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La nipote di Augusto

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 08/10/2018 22:11:07

La nipote di Augusto

 

Mi sono sposato giovane, con l'approvazione dei miei genitori; io e mia moglie abbiamo avuto due figli maschi. Ero ambizioso e progettavo di diventare senatore; quindi mi davo molto da fare per coltivare le giuste amicizie, e mi restava pochissimo tempo da dedicare alla mia consorte, e ancora meno ai ragazzi. Lei era una madre ammirevole; loro mostravano nei miei confronti un rispettoso distacco. Mi adoperai in tutti i modi per avviarli alla carriera militare, che abbracciarono con successo, fin quando non caddero in battaglia, combattendo contro le popolazioni germaniche. Alla loro morte mi accorsi con rammarico di non conoscere quasi per niente quei due giovani di cui tutti tessevano le lodi. Credo sia abbastanza frequente, per un uomo alla seconda esperienza matrimoniale, rimpiangere le negligenze commesse durante la prima. Da quando era diventato perfettamente inutile, mi capitava di pensare spesso a loro. La mia prima moglie morì, e per anni rimasi solo. Mi ammalai, e impiegai molto a ristabilirmi. Gli amici che venivano a farmi visita mi consigliavano di risposarmi. Io ricordavo la mia consorte, giungendo alla conclusione che la nostra sarebbe stata un'unione d'amore, se le avessi dedicato il tempo necessario.

Durante la convalescenza venne ad accudirmi una lontana parente, una giovane di nome Giulia. Conoscevo bene il motivo di tanto interesse: la madre evidentemente sperava che il loro ricco congiunto 'facesse qualcosa' per lei e per gli altri figli. Ma erano troppi. Sapevo per esperienza che, quando si prende a cuore una persona che appartiene a una famiglia molto numerosa, nel giro di poco ci si deve accollare l'intera tribù. Giulia era una ragazza amabile, graziosa, sollecita, e non tirava mai in ballo i fratelli bisognosi. Mi piaceva, ne apprezzavo la genuina semplicità, le ingenue osservazioni da piccola provinciale dalla mente acuta, che osservava quanto accadeva intorno a lei in modo da adeguare il proprio comportamento allo stile di vita dell'élite. Posso affermare senza tema di smentita che mi considerava attraente, benché non ignorassi – e in questo mantenevo un atteggiamento cauto – che un uomo di una certa età non dovrebbe aspettarsi troppo da una bella donna con un terzo dei suoi anni. All'improvviso mi ritrovai la casa piena di giovani, parenti o semplici conoscenti, che mi vedevano come un benefattore, e mi convinsi che prima o poi lei avrebbe finito per sposare uno di loro, procurandomi un dispiacere; infatti – che contraddizione – non facevo che pensare alla mia prima moglie e a ciò che avevo perso. E poi mi tornavano in mente i miei figli, quei ragazzi così in gamba, cresciuti senza quasi che me ne accorgessi.

Chiesi a Giulia di sposarmi, proponendole un patto. Mi avrebbe reso padre due volte, e io non avrei preteso altro, assicurando a lei e ai bambini la tranquillità economica. Accettò, non senza esitazione, ben sapendo che tra i suoi pretendenti c'erano un mucchio di giovani. Ma non erano altrettanto ricchi. E inoltre le piacevo. Mi considerava un amico. O magari un tutore? Mi disse che amava conversare con me e ascoltare i miei discorsi. 'Imparo tanto, sai'. La sua ignoranza era pressoché totale.

Poi accadde un evento inatteso. Ero sicuro che quella ragazza dalle morbide forme e dalla pelle fresca ('la mia piccola pernice') avrebbe messo al mondo dei figli senza troppa fatica; invece la prima gravidanza si rivelò difficile, e il parto ancor di più. Ne attribuì la causa al fatto che da piccola era stata colpita da diverse gravi malattie, e non di rado aveva patito la fame. Se mi avesse chiesto di esentarla dall'adempiere fino in fondo al nostro accordo – dandomi il secondo figlio – non avrei rifiutato. Non mi aveva certo fatto piacere assistere a quella gestazione così problematica, culminata con un parto complicato. Ma la mia 'pernice' era una ragazza onesta, e affrontò la seconda gravidanza, sebbene anche stavolta le sofferenze non le fossero risparmiate.

Appena nate, le creature vennero affidate alle cure delle nutrici, e non credo che lei se ne sia più interessata. Non avevo pensato a inserire nel patto la clausola che, oltre a darmi due figli, dovesse comportarsi da madre. Quando però l'accusai di indifferenza nei confronti dei piccoli, replicò: “È orribile essere bambina e doverne accudire altri”. Seppi allora che era la maggiore dei suoi fratelli, con una madre cagionevole di salute, ed era stata lei a tirarli su, grazie all'aiuto, assolutamente insufficiente, di una giovane schiava fuggita da un grande latifondo, dove veniva trattata in modo crudele. La domestica, che era greca, parlava a mala pena la nostra lingua. Giulia aveva giurato a sé stessa che, una volta adulta, avrebbe rifiutato di sposare un uomo che non le avesse messo a disposizione dei servi: promessa alquanto impegnativa per una poverissima ragazza di provincia. Ma questo era il motivo per cui aveva deciso, d'intesa con la madre, di venire a offrirmi i suoi servigi, e spiegava altresì perché avesse tanto indugiato ad accettare il patto che le avevo prospettato. La mia richiesta di mettere al mondo un figlio, figuriamoci poi due, era quanto di più gravoso potessi proporle.

Aggiunse inoltre che non aveva mai avuto istinto materno. Quando aveva domandato alla madre per quale ragione solo a lei spettasse l'incarico di preparare da mangiare e lavare i fratellini, lei si era limitata a rispondere che così andavano le cose. Non è dato sapere che ne pensasse la schiava greca; del resto della sua opinione poco importa.

Le disinvolte osservazioni di Giulia venivano considerate audaci e molto originali, ma lei non si capacitava che la gente le trovasse tanto divertenti e la ricoprisse di lodi. Sono certo che all'inizio il suo intento non fosse quello di scandalizzare, benché stesse acquistando una certa fama per la sua impudente arguzia. Ben presto cominciò a frequentare circoli la cui nota distintiva era una sorta di annoiato cinismo, al quale pian piano si adeguò: le sue battute spontanee e immediate divennero una posa; quell'ambiente non mi piaceva, e della ragazza di provincia con una sua personale visione del mondo finì per rimanere ben poco.

Le feci notare che, alle persone della mia età, la sua generazione appariva egoista, dissoluta e amorale se paragonata a donne come mia madre, virtuose e celebri per la loro devozione e forza d'animo. Giulia mostrava interesse per quelle critiche, ma non ne sembrava minimamente scalfita, quasi avessi detto: “Sai che in Britannia esistono delle popolazioni che si dipingono il corpo di blu?” “Davvero?” avrebbe risposto, mentre un alone di dubbio le attraversava il volto. Tuttavia, certa che non mentissi, si sarebbe decisa a credermi. “Di blu, eh? Devono essere proprio buffi”. Con l'espressione aperta e franca che le era propria, avrebbe sorriso in segno di apprezzamento per quel mondo meraviglioso. Di lì a poco divenne celebre per l'immoralità e l'eccessiva inclinazione verso i piaceri, come tutte le donne della sua cerchia; me la immaginavo, con quel suo viso onesto, lo sguardo che manifestava una cordiale partecipazione, durante una di quelle orge in cui di tanto in tanto si lasciava coinvolgere, ascoltare un compagno che le proponeva la tale o tal'altra cosa e replicare: “Ah, sì? Davvero fanno questo? Be', divertente. Proviamo”.

Se Giulia non andava nella stanza dei bambini, io in compenso non riuscivo a staccarmene. Non mi ero mai sentito così coinvolto, nemmeno in occasione di un importante affare di Stato.

Quando i miei figli erano neonati, li guardavo stupefatto; quando poi ebbero tre, quattro, cinque anni, ogni giorno si trasformava in una rivelazione. Non interferivo con l'operato delle schiave che si occupavano di loro, a meno che uno dei piccoli non reclamasse un abbraccio e un po' di attenzione. Mi capitò di sentire una nutrice che diceva all'altra: “La madre è assente, ma ci pensa il nonno”.

 

© Paolo Melandri (8. 10. 2018)


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