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ANNIVERSARIO PROUST 10/07/2018: CHERCHEZ LA FEMME | festeggia: #cherchezlafemme
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Elisabetta

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 12/07/2018 00:25:39

La signora di Hautcastel appoggiò comodamente la bella testa allo schienale della poltrona; tutti fecero silenzio e il barone cominciò più o meno così: l'anno stesso in cui Federico Rothbanner uscì dall'accademia Militare per entrare nel corpo dei cavalleggeri, Elisabetta di Hermansburg lo notò e si interessò a lui. Fu un autentico «coup de théatre». La società elegante non era per nulla preparata ad un fatto così singolare e nei primi tempi i commenti e le chiacchiere si sprecarono.

Il robusto e corpulento Maëlstrom, da lunghi anni spasimante ufficiale della contessa e, più di lui, Bernstein di cui tutti conoscevano le follie che aveva fatto per lei, e che lei senza alcun dubbio aveva incoraggiato, buttarono fuoco e fiamme e non mancò chi prendesse le loro parti. Il granduca stesso non rimase estraneo all'indignazione generale e rivolse all'indirizzo della colpevole un epigramma così pungente che sarebbe bastato a trafiggerla. Ma la contessa rispose con tanta disinvoltura a Sua Altezza Reale, in una forma tuttavia così controllata e rispettosa che anche quelli che si preparavano a ridere alle sue spalle passarono dalla sua parte.

In conclusione: ciò che era rimase, e rimase del tutto immutato.

In capo a sei mesi tutti, ad eccezione dei due sconfitti e non rassegnati, ci avevano fatto l'abitudine e nessuno ne parlava più.

Eppure, almeno in apparenza, niente di più assurdo. Elisabetta aveva trentacinque anni ed era nel pieno splendore della sua bellezza, con in più la fama di donna di spirito, fama che andava crescendo ogni giorno e che era impossibile superare.

Per contro, Rothbanner, per rendere accettabile la propria conquista, non aveva da esibire che i suoi vent'anni e la sua bella persona, ma neppur l'ombra di quell'intrinseco valore che tutti gli avrebbero riconosciuto più tardi. Insomma: la perla stava ancora nascosta dentro la conchiglia.

A determinare quanto era accaduto c'erano volute la profondità di riflessione e la sagacia di egoismo che erano doti peculiari della contessa, in ogni cosa la più impeccabile delle creature, e soprattutto quella mondana e spregiudicata saggezza che conduce coloro che la possiedono a non aver certo rubato la dannazione eterna.

Elisabetta aveva pensato che, giunta ormai al sommo della gloria, era purtroppo molto vicina al pendio che ne avrebbe segnato la discesa. La salita era stata tutta tra i fiori; tra breve sarebbe stato inevitabile percorrere il cammino inverso tra i rovi.

Per sapere che cosa accade di solito ad una donna circondata di adoratori, le era bastato guardarsi attorno: i giardini di Armida, in cui lei mieteva trionfi, le avevano mostrato i loro prati verdeggianti popolati da vecchie cicale, le cui voci profetiche non erano capite da altri che da lei.

Prese ad esaminare ad uno ad uno il destino di quelle creature cadute in così tristi metamorfosi e credette di poter ritenere che la causa della loro sventura fosse da ricercare nell'imprevidenza con la quale ciascuna aveva legato la propria felicità ad un uomo che la dominava e che, di conseguenza, poteva rifuggire da lei non appena il cuore gli suggerisse la diserzione.

Disse a se stessa: io farò di un uomo un essere pienamente felice. Avrò così uno schiavo che mi dovrà tutto: il primo successo, la prima ebbrezza, la prima gloria, la prima esperienza. Mi adorerà; e se io, a mia volta, l'adorerò mi guarderò bene dal dirglielo nella misura in cui io lo sento. Lo dominerò, lo condurrò là dove mi piacerà che vada e lo conoscerò a fondo, testa e cuore, bene e male, vizi e virtù. Dei primi, asseconderò quelli che mi saranno utili, delle altre, soffocherò quelle che potrebbero ergersi contro di me. Lo avrò tutto mio, prima di tutto perché sarà molto giovane e si abbandonerà senza riserve, ed io approfitterò di questo tempo per plasmarlo e riplasmarlo in tale modo che non pensi mai a ribellarsi o a mettermisi contro, poiché non avrà più né nervi né muscoli per dar seguito ad un proposito del genere. In questo modo, tradurrò in realtà una delle più belle finzioni dei romanzi, avrò cioè dato vita ad uno di quegli ipotetici amori che durano per sempre; e fino all'ultimo respiro, se questo mi aggraderà, sarò servita, sarò amata. Tale almeno – ed è l'essenziale – la gente mi crederà. Infine, pur ammettendo che una siffatta catena possa un giorno diventare pesante, sarò io e non lui, sarà la mia volontà e non la sua, a decidere la rottura.

Quando per la prima volta vide Rothbanner, lui le piacque quanto bastava perché, mentalmente, imprimesse su di lui il marchio del possesso. Si concesse il tempo di convincersi che era un uomo capace di amore e tutto si svolse come lei stessa aveva deciso.

È ovvio che Rothbanner si ritenne tanto più fortunato quanto meno sospettò di aver perso la partita.

Le cose andarono così, alla perfezione, per cinque anni e tutti sono in grado, quanto me, di testimoniare che non una sola distrazione, non un solo sintomo di noia fu sorpreso nel giovane amante.

La signora Hermansburg aveva felicemente compiuto quarant'anni, e tutto procedeva a meraviglia quando il marito, altrettanto scioccamente e fuori proposito come tutto ciò che aveva fatto in vita, ebbe la bella pensata di morire, il che fu il segnale della catastrofe, perché vennero allora alla luce dei misteri che nessuno mai sarebbe stato in grado di immaginare.

 

© Paolo Melandri (12. 7. 2018)


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