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Aveva un neo all’angolo della bocca

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 07/08/2018 09:47:16


Marta aveva quasi diciott’anni, quel giorno che la conobbi. Io ero più piccolo di lei; un paio d’anni e molta esperienza in meno, specialmente in materia di sesso.
Mi avvicinai titubante. Mi avevano detto tutti, anche Bruno del quale mi fidavo ciecamente, che lei era brava a baciare e non negava a nessuno un bel bacio alla francese, completa, con le lingue in bocca come fanno le tortore. Non dovevi far niente: solo chiedere e farti baciare. Le mani dovevano star ferme.
«Ah, sei tu… strano» disse quando le fui vicino.
Chissà mai perché la disse, quella frase. Lo capii dopo.
Lei era stesa sull’erba del campetto di calcio abbandonato, quello dietro la croce in marmo, in mezzo ai campi di granturco. Era la sua posizione. Dovevi stenderti accanto, dirle vorrei baciarti, e la cosa era fatta. Io non la conoscevo, e nemmeno di quale famiglia fosse, e mi parve strano che lei invece sapesse chi ero e come mi chiamavo. Non sapevo che dire, e mi tremavano le gambe per l’emozione. Credo si capisse in che stato confusionale ero.
«Mi conosci?» seppi solo dire.
«Certo; e chi non ti conosce, in paese» disse lei mostrandomi i denti bianchi circondati da quelle labbra rosse e piene. Aveva un neo all’angolo della bocca, e gli occhi a mandorla, scuri. Sembrava orientale, nell’aspetto. Anche i capelli erano neri, setosi e lunghi come quelli delle orientali, appunto. La pelle invece era bianca, liscia, di luna si diceva noi.
«Mi hanno detto i tuoi amici che sei timido, e non hai mai baciato una ragazza. E’ vero?» aggiunse facendomi segno con la mano che batteva sull’erba, di fianco a lei, come a dire che potevo accomodarmi.
Ricordo che divenni rosso in viso: ero timido davvero. Ma non per altro, è che non mi piaceva essere studiato, valutato. E quella del bacio a me pareva proprio una prova, un esame, più che un gioco. Non avrei mai potuto sopportare che non le potesse piacere; nel dubbio avrei rinunciato. Ecco perché ero timido… queste cose gliele dissi, in un modo o nell’altro, e lei rise. Forse anche perché divenni rosso, come al solito. Uno scherzo dell’emozione, e il cuore che batteva più del dovuto. Non ho mai capito perché il sangue mi venisse pompato proprio in faccia. Mah… mistero.
«Dopo che mi avrai baciato non lo sarai più, timido. Io sono una maga, e le curo queste piccole malattie dei maschi» disse lei carinamente.
Mi sistemai al suo fianco, nascosto dalle fronde generose del gelso che proiettava la sua ombra verso di noi, quasi fosse nostro complice.
Lei era spudorata: non aveva intenzione di nascondersi, anzi. Mi sa che il suo gioco era proprio quello di esibirsi.
Forse era una che un bel giorno avrebbe potuto dire:
«Lo vedi quello lì, il grande professore, o quell’altro che è diventato sindaco, o il capo dei vigili? Ecco, io li ho baciati tutti. Anche il dottore…»
Ma forse era una che aveva semplicemente una passione tutta sua per il bacio, anche se non c’era amore in quella stupida cosa che facevamo. Stupida, ma a me piacque. E quasi mi innamorai, di Marta. Ma quello avvenne dopo qualche tempo.
Tre giorni dopo, alla solita ora, tornai al Santuario della Madonna di Valverde, dove c’era il campetto abbandonato, e sentivo il cuore battere forte nel petto. Mi mordevo le labbra nervosamente, e le sentivo turgide, piene di voglia. Sentivo che dentro di me si era guastato qualcosa, s’era come rotto un vaso e non ero quello di prima.
Passato il cancello, che era sempre aperto, scartai a destra di colpo e la bici slittò sullo sterrato. Mi ritrovai per terra, di fronte al gelso. Lei non c’era. Mi sentivo perso ed avvampai ancor più del solito. Mi pareva di essere osservato, anche se in giro c’era solo qualche ragazzino che giocava, e un paio di cani randagi.
Rialzai la bici e la ispezionai per bene, per vedere se era rotta. Ma non so cosa guardavo, era tutta scena, la mia. Pensavo a Marta, come negarlo. Avevo tenuto dentro la voglia di baciarla per tre giorni ed ora avevo la netta sensazione di essere stato tradito. Ma era un’idea senza logica.
Tornai a casa dopo aver girato avanti e indietro piano piano, nella speranza di vederla all’ultimo momento. La fontana, quella al centro del piazzale, l’avrò doppiata almeno cinque volte mentre mi guardavo in giro, nella speranza.
Il giorno dopo piovve, fino al pomeriggio tardo. Quando cessò, avrei voluto fare un giretto su al Santuario ma capivo che era impossibile che lei fosse lì, nell’erba bagnata.
Ma avevo troppo voglia ed allora inforcai la bicicletta e mi misi a pedalare di buona lena. La ruota posteriore sollevava una scia di acqua e fango che mi veniva sulla schiena, ma lì per lì non la avvertii minimamente.
A metà viale sentii chiamarmi ed ebbi un tuffo al cuore, come se si fosse inceppato qualche meccanismo. Era Marta. Stava sotto uno dei grossi ippocastani del viale, in un punto dove c’era una fontanella. Si stava risciacquando i piedi, e le gambe. S’era sporcata, chissà come. Frenai di colpo e virai dalla sua parte.
«Dove vai così di fretta?» disse sorridendo mentre si alzava un po’ la gonna per sciacquarsi le ginocchia.
Io le guardavo le gambe, e soffrivo. La guardavo e non parlavo.
«Hai in mente qualcosa… mi cercavi?» disse. Gli occhi erano lucidi, non so per cosa, forse aveva pianto, e il neo all’angolo della bocca mi chiamava.
«Sì, tutte e due le cose» risposi.
«Allora mi cercavi, e hai qualcosa in mente» continuò.
Io le dissi che avevo in mente qualcosa, e lei rideva contenta. Quella cosa, mi disse, vuoi un bacio, giusto?
Io volevo di più, ma non sapevo come dirglielo.
«O vuoi qualcos’altro?» , disse Marta. Era sorridente e felice, ed anch’io lo ero. Cominciavo a sentire la maglietta bagnata sulla schiena, ma era una cosa al di fuori dei miei pensieri. Lei se ne accorse e mi disse:
«Entriamo nel casotto di caccia, quello sulla collina dei frati. E’ di mio zio. Se togli la maglietta ti scaldo.»
Entrammo nel bosco di acacie spinose e castagni. Ogni tanto incontravamo una candida betulla. La bici l’avevo lasciata nel vialetto del camposanto.
Lei era in preda ad una foga inspiegabile; mi stringeva la mano e mi tirava su per il sentiero. Si scivolava, su quella terra rossa, argillosa. Io ero in affanno e non era il respiro che mi mancava, ma la sicurezza del cuore.
Giungemmo al casotto in un lampo. La porticina era aperta e dentro eravamo debolmente illuminati da due piccole feritoie tra le fronde che coprivano il capanno. Quella penombra era già eccitante di suo, almeno così mi sentivo.
Mi tolse la maglietta e cominciò a baciarmi. Mi stringeva e mi strofinava amorevolmente le mani sulla schiena, per scaldarmi. Alzò un po’ la gonna e si sfilò le mutandine. Io avevo chiuso gli occhi e immaginavo di essere su un tavolo operatorio. Avevo sentito dire che si perdeva conoscenza, e poi si stava bene. Sentii la sua mano che afferrava la mia e poi mi accorsi di averla fra le sue cosce. Ero confuso, ma tenevo duro e cercavo di vincere l’emozione che mi toglieva il respiro.
Marta mi guidava e sentivo le dita umide appiccicate alle sue. Ci baciammo per un tempo che non saprei definire, poi mi sentii bagnare ed anche la mia mano era umida. Entrambi soffocavamo i gemiti per paura di essere scoperti.
«Esci tu per primo… prendi la bici e vai. Io mi arrangio» disse alla fine.
Così feci. Andai a casa e non dormii, quella notte. Mi stavo ammalando di quella cosa che non conoscevo e che tutti chiamavano sesso.
…dalla raccolta di racconti: “I primi amori”

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