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Lucertola

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 01/11/2018 21:33:35

In queste pagine la chiamerò Lucertola.

Non per il piccolo tatuaggio a forma di lucertola che ha all'interno della coscia.

Ha occhi neri e tondi. Occhi da rettile, impenetrabili.

Fisicamente è minuta, ed è fredda in ogni parte del corpo. È così fredda che vorrei avere mani abbastanza grandi per avvolgerla tutta. Non sarebbe come tenere tra le mani un uccellino o un coniglietto. La sentirei strisciare lungo il palmo con i suoi piedi appuntiti un po' alieni facendomi il solletico, e se provassi a guardare vedrei guizzare una piccola lingua rossa e nei suoi occhi simili a biglie di vetro ci sarebbe riflesso il mio viso triste che sembra chiedere qualcosa da amare.

Mi dà la sensazione di una creatura così.

Sono distrutta,” disse Lucertola entrando in casa, con voce incolore. Non vedevo il viso, ma solo il vestito bianco che sembrava splendere nell'oscurità.

Guardai l'orologio: erano le due. Io ero già a letto. Prima che facessi in tempo ad accendere la luce, Lucertola mi raggiunse e si strinse a me. Poi premette il viso nell'incavo tra la mia spalla e il torace, così forte da farmi quasi male, e infilò la sua mano fredda nel mio pigiama. Il palmo di quella mano ghiacciata sulla mia pelle nuda mi diede una piacevole sensazione di freschezza.

Ho ventinove anni e sono medico in una piccola clinica specializzata nella cura di bambini autistici. Sono già passati tre anni da quando ho incontrato per la prima volta Lucertola.

Da un certo punto in poi, non ricordo esattamente quando, Lucertola aveva quasi smesso di parlare con qualunque altra persona che non fossi io. Di solito nessuno può vivere senza comunicare almeno con qualcuno. Perciò credo che fossi diventato per lei il cordone vitale che la nutriva.

Continuò a spingere il viso con tutte le sue energie, quasi a volerlo incastrare tra le ossa del mio petto. Fa così ogni volta, con tanta forza da farmi male. La prima volta pensai che stesse piangendo.

Ma mi sbagliavo. Quando sollevò la testa, il suo bel viso non aveva alcuna traccia di lacrime. Il suo sguardo era morbido, dolce.

Forse è un suo modo per buttare fuori qualcosa che si è accumulato durante il giorno, un po' come seppellire la faccia nel cuscino, pensai.

O forse è un modo per recuperare la propria coscienza liberandosi dalla stanchezza.

Ma fu lei stessa, quella notte, all'improvviso, a rispondere a questo mio dubbio.

Sai, da bambina per un certo periodo ho perso la vista.”

La rivelazione risuonò nel buio.

La vista? Completamente?” chiesi stupito.

Sì, completamente”.

Ma come è possibile?”

Era una cecità di natura isterica. È durata dai cinque agli otto anni.”

E com'è che hai recuperato la vista?”

Grazie all'affetto e alle cure, in un ospedale tipo quello dove lavori tu.”

Pazzesco…” dissi io. “Non so se hai voglia di parlarne… cos'era accaduto per farti perdere la vista?”

Nel buio la sentii deglutire.

È che… a casa mia accadde una cosa terribile. Io vidi tutto e così…”

Non devi parlarne se non te la senti,” le dissi. Sembrava che le costasse troppa fatica. I genitori di Lucertola erano entrambi in buona salute, li avevo conosciuti. Non avevano altri figli, non erano separati. Era la prima volta che sentivo parlare di problemi nella sua famiglia.

Per questo, per il fatto che da bambina non ci vedevo, se non ho un contatto fisico con qualcosa non riesco a calmarmi. Soprattutto quando sono stanca e tutti i sensi sono intorpiditi, ho assolutamente bisogno di chiudere gli occhi e premere forte o mordere qualcosa. Ti faccio male? Mi spiace.”

Anche a occhi aperti, la paura è paura. In ospedale vengono tanti bambini che hanno questo problema.”

Sì, certo, lo so.”

Sposiamoci. Troviamo una casa e andiamo a vivere insieme.”

Mi uscì in modo automatico una cosa che avevo pensato già da tempo.

Lucertola, il viso ancora premuto contro il mio petto, restò in silenzio. Nel buio avvertivo la sua tensione e l'accelerazione dei suoi battiti. In quel momento ebbi una percezione molto intensa del suo essere un'altra persona, lontana lontanissima da me, una persona con organi interni diversi rivestiti da una pelle diversa, una che di notte faceva sogni che non erano i miei.

Ho un se...” cominciò a dire Lucertola, a voce bassissima ma chiara. Poi si interruppe e restò in silenzio.

Passai in rassegna le possibilità. Ho un serio problema? Ho un sesto senso? Ho un servizio urgente da fare?

Poi, finalmente, la voce soffocata dalla pressione delle sue labbra contro il mio petto, disse:

Ho un segreto”.

 

© Paolo Melandri (1. 11. 2018)


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