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Il profumo del calicanto

di Bortoli Mauro Roberto
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Pubblicato il 19/07/2018 09:08:05

Giorno Uno.

Oggi sono talmente stanco che vorrei averti  vicina, vorrei fuggire con te. Ti confesso che ho sempre avuto un po’ di timore anzi chiamiamola proprio paura, ma il passare del tempo e  le esperienze vissute mi hanno dato la possibilità di conoscerti e acquistare una certa spavalderia che pensavo  di aver perso con la fine dell’adolescenza .   Ho imparato ad odiarti, ho cercato inutilmente di capirti  e ho pregato Dio di tenerti lontana da me. Ma ora  ti cerco, ti sto  aspettando  perché sei anche mia.

Ti ricordi di me? Certo che si !  Ci siamo incontrati tante volte nel corso di questi anni; incontri più o meno vicini ma sempre intensi. Ora ho voglia di averti tutta per me.

Ti ricordi il mese di luglio? Quello  del 1960? Giornate terse e afose ma anche piene di spensieratezza,  gioia e di quell’incoscienza che accompagna l’infanzia di tutti e un po’ anche la mia. All’epoca avevo sentito parlare di te ma ancora non ti conoscevo,  eri lontana dal mio mondo fatto di  giochi e di ebeti sorrisi.

Di quell’estate mi  rimangono pensieri intensi e qualche foto in bianco e nero  che si mescola alla magia e al mistero che ci aveva trasmesso mamma sull’improvvisa sparizione di papà. Era scappato? Sparito? Rapito dagli  extra terrestri o peggio ancora  dai  cinesi?  Eh si la Cina! A noi ragazzini  avevano raccontato che se  tu scavavi un buco  profondo in giardino  sbucavi direttamente  dall’altra parte del mondo e papà il buco l’aveva scavato per piantarci un salice.

Al tempo in cui non ho più visto papà  e tra noi piccoli   si parlava del buco in giardino  le estati,  in questa parte del veneto,   erano calde, afose  ma vissute tutte d’un fiato  fino all’ultimo istante in cui ci era concesso di restare fuori casa. Io avevo nove  anni, pantaloni corti,   ginocchia sbucciate e una  voglia matta di correre.  Uscivo di casa  al mattino tra le strade bianche, polverose e piene di buche di un quartiere che avrebbe visto il catrame solo alcuni anni dopo.  A casa  rientravo  al tramontare del sole  con la breve pausa del pranzo e della cena: necessità importanti solo per mia mamma.  Mi ricordo che quando papà arrivava dal lavoro,  sentivo il motore allegro del suo motorino da lontano che pian piano si avvicinava.  Era un bellissimo ‘Califfone’ verde acquistato da un abile rivenditore di elettrodomestici. Il rumore di quel motore era  parte della  nostra famiglia, era diventato il suono  di casa,  legato al  profumo  della pasta di mamma che dalla finestra ci chiamava per il pranzo.  Invece la cena  si faceva molto presto, alle 18.30 ero  lavato e  seduto ma soprattutto affamato. Papà se ne andò proprio in quell’estate lasciando in garage il ‘Califfone’ verde, fermo immobile in attesa del suo ritorno. Nessuno ebbe più il coraggio di accenderlo, non ebbi più occasione di sentire il suo scoppiettante motore ne di rivivere la magia che ci portava. A distanza di anni credo proprio che quel motorino fosse incantato;  una cometa che mi portava il dono più bello del mondo e quell’abile  venditore  un magico personaggio uscito da qualche lampada  dai profumi orientali.  Per molti mesi dopo quel 5 luglio, all’ora di pranzo, l’orecchio continuò come d’abitudine a cercare il suono  lontano del Califfone. Non lo sentii più ne vidi più mio papà.  Mia mamma, per qualche anno, mi raccontò di leggendari paesi che stava visitando papà  e ogni tanto mi leggeva lettere bellissime  che  ci mandava.

Penso che te la ricordi bene quell’estate.

Capii solo qualche anno dopo che quelle lettere le scriveva la mamma e  che papà  era scappato con te. Fu una vera e propria rivelazione del Natale del 1971 assieme  all’inaspettata scoperta che Babbo Natale non esiste e che  nessuna vecchia è  mai volata su una scopa. Avevo 11 anni e mamma decise che quello era il momento buono per raccontarmi come girava il mondo. Mi parlò anche di te.

Fu l’anno in cui il ‘magico’ uscì dal mio mondo di bambino.

 

Giorno due.

Oggi più di ieri ti sto aspettando,  il desiderio di conoscerti intimamente e la paura di farlo si scontrano. Sono  due vecchi  pugili barcollanti che stanno sul ring da una vita e che  aspettano di andare finalmente al tappeto. Entrambi desiderano ricevere  il pugno del KO ma per entrambi rimane viva  la speranza   di piazzare  l’ultimo colpo vincente. Mentre paura e desiderio di incontrarti se le stanno suonando  ho ripensato al nostro secondo incontro. Anche questo dovresti ricordarlo bene.

 L’inverno stava lentamente lasciando il passo alla primavera e stavo assorbendo tutti i raggi di un sole pallido ma buono.  L’aria odorava ancora di calicanto, il suo profumo intenso e dolciastro e  il suo crescere  disordinato mi  ricordavano un po’  la storia della   mia  vita. Non ho mai programmato nulla, ho sempre lasciato che tutto mi venisse addosso, non tanto per scelta ma per una  mia attitudine  a prendere tutto di pancia e a lasciarmi andare come una piuma in balia del vento.  Anche quel periodo lo stavo vivendo così, pur avendo una moglie e una figlia  lasciavo che i fatti mi prendessero per mano e mi accompagnassero disordinatamente. Quel pomeriggio mia figlia Paola mi aveva convinto, senza tanta fatica, ad uscire per una passeggiata.  Ci piaceva andarcene per una stradina che partiva dietro casa e si immergeva tra i campi che in quel periodo dell’anno venivano preparati per la semina. Quel pomeriggio Paola era particolarmente felice e piena di energie,  correva per la stradina, andava tra i solchi di terra dei campi , me la vedevo spuntare da dietro,  davanti ai lati. Era la primavera ceh con tutta la  sua forza esplodeva: giovane, vigorosa, bella e  viva! Aveva dieci anni.

 La stradina passava  per la corte di una vecchia casa agricola, dove le sere d’estate si faceva ‘filò’ mentre di giorno veniva popolata di galline, fagiani, conigli, cani, gatti e a volte da un asino un po’ malmesso ma che si raccontava  fosse  un reduce dell’ultima guerra. Subito dopo la corte,  si estendeva  una grande vasca in cemento piena d’acqua con a fianco un  pagliaio.  Anche quel giorno passammo la corte e mentre io ero incantato ad osservare il vecchio asino sentii un grido e un rumore d’acqua. Questione di secondi, cercai Paola ma non riuscivo a vederla. Corsi con tutte le mie forze verso la vasca e mi accorsi che mia figlia era completamente immersa nell’acqua verdastra. Galleggiavano solo i suoi lunghi capelli scuri.  Ero  sul bordo, presi al volo i  capelli e cominciai a tirare con tutte le forze.  Vidi uscire la testa, poi le braccia. Continuai  a tirarla per le braccia finché in pochi attimi fu fuori dall’acqua. Non dava però nessun segno di vita, non respirava, non sorrideva non correva più. Era immobile!  La stesi,  le appoggiai le labbra sulle sue riempiendole i polmoni d’aria  ed alternando un  massaggio  al cuore. 

Attimi: milleuno, milledue, milletre, aria...

Milleuno, milledue, milletre, aria...

Milleuno, milledue, milletre, aria...

Milleuno, milledue, milletre, aria...

Ripetei  ancora la sequenza.

Poi  un colpo di tosse.

Il cuore riprende a battere.

Ritorna anche il respiro.

Non ricordo cosa mi passò per la mente in quell’ interminabile momento, so solo che Paola ricominciò a respirare e poi piansi.

Dopo quel giorno mi ritrovo spesso a pensare a quel pomeriggio e ancora oggi quando sento il profumo dolce del  calicanto mi  nasce  sul viso un sorriso sereno.

Quella fu la seconda volta che ci incontrammo da vicino.

 

Giorno tre.

Ciao, sono Paola. Papà è morto da poco. Stavo svuotando il suo cassetto e ho trovato queste sue  righe. Sono entrata a salutarti. Il medico mi ha assicurato che in questi due giorni non ha sofferto e nonostante la morfina ha continuato a rimanere lucido. Non sapevo che papà avesse  tenuto un diario di questi ultimi giorni e avesse inziato a scriverti.   Oggi  è arrivato anche il vostro momento. Chissà com’è stato e cosa ti ha detto quando stanotte sei  arrivata a prenderlo.

Quel solco sereno, che vedo ora nel suo volto,  mi da la certezza  che tu abbia avuto la delicatezza di presentarti con un dolcissimo fiore di calicanto.


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