a un gatto, e non aveva esitato a far correre il sangue dalle proprie dita. Ella avrebbe saputo ritrovarlo in ogni luogo, a ogni ora.

Trovarono madamigella Nina distesa sul canapè in un atteggiamento comodo e aggraziato. Era tutta chiara e tutta amabili curve tenere. Aveva i capelli biondo chiaro che parevano d'oro pallido e li portava senza cipria. Tre cose, tutt'e tre deliziosamente arcuate e l'una in accordo con l'altra, le sopracciglia, la bocca e la mano, si levarono con espressione di tranquilla curiosità e di grande amabilità incontro all'ospite che entrava.

Un quadro senza cornice era appoggiato al muro da rovescio, un taglio come di coltello correva attraverso la tela. Zorzi lo sollevò da terra, lo osservò e lo portò via scuotendo la testa, senz'altro aggiungere, uscì.

Nina guardava davanti a sé come distratta; sul suo labbro superiore, arcuato come le sue sopracciglia, e come abbandonato a qualcosa che doveva venire, era sospeso un sorriso, e sembrava attendere un bacio. Andrea si chinò senza saperlo e fissò incantato quelle labbra socchiuse. L'immagine di Romana affiorò per un attimo, per dissolversi subito nell'aria. Egli sentì qualche cosa di infinitamente dolce e di pauroso insieme scendere lento e sciogliersi nel suo cuore.

Ora siamo soli, – disse – ma chi sa per quanto. – Fece per prendere la mano di lei e non la prese, ché gli parve di sentire la mano di Zorzi sulla maniglia della porta. Si alzò e si avvicinò alla finestra.

Andrea guardò dalla finestra e vide sotto di sé un grazioso giardinetto pensile. Sopra una terrazza c'erano piante di aranci in mastelli, in cassettine di legno fiorivano gigli e rose, e rose rampicanti formavano una galleria e una piccola pergola. Nel mezzo c'era persino un albero di fico con alcuni frutti maturi. Egli chiese: – Il giardino le appartiene?

Non appartiene a me, lo prenderei tanto volentieri in affitto, – rispose Nina – ma non posso dare a quella gente avida quanto ne chiede. Fosse mio, ci farei una vasca e una piccola fontana – Zorzi dice che si può – e una lanterna dentro la pergola.

Andrea si vide entrare dai vicini, contare sul tavolo il denaro per l'affitto, e ritornare da madamigella Nina col contratto in mano. Nella fantasia dava già ordine di alzare il cancello intorno al giardino: rose rampicanti e convolvoli correvano su per aste leggere e facevano del piccolo spazio una stanza viva, in cui dall'alto si affacciavano le stelle. La brezza notturna vi passava scherzando, impediti gli sguardi indiscreti dei vicini. Su piccole tavole stavano coppe di frutta, tra lumi sotto campane di vetro. Nina giaceva sopra un divano in uno scialle leggero, quasi come ora dinanzi a lui. Ma in che modo diverso egli stava dinanzi a lei – come in un sogno sentiva quell'altro se stesso: non era una visita occasionale, che ogni scricchiolare di porta riscuote, cui è concesso un incerto e distratto quarto d'ora; egli era l'amico legittimo, il signore di questo giardino incantato e il signore della sua signora. Si perdette in un vago senso di felicità, come se vibrasse in lui il suono di un'arpa eolia. – Egli non sapeva quanto poco necessario fosse tutto questo, che anzi l'attimo seguente gli avrebbe forse donato quella felicità.

 

© Paolo Melandri (14. 4. 2018)


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