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In attesa della divisa

di Giacomo Colosio
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Pubblicato il 08/10/2018 06:50:07

In attesa della divisa...secondo capitolo del romanzo breve La mia Naia.

Dopo l'esperienza fatta con il taglio dei capelli, ora dovevo affrontare quella del cambio dei vestiti.
L'operazione avveniva in un magazzino della caserma, e questo caseggiato era ubicato in una zona appartata del grande parco interno. Ricordo ancora con piacere che di fianco c'era un enorme prato incolto, invaso da grosse margherite gialle, altissime.
Non ne avevo mai viste di così belle. Sembravano gerbere, tanto erano grandi.
I nuovi arrivati facevano a botte per accaparrarsi la divisa per tempo, senza la quale non si poteva uscire dalla caserma.
Io non avevo fretta di abbandonare i miei jeans , la maglietta, e le mie Superga di gomma.
Allora bighellonavo per il prato e mi stendevo sotto un albero, o anche dentro le margherite a leggere un libro. A volte mi tuffavo in qualche storia di Corto Maltese o mi bevevo gli episodi di Diabolik e della sua Eva Kant.
Così passava il tempo e quando mi presentavo alla coda davanti al magazzino vestiario, restavo regolarmente tagliato fuori.
Meglio: avrei fatto il giorno dopo, senza fretta.
Fu così che conobbi Massimo Bologna, giovane recluta di Sarzana. Anche lui indossava dei jeans e portava le scarpe da ginnastica. E non aveva fretta, proprio come me.
Lo soprannominai subito Mash, un po' per il nome e anche per la sua somiglianza con uno degli autori della fortunata serie televisiva.
E poi perché era antimilitarista, come me e come quei medici di campo della Mobile Army Surgical Hospital, unità mobile ospedaliera americana stanziata in Corea durante la guerra.
Che fosse antimilitarista, per la verità, lo seppi più tardi, quando cominciammo ad uscire di caserma e a frequentare una piccola trattoria di Sassari, dove si mangiava bene e si poteva godere della vista di una graziosa e giovane vedova che veniva di corsa a servirci.
Io e Mash, come dicevo, ci stendevamo nell'erba in attesa che la coda finisse e parlavamo di tutto.
Lui era innamorato cotto di una ragazza molto bella. Mi fece vedere la fotografia. Ne era orgoglioso, di quella bellezza. Ricordo che la foto era in bianco e nero. Lei indossava dei jeans ed una maglietta bianca con il collo alto, raddoppiato, come si usava in Francia.
Era inginocchiata in un campo di fiori, e ne aveva un mazzetto in mano. Forse li stava annusando. Era stata ritratta di profilo.
« E' bella, vero? » diceva Mash
Io non smettevo di guardarla, per confermargli che mi piaceva, e fingevo di volerla tenere. Lui allora s'ingelosiva, e me la strappava di mano.
« Così non vale...non l'ho vista bene. E dai...», mi lamentavo ridendo.
Poi, fingendo una serietà eccessiva, gli dicevo:
« Non ti faccio vedere la mia, sennò svieni »
Ridevamo un po' forzatamente, nel tentativo di scacciare la malinconia. Si capiva che eravamo tutti e due innamorati persi e che non avevamo voglia di uscire per andare in cerca di avventure.
Parlavamo delle nostre ragazze, di sport, di mare. Lui ci abitava, sul mare, ed io invece lo avevo nel cuore. Forse più di lui. Per Massimo era un pezzo della sua vita, per me una dolce malattia blu.
Stavamo delle ore sdraiati nell'erba, con le mani sotto la testa e gli occhi puntati al cielo. Guardavamo le nuvole correre, incalzate dal maestrale. Parlavamo anche quando si stava in silenzio. Erano le parole di una bella amicizia che stava nascendo.
La sera ci incamminavamo verso la coda al magazzino, ma non si riusciva mai ad avere la nostra divisa, per i motivi più vari. La taglia, la chiusura del magazzino in orario anticipato, la mancanza del maresciallo addetto al cambio, e altre scuse più o meno plausibili. Gli addetti ci guardavano storto.
La verità era solo una, invece: volevano che li si pregasse di darci una divisa che ci permettesse la libera uscita.
Io, Massimo e Gianni Caverni, un architetto fiorentino che si era aggregato alla combriccola, decidemmo invece che della divisa potevamo farne a meno e che sarebbero venuti loro a cercarci.
Andò così che per una decina di giorni girammo a zonzo per la caserma in abiti civili. Nessuno ci chiedeva niente, nessuno ci obbligava a fare nulla. Potevamo essere appena arrivati, tutto sommato.
Poi la commedia ebbe un epilogo repentino.
Noi tre eravamo gli unici della nostra camerata privi di divisa ed il famigerato tenente Faedda, un ingegnere mancato che riversava sui soldati la mancata realizzazione dei suoi sogni di studente, se ne accorse alla prima ispezione.
Eravamo tutti allineati davanti alle brande e lui, con i suoi tirapiedi, doveva controllare che la divisa fosse tenuta in perfetto ordine. Rimase sbigottito.
« E voi tre, cosa credete di fare? E' uno scherzo, questo? », urlò.
Urlava sempre, anche per darsi coraggio. Di fronte aveva un atleta di 80 chili per un metro e ottantacinque, e due individui come Mash e Gianni che avrebbero potuto benissimo essere scambiati per irriducibili Tupamaros.
Massimo, oltretutto, indossava una maglietta nera con l'effige di Che Guevara stampata in rosso acceso e Gianni aveva un tatuaggio sul braccio che rappresentava il mitico simbolo della pace.
Risposi io, con sarcasmo:
« Sì, è uno scherzo »
L'uomo si imbufalì, mentre noi a stento trattenevamo una sonora rista. Gli altri soldati ci guardavano come fossimo dei pazzi. Dopo la mia risposta tutti si convinsero che ero figlio di un pezzo grosso. Ed infatti mio padre era cinque centimetri più alto di me e pesava qualche chilo in più.
« Seguitemi, immediatamente...», disse infine il tenente, rivolto a noi ma guardando i due subalterni che lo accompagnavano nell'ispezione.
« Dice a noi o a loro? », buttò lì Gianni.
« A loro...», intervenne Mash.
« Giusto », dissi io, « vedrai che adesso ce le trovano le divise».
Faedda si girò di scatto. Dalle sue narici fumanti uscivano lapilli.
« Seguitemi, cazzoni..tutti e treeee!!!» urlò, mentre diventava paonazzo e noi si trattenevano a stento le risa.

Fu così che al magazzino vestiario ci vestirono di tutto punto, in men che non si dica. Il tenente si sfogava col maresciallo, che tutto sommato era un buon diavolo, incolpandolo di averci lasciato un paio di settimane senza divisa.
Da quel giorno nacque il nostro vero servizio militare, ed ebbi modo di constatare come la mia Weltanschauung fosse davvero diversa da quella che cercavano di inculcarci.
La vita di noi tre non fu rose e fiori, in quella caserma.
Io ne combinai una più che Bertoldo, organizzando addirittura uno sciopero della fame, Gianni piombò in un assopimento esistenziale, accompagnato da una noia galoppante che lo portava a dimagrire a vista d'occhio, e Mash cadde in depressione.
Dopo qualche settimana, infatti, ricevette la fatidica lettera della fidanzata infedele e stanca di aspettare. I suoi occhi, marroni e liquidi come quelli di un extracomunitario, divennero ancora più tristi e mi ricordavano un cerbiatto colpito a morte che dichiara al mondo il suo dolore e la paura di morire.
Quegli occhi li ho ancora dentro i miei ed anche se non ho la minima idea di dove sia, Massimo, lo vedo ancora com'era in quei giorni di spietata, triste, brutale realtà. E, giocoforza, mi manca. Un giorno o l'altro prendo la macchina e vado a cercarlo.
Dopo tutto per andare all'isola d'Elba passo proprio vicino a Sarzana. Chissà se si ricorda ancora di me; ma ho la convinzione che si ricordi, eccome.


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