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La mia Naia: l’arrivo a Sassari

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 05/10/2018 15:45:09

La così detta cartolina di precetto, o chiamata alle armi, mi fu recapitata per strada, vicino casa, dal postino del paese, mio amico d'infanzia.
Era una bella giornata estiva, soleggiata ma fresca. D'un tratto divenne nuvolosa ed afosa. Sudavo per l'emozione.
« Ora tocca a te, Jack » disse ridendo il postino, mentre mi faceva firmare la ricevuta, seduto a cavalcioni del suo motorino. Lui il servizio militare l'aveva fatto sei anni prima.
Ero con Bocca, altro grande amico, e ci stavamo fumando una sigaretta in pace, davanti al suo negozio di calzature.
Lui era intento ad ammirare una bella signora che guardava le vetrine con le ultime novità di scarpe per donna; una che poteva essere sua madre.
La sua passione, le donne mature. Che farci, era così.
Controllava sempre le scarpe, per prima cosa, e da lì risaliva con gli occhi fino alle parti alte.
Deformazione professionale; anche se Domenico, detto Bocca perché tra le labbra riusciva a far passare un panino intero, era un dilettante. Nel vendere le scarpe, non nell'abbordare.
In quello sì che era un professionista nato.
Una dote naturale, una specie di imprimatur biologico. Non era né un merito e nemmeno un demerito. Un semplice dato di fatto.
Si voltò di scatto, nel sentire che si parlava di servizio militare.
« Naia? Dove, dove? »
« Sassari, mi pare » rispose Claudio, il postino.
Io firmavo, in preda all'agitazione. Preso alla sprovvista non mi veniva nemmeno in mente dove esattamente fosse, Sassari. Incredibile.
Ero già laureato da sei mesi e credevo proprio si fossero dimenticati di me, al Ministero. Invece no. Ero stato chiamato a fare il Car in Sardegna. Ma Sassari era a nord o a sud dell'isola? Non ricordavo, in quel momento.

Mio padre e mia madre mi accompagnarono a Genova, per l'imbarco. C'era anche Franca.
In attesa del traghetto mangiai le trenette più buone della mia vita ed il bacio di Franca mentre salivo sula nave mi restò sulle labbra per mesi e mesi, in caserma.
Tutto andò male durante quella maledetta traversata. Dopo un'ora di mare un anziano signore cadde a testa in giù per quelle scalette ripide dei traghetti e fummo costretti a rientrare in porto. Ci attendeva sul molo un'autoambulanza a sirene spiegate.
Fu così che il viaggio divenne lunghissimo. Non avendo una cabina letto mi sdraiai su una panchina arrugginita del ponte di coperta, nella zona di prua. Pensavo di dormire, o almeno di riuscire far decantare i cattivi pensieri. La nostalgia di casa e del mio giovane amore si era già impossessata di me.
A tenermi sveglio ci pensò un libeccio di quelli tosti che divenne addirittura furioso nei pressi delle Bocche di Bonifacio.
Il traghetto prendeva il mare al traverso, tra il fianco ed il mascone, e i suoi ferri gemevano. Stridevano in un melodioso ma funereo lamento, cadenzato dall'onda che faceva da direttore d'orchestra.
Il rumore degli spruzzi si fondeva con il fischio del vento salmastro. La musica della burrasca.
Ebbi conati di vomito per ore, ed il mio tentativo di resistere alla voglia di rigettare tutto mi faceva sudare freddo.
Arrivai a Porto Torres con altri commilitoni stravolti e fummo caricati tutti su una camionetta dell'esercito e un pulmino mimetizzato. Mi sentivo una bestia da macello ed ero distrutto, nel fisico e nel morale.
Non disporre della mia libertà di movimento mi dava la nausea più che il rollio ed il beccheggio del traghetto. Risultai subito scorbutico, per i graduati. A pelle.
Gli altri invece, appena arrivati da tutta Italia, quasi tutti più giovani di me, mi presero in simpatia perché ero uno che sapeva rispondere a tono ai superiori. Superiori in cosa, poi? Mah...non l'ho mai capito.

Dell'arrivo ricorderò sempre il primo impatto, dal barbiere.
Costui era un tipico sardo, di bassa statura e dai lineamenti decisi. Olivastro, capelli neri corti e lisci, occhi di bracia. Poteva incutere terrore.
Ho detto poteva. Io sapevo già, a quei tempi, che anche i duri hanno un cuore tenero.
Il trucco sta nel trovare la chiave della porticina che può aprire il pertugio ed intenerire il loro cuore. Tutto qui.
E quella chiave la trovai in un portacenere di vetro scheggiato che il barbiere teneva ad arte appoggiato sulla mensola portaoggetti, sistemata davanti allo specchio.
Tutti potevano vedere gli spiccioli che conteneva. Sembravano anche di più, per l'effetto ottico. Era stato messo lì apposta. Furbo, l'uomo.
In quel momento un bel ragazzone in divisa, quindi un anziano, si avvicinò alla sedia girevole. Noi eravamo tutti in borghese e ci sentivamo una razza inferiore.
Si fa per dire, noi. Io mi sentivo superiore proprio perché ero in borghese. Questione di punti di vista.
Il giovanotto tirò fuori di tasca una monetina, forse cento lire, e la depositò nel portacenere. Poi si sedette.
« Come li vuoi...?» disse il barbiere cambiando forbice.
« Sfumatura bassa »
Io pensavo ai miei capelli alla Branduardi, un po' più lunghi e ricci. Cadevano sulle spalle. Me li avrebbe massacrati, certamente. Ma ormai avevo la chiave e non mi mancava il coraggio di usarla per aprire la porta.
Finalmente si liberarono due posti, contemporaneamente.
La sedia principale, e quella sulla quale lavorava un assistente, probabilmente un militare, addetto al taglio dei capelli delle reclute. Aveva in mano una macchinetta simile a quella per tosare le pecore, per quel che ne sapevo. Una visione terribile per la mia folta chioma.
Il barbiere sardo mi guardò male, con tutti quei capelli, e mi indicò l'altra sedia, quella dove c'era il tosatore, che oltretutto era piccola e fissa, inadatta alle mie lunghe gambe.
Finsi di non capire - anch'io ero furbo - e mi avvicinai a lui con un sorriso. Gli tesi la mano destra, nella quale avevo arrotolato cinquecento lire, e mi presentai:
« Piacere, Jack. Sfumatura bassa, prego. »
Mi guardarono tutti come fossi un marziano, uno che aveva trasgredito regole incrollabili, ataviche e primordiali. L'assistente mi squadrò con disprezzo. Buon segno.
Il barbiere titolare, invece, mi guardò appena e svelto si infilò nel taschino la banconota rossa, con abile gesto della mano. Nello stesso tempo cambiò forbici e pettine. Nessuno vide la mossa repentina perché nel taschino dove aveva riposto i soldi teneva il pettine, quello di lusso. Proprio quello che intendeva usare con i miei riccioli.
Mi sistemò un panno profumato intorno al collo e disse, con grande ironia:
« Agli ordini, comandante »
Io feci un gran sospiro e mi sistemai per bene sulla sedia, per far capire che volevo star comodo. Era una conferma che il lavoro sarebbe stato abbastanza lungo, per farlo a modo.
« Guarda bene quando arrivi alle orecchie...ci tengo », dissi piano, quasi fosse un avvertimento.
I capelli lunghi le coprivano entrambe, le orecchie, ed avevo sistemato altri due rotolini a forma di sigaretta, entrambi fatti con le cinquecento lire. Nessuno li poteva vedere, lì sotto.
L'uomo, furbo come una volpe, scostò la ciocca di capelli con la punta delle forbici ed arpionò il malloppo con la rapidità con la quale un'aquila artiglia un indifeso agnellino.
Le forbici divennero gentili ed il pettine dolce. Passava nei miei riccioli con le mani che parevano delicate come quelle di una fatina azzurra che vuole farti le coccole.
Chiusi gli occhi e mi estraniai, anche se di fatine non c'era nemmeno l'ombra. Di tanto in tanto sentivo che mi profumava con un prodotto, probabilmente quello più buono che aveva. Usava una boccettina di vetro lavorato che in sommità portava una dozzinale pompetta in gomma.

Passò alla storia il mio taglio di capelli. Ne andavo fiero.
Nessuno capì mai perché quel barbiere fosse stato così tenero con me. Correvano voci anche sul fatto che mi avesse chiamato “comandante”, ma non furono mai chiarite.
Qualcuno disse che ero figlio di un pezzo grosso, dell'esercito o della politica.
A complicare la mia figura di militare ci fu una segnalazione in fureria che ero un sovversivo antimilitarista. E quello corrispondeva al vero, come poterono appurare tutti, di lì a poche settimane.

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