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L’uomo della porta accanto

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 23/05/2018 16:12:56

La storia con il mio vicino di casa è iniziata all'alba di un giorno di marzo, poco prima che arrivasse la primavera. Erano passate appena le cinque, ed io ero pronta per il viaggio che mi aspettava di lì a poco: dovevo andare a Milano per un appuntamento di lavoro, fissato tassativamente alle dieci presso la sede commerciale di un importante atelier. Avevo scartato le altre possibilità, aereo o treno, e pertanto non mi restava altro da fare che collaudare la mia nuova vettura, acquistata con gli ultimi guadagni: una versione Suv della Mini Morris. Mentre uscivo di casa con la pesante valigia, ci incontrammo sul pianerottolo. Lui trasandato e vagamente alticcio, io pimpante e vestita elegante. Mi salutò con un breve cenno della mano, e in quel momento pensai che probabilmente era la prima volta che lo faceva da quando era venuto ad abitare nell'appartamento accanto al mio, sei mesi prima. La cosa che mi colpì fu il modo strano con il quale mi salutava, mentre cercava di infilare le chiavi nella toppa: mano destra alzata, quella libera dal mazzo di chiavi, ne dedussi quindi che era mancino, e le dita che si muovevano ondeggiando, quasi fosse un pianista che sta suonando il volo del calabrone, come in quel film meraviglioso: “ La leggenda del pianista sull'oceano ”. Mi accingevo a sollevare la valigia, dopo aver mormorato un “salve” piuttosto informale, quando sentii la sua mano sfiorare la mia, spostarla delicatamente ed infilare la sua nella robusta maniglia. In quel momento sentenziò: « Faccio io, se non le dispiace. Si fida...? » Io ero interdetta; era la prima volta che mi rivolgeva la parola da quando era venuto ad abitare nel nostro palazzo, sei mesi prima. Per togliermi d'imbarazzo aggiunse, sfoderando un'espressione fra l'infantile e l'ebete: « Troppo pesante per una donna con la sua linea. Li lasci fare ad un uomo questi lavori pesanti. » Io lo guardavo interdetta, lui mi guardava, ed aggiunse: « Intanto che la porto giù nell'atrio, lei mi cerchi un cachet per il mal di testa, la prego. È stata una nottataccia.... » Che c'è di strano, potreste pensare. Fin qui pare di capire che il gesto galante e la necessità di un analgesico possano costituire un normale scambio di cortesie, diciamo pure disinteressato. E nemmeno se l'uomo avesse voluto fare il cascamorto con una signorina sola, libera, e di certo non da buttare, si potrebbe gridare allo scandalo. Accadono ogni giorno, in ogni parte del mondo, incontri di questo tipo, situazioni di approccio a scopo di conoscenza. Sì, è vero, non fosse che il bel ragazzo, o meglio giovanotto, diciamo pure il bel quarantenne, è ritenuto, nel nostro palazzo, omosessuale. Ne sono convinti tutti, ed io non mi posso escludere dalla lista, anche perché le caratteristiche sono quelle tipiche del gay: troppo bello, capelli scuri ed occhi verdi, lineamenti perfetti, tendenti al femminile, bocca sensuale e carnosa, modi galanti e camminata ondeggiante, tipo gondola sul Canal Grande. Se si aggiunge che è sempre stato visto con ragazzi belli e giovani, oppure uomini più anziani ma sicuramente benestanti, per non dire danarosi, e che mai è rientrato accompagnato da una donna e che nessuna signorina è entrata in casa sua, o uscita, allora capirete che i sospetti sono diventati certezza. A me stava pure simpatico, proprio perché il bell'uomo non aveva mai avuto l'ipocrisia di mascherare questa sua tendenza, che so fingendo di essere interessato al genere femminile, magari guardando le signorine della nostra scala o girandosi all'arrivo di qualche minigonna. « Grazie... » dissi leggermente imbarazzata, « le vado a cercare un Moment act, signor...? » « Gianmaria, grazie mille...faccio in un attimo e risalgo » Ero lì sul pianerottolo e mi sentivo strana con quel bicchiere in una mano e la pastiglietta nell'altra, e se aggiungiamo che Gianmaria si faceva attendere, allora si può capire ancor meglio la situazione nella quale mi trovavo. Ormai erano le sei e mi restavano solo quattro ore per fare di volata l'autostrada, trovare il parcheggio, prendere il metrò per essere puntuale nella sede di piazza San Babila, di fianco al Duomo. Decisi allora di scendere le scale per anticipare i tempi, e stranamente trovai il bell'uomo che mi aspettava al pian terreno, davanti al portoncino d'ingresso del palazzo. Aveva la valigia davanti a sé e lo sguardo puntato sulle scale. Appena mi vide sfoderò un sorriso da testimonial di una pasta dentifricia, agguantò il bicchiere ed aprì la bocca, chiudendo contemporaneamente gli occhi. Era un chiaro invito a farmi mettere la pastiglia sulla lingua, con le mie mani. E così feci. In quel momento capii che sarebbe successo qualcosa, tra me e lui. Infatti Gianmaria, appena sentì il contatto sulle labbra, chiuse la bocca succhiandomi le dita con la lingua ed aspirando il cachet. Istintivamente mi pulii la mano sul vestito, come facevo da bambina quando rubavo la marmellata, ma devo confessare che provai un intimo piacere, un turbamento lieve che mi rendeva quasi felice. Ritrovai la mia freddezza di lì a breve, ed afferrai la valigia. La mia mente era a Milano, quell'incontro era troppo importante per la mia carriera, o lavoro se così vogliamo dire. Lo salutai e, mentre aprivo la porta, lo sentii dire: « Ti aspetto stasera... come ti chiami? » « Angela » dissi e poi, voltandomi, aggiunsi: « Non sarò a casa prima delle venti, se tutto andrà bene » Andò bene tutto, il colloquio era stato davvero soddisfacente e tornavo a casa con numerose commesse. Mi sentivo euforica, eppure il pensiero che mi aveva tenuta occupata durante tutta la giornata era lui, Gianmaria, il bel tenebroso, il gay che mi aveva fatto emozionare con quel gesto infantile di succhiarmi le dita. Che sfrontato; una sfacciataggine tanto simpatica non era facile incontrarla, anche in ambienti stravaganti come quelli che frequento abitualmente. Non fosse che con gli uomini non avevo mai avuto un gran feeling, anche a causa delle mie tendenze sessuali, ci avrei fatto un pensierino. Tuttavia mi era troppo simpatico per rinunciare alla sua amicizia, e poi non dovevo temere niente da uno come lui, solo una piacevole serata, una conversazione stimolante, magari una cenetta, anche semplice. Avrei bevuto volentieri un buon bicchiere di vino con Gianmaria, dal momento che per lui probabilmente era una cosa normale, visto le condizioni nelle quali l'avevo trovato alle cinque di mattino sul pianerottolo di casa. Arrivai con largo anticipo. Mi restava una buona ora e mezza per darmi una sistemata, una doccia calda, rifarmi un pochino il trucco leggero, sistemarmi i capelli, cambiarmi d'abito e magari indossare una biancheria intima sexy, anche se capivo che non sarebbe servita certamente. Eppure, dentro di me, avevo come un vago presentimento.... Mi sentivo a posto, lavata, profumata, leggera nel corpo e nello spirito. La biancheria intima che indossavo mi dava una certa sicurezza, nel caso fosse successa quella cosa improbabile. Mi guardai per l'ultima volta allo specchio, e mi voltai. Avevo in mente di andare direttamente alla sua porta, fare una scampanellata di quelle festose, come fanno i bimbi, e vedermelo comparire alla porta. Ero felice, come mai lo ero stata. Andava tutto troppo bene, ne avevo quasi paura di quella situazione. Poi mi venne un dubbio: non posso certo presentarmi a mani vuote. Aprii il frigorifero e non trovai nulla di interessante, nemmeno il vino. Poi mi venne in mente di quella bottiglia di Chianti Gallo Nero, nella credenza, dimenticato da mesi. Mi stavo chiedendo se potesse essere di suo gradimento, quando la risposta la ebbi direttamente da Gianmaria. Il campanello della porta mi fece sobbalzare. Una sistematina alla gonna corta ed aderente, e andai ad aprire, la bottiglia in mano e un sorriso grande come Piazza della Signoria. Lui era lì, bello, fin troppo, oserei dire sprecato per una come me, poco indotta a combinare col genere maschile. Mi guardò come un gatto guarda il topo, anche se sapevo che non ero io quel topo, e disse, molto carinamente: « Che bella sei... e che vino. Il mio preferito. Dove lo porti? » « Da te, sciocchino. E dove, se no? » Mi guardava come se fossi il suo uomo, o il suo amante, che certamente aveva. Me lo sentivo incollato al mio corpo il suo sguardo penetrante, e gli occhi magnetici mi davano un senso di stordimento. Ma sapevo che stava giocando; alla resa dei conti mi avrebbe raccontato le sue pene d'amore e mi avrebbe dato il bacio della buonanotte. E proprio quello volevo. Una bella serata simpatica e poi a nanna, per il mio sacrosanto e meritato riposo dopo una giornata tanto piena. « Temevo ti fossi dimenticata...tutto bene il viaggio? » « Poi ti racconto...da te o qui da me? Io non ho preparato ancora la cena » Sorrise. In quel sorriso c'era tutto: dolcezza, felicità, orgoglio di dimostrami che aveva fatto tutto lui, per bene, tavolo apparecchiato compreso. « Da me, sciocchina; hai già dimenticato che ti ho invitato a cena stamattina? Andiamo » E così detto mi prese la bottiglia, mi cinse i fianchi come fossero di cristallo pregiato, tanto leggera era la sua mano, e mi accompagnò alla porta del suo appartamento. Entrammo e non sapevo se rimanere più incantata per il tavolo che aveva preparato con cura, o per l'eleganza dell'arredamento. “ Sarà anche gay”, pensavo, “ o forse è proprio per quello che è tanto raffinato, ma sento già di star bene in questo posto”. Lui capì, ne ero certa, e sorrise amabilmente, con una punta di compiacimento. « Aspetto le tue critiche » disse, « è la prima volta che preparo una cenetta a due, o meglio una cenetta per una donna » « Lo immaginavo, ed allora voglio farti contento. Anch'io è la prima volta che ceno intimamente con un uomo, nel suo appartamento » Lui mi guardò sorpreso. Certo non poteva immaginare che anch'io gradivo essere accompagnata dal mio stesso genere, nessuno nel palazzo sapeva di me e dei miei gusti particolari. « No, non ci posso credere.... ahahahhah...che simpatica situazione. Io non avevo capito di te, e tu di me? » « Io sì...ma mi sei troppo simpatico. Possiamo essere amici, no? » « A tavola, io sono pronto » disse rompendo il ghiaccio. C'era già una bottiglia di vino rosso sul tavolo, e l'aprii. Gianmaria intanto armeggiava in cucina. Arrivò con ogni ben di Dio, credo si dica così nell'ambiente. Che sia uno chef, pensai. « Solo piatti freddi, leggeri, così ci resta il tempo per... » , disse mentre prendeva i piatti dal carrello e li sistemava ai nostri posti. « … per? » Non rispose. Mi guardò e sorrise, ma questa volta in maniera penetrante, perché anche lo sguardo era più intenso. Mi sentivo turbata, era la prima volta che capitava. La cena fredda era stata meravigliosa. Il roast beef cotto a puntino e tagliato sottile, le verdure lessate a vapore delicatissime, e l'insalata davvero superba. Per quel che ricordavo l'avevo mangiata solo in Francia, condita in quel modo. Era una Salade Niçoise, ne ero certa. Mi ricordava gli anni del mio inizio nel campo della moda a Toulone, alla fine della costa Azzurra. Ma più buona, perché condita con olio toscano di prima spremitura. Mangiavamo in silenzio e ci guardavamo, stupiti, o stupidi, che credo abbiano la stessa desinenza latina. Lui, davvero carino ed amorevole, mi faceva domande quasi fosse la mia mamma; come andava il lavoro, l'amore, se ero felice, se mi piaceva quella città nella quale non ero nata, Firenze, e se la preferivo a Milano. Questo fatto che avesse un animo materno rafforzò la mia convinzione che lui fosse un omosessuale passivo, insomma che avesse una predominanza di femminilità e pertanto si comportasse come una femmina, per gli altri uomini. E di questo fatto io ne ero contenta, perché avevo una possibilità di trovarmi bene con un uomo diciamo così effeminato, per usare un termine sbrigativo che tuttavia non approvavo, e non approvo tuttora, appieno. Finita la cena, il solito liquorino finale, da donna pure quello: un limoncello di Capri, molto buono, gradevole al palato ed aromatico. Avevo una bocca dolce, e pensavo che anche lui avesse quel bel sapore sulle labbra. Io ero seduta sul divanetto e Gianmaria su una poltrona, di fronte a me. Stavo pensando quanto mi sarebbe piaciuto baciarlo, andando contro le mie tendenze, quando lui si alzò. Aveva negli occhi bagliori astrali, non terreni, ma la luce che mi colpiva non aveva nulla di cattivo, anzi. Era come se volesse dirmi qualcosa, con quegli occhi verdi, oppure volesse piangere. Erano occhi liquidi, umidi come un bosco ombroso, ed io specchiavo la mia voglia, il mio desiderio di bambina innamorata del bello, in quegli occhi. Si avvicinò, stette un poco in piedi davanti a me, fissandomi, e poi si inginocchiò, chiuse gli occhi ed avvicinò le sue labbra alle mie, rimanendo in attesa. Come potevo non appoggiare le mie labbra sulle sue, e come avrei potuto resistere alla tentazione di spingermi dentro la sua bocca per assaporare quel dolce limoncello che profumava di terra, sole e mare? Non andammo molto oltre, non sarebbe stato possibile perché entrambi avevamo indoli diverse, e stavamo combattendo contro la nostra intima propensione ad amare persone del nostro genere, una donna per me ed un uomo per lui. Ma quanti baci, quante carezze, anche intime, sue verso di me, mentre io non potevo certo andare oltre. Quella fu una serata indimenticabile che spero abbia un seguito, forse non importante ma assai stimolante. Eravamo posseduti da una forza demoniaca, soprannaturale ma piacevole, senza possederci veramente. Nessuno di noi due aveva posseduto l'altro, eppure eravamo stati posseduti entrambi. Da chi non lo so, esattamente. L'amore? Forse. Era come se stessimo imparando ad amare, eravamo insomma diventati ragazzina io e giovanotto lui. Ecco com'è iniziata la storia con l'uomo della porta accanto. Così come vi ho raccontato. Come finirà non lo so, e credo che nemmeno lui lo sappia, perché in noi è nata una certa confusione. Ma che bella confusione, però.


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