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Io sono un gatto

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 02/11/2018 22:26:40

Io sono un gatto. Un nome ancora non ce l'ho.

Dove sono nato? Non ne ho la più vaga idea. Ricordo soltanto che miagolavo disperatamente in un posto umido e oscuro. È lì che per la prima volta ho visto un essere umano. Si trattava di uno di quegli studenti che vivono a pensione presso un professore – mi hanno poi detto – e che fra tutti gli uomini sono la specie più perversa. Si racconta che costoro ogni tanto acchiappino uno di noi, lo mettano in pentola e se lo mangino. Però in quel momento, non sapendolo, non ebbi paura. Provai soltanto un senso di vertigine quando lo studente mi mise sul palmo della mano e di colpo mi sollevò per aria. Appena trovai una certa stabilità lo guardai in faccia, era il primo individuo appartenente alla specie umana che vedevo in vita mia. Che creatura curiosa, pensai, e quest'impressione di stranezza la conservo tuttora. Tanto per cominciare il viso, invece di essere coperto di peli, era liscio come una teiera. In nessuno degli innumerevoli gatti che ho conosciuto in seguito ho riscontrato una tale deformità. Come se non bastasse, nel bel mezzo della faccia aveva una protuberanza esagerata. Con due buchi dai quali ogni tanto uscivano sbuffi di fumo. Mi sentii soffocare, stavo per svenire. Solo di recente ho saputo che era tabacco, una cosa che agli uomini piace fumare.

Me ne stavo comodamente seduto nel palmo della mano di questo studente, quando a un certo punto cominciai a spostarmi con velocità incredibile. Non capivo se a muovermi fossi io o lui, fatto sta che mi girava la testa. Mi venne la nausea. Già pensavo che fosse giunta la mia ora, quando sentii un botto tremendo e vidi miriadi di stelle. I miei ricordi arrivano fin lì, oltre quel momento, per quanto mi sforzi di rammentare, è il nulla.

Quando tornai in me lo studente era scomparso. Dei miei numerosi fratelli non ne vedevo nemmeno uno. Anche della mia preziosa madre non c'era più traccia. Inoltre, cosa nuova per me che ero sempre stato al buio, c'era una luce accecante. Al punto che non riuscivo a tenere gli occhi aperti. Dicendomi che tutto sembrava orribilmente strano, piano piano provai a strisciare in avanti, ma sentii un dolore terribile. Dalla paglia dove avevo vissuto fino ad allora, all'improvviso ero stato preso e gettato in un boschetto.

Quando con molta difficoltà riuscii a sgusciarne fuori, mi trovai di fronte a un grande stangno. Mi sedetti sul bordo e cercai di riflettere: cosa dovevo fare? Non mi veniva in mente nulla. Dopo un po' ebbi un'idea: forse se avessi pianto, lo studente sarebbe tornato a prendermi. Provai a miagolare un po', ma non arrivò nessuno.

Intanto una lieve brezza si era levata sullo stagno e il sole stava tramontando. Mi era venuta una fame tremenda. Volevo piangere, ma la voce non mi usciva. Non mi restava che mettermi alla ricerca di cibo, così cominciai a girare intorno allo stagno sul lato sinistro, deciso a camminare finché avessi trovato qualcosa da mettere sotto i denti. Il dolore era atroce. Tenni duro, e a fatica, strisciando, finalmente arrivai in un posto dove fiutai odore di esseri umani. Qui dentro qualcosa lo trovo, mi dissi, e da uno squarcio in una staccionata di bambù mi infilai nel giardino di una casa. Com'è strano il destino. Se quella staccionata non fosse stata rotta, è molto probabile che sarei morto di fame sul bordo della strada. Tutto, anche un incontro all'ombra di un albero, dipende dalla vita precedente, dice una massima molto giusta. Ancora oggi passo di lì quando vado a trovare Micetta, la gatta di tre colori che abita nella stradina qui dietro.

Comunque sia, una volta intrufolatomi in quel giardino, non sapevo più in che direzione avanzare. Ben presto calò il buio. Avevo fame, faceva freddo e alla fine si mise anche a piovere: non potevo più aspettare nemmeno un secondo. Mi feci coraggio e presi a camminare verso quello che sembrava un posto luminoso e caldo, avanti, sempre più avanti… Adesso so che a quel punto mi trovavo già all'interno della casa. E fu lì che ebbi un'altra occasione di incontrare, dopo lo studente, delle creature appartenenti alla razza umana. La prima fu Olga, la serva, che appena mi vide mi afferrò per la collottola, in modo ben più brutale dello studente, e mi buttò fuori. Sono spacciato, pensai, e chiusi forte gli occhi affidandomi al Cielo. Ma resistere oltre alla fame e al freddo era impensabile, aspettai che Olga si distraesse e per la seconda volta mi intrufolai in cucina. Dopo pochi minuti eccomi di nuovo buttato fuori. Ogni volta che venivo cacciato, tornavo a intrufolarmi dentro casa e viceversa, ricordo una sequela di quattro o cinque tentativi falliti. A quel punto questa Olga mi era diventata antipaticissima. Poco tempo fa mi sono vendicato rubandole un luccio, e finalmente mi sono tolto un peso dallo stomaco. L'ultima volta che stava per prendermi e buttarmi fuori comparve il padrone di casa, che veniva a chiedere il perché di tutto quel baccano. Olga si voltò verso di lui tenendomi per la collottola.

È questo gattino randagio che mi fa disperare”, rispose, “ogni volta che lo caccio via, torna a infilarsi in cucina”.

Il padrone, arricciandosi i peli neri che aveva sotto il naso, indugiò qualche secondo a guardarmi.

Allora lascialo stare qui”, disse poi, e se ne tornò da dove era venuto. Sembrava un uomo di poche parole. La serva, offesa, mi posò sul pavimento della cucina. Ed è così che alla fine decisi che quella sarebbe stata la mia casa.

Il padrone non lo incontro spesso. Pare che sia un professore. Quando torna a casa da scuola si chiude nello studio fino a sera e ne esce raramente. I suoi familiari sono convinti che sia un grande studioso. Lui stesso si atteggia a grande studioso. In realtà lo è molto meno di quanto i suoi credano. Ogni volta che vado a passi felpati a sbirciare, per lo più lo vedo dormire. Di tanto in tanto una bava gli cola sul libro che tiene davanti a sé. È debole di stomaco e presenta i sintomi tipici della dispepsia: colorito giallognolo, pelle spenta, poco elastica… Ciononostante mangia enormi quantità di cibo. E dopo aver mangiato enormi quantità di cibo prende il biochetasi per lo stomaco. Poi apre un libro. Ne legge due o tre pagine e gli viene sonno. Gli colano bave sul volume aperto. Questa è la sua routine quotidiana. Io sono soltanto un gatto, però ogni tanto rifletto. Non c'è niente di più comodo che fare il professore. Se mai rinasco uomo, diventerò professore, è deciso. Un lavoro che permette di dedicare tanto tempo al sonno, chiunque è in grado di svolgerlo, anche un gatto. Eppure a sentir lui pare che non ci sia mestiere più duro al mondo, e non fa che lamentarsi con gli amici che vengono a trovarlo.

Quando sono venuto a vivere in questa casa, a parte lui, tutti erano molto scontenti della mia presenza. Dovunque andassi, venivo scacciato e nessuno si occupava mai di me. Il fatto che ancor oggi non abbia un nome mostra quanto poco sia apprezzato. Non potendo porre rimedio a questa triste situazione, cercavo di tenermi il più vicino possibile al mio padrone, che mi aveva permesso di restare nella sua casa. Il mattino, quando leggeva il giornale, mi mettevo sempre sulle sue ginocchia, e quando faceva il sonnellino pomeridiano, gli salivo sulla schiena. Questo non perché provassi una particolare simpatia per lui, ma non avendo altri protettori non potevo fare diversamente. Ora l'esperienza mi ha insegnato a stare il mattino sopra il sofà, la sera sotto il tavolino del salotto, e nelle belle giornate in veranda. Però la cosa che più mi piace, quando si fa notte, è infilarmi sotto le lenzuola delle bambine più grandi e dormire con loro. Hanno rispettivamente cinque e tre anni, e la sera dormono in due nello stesso letto a una piazza e mezzo. In mezzo a loro trovo sempre un posticino dove sistemarmi, ma se per disgrazia una delle due si sveglia, sono guai. Foss'anche in piena notte, si mettono subito a strillare – “c'è il gatto, c'è il gatto!” – e la più piccola è la più cattiva. Svegliano quell'isterico malato di stomaco del mio padrone, che dalla stanza accanto si precipita dalle figlie. Solo pochi giorni fa mi ha picchiato fortissimo sul sedere con un righello.

Vivendo con gli esseri umani, più li osservo più mi sento di potere affermare che sono degli egoisti. Mi riferisco soprattutto alle bambine con le quali a volte dormo: sono inqualificabili. Quando gli salta il ticchio mi fanno stare a testa in giù, mi infilano il muso in una busta di carta, mi lanciano per aria, mi chiudono dentro il forno. In compenso, al minimo sgarro da parte mia, tutta la famiglia unisce le forze per darmi la caccia e infliggermi qualche castigo. L'altro giorno, soltanto perché mi ero affilato un po' le unghie sul divano, la padrona è andata su tutte le furie e ora non mi lascia più entrare nelle stanze. Lo vede bene che sul pavimento di legno della cucina tremo di freddo, ma se ne infischia. La gatta che vive nella casa di fronte, Bianca, per la quale ho il massimo rispetto, ogni volta che ci incontriamo mi dice che gli uomini sono le creature più perfide che esistano. Poco tempo fa ha messo al mondo quattro perle di gattini. Il terzo giorno il suo padrone li ha presi tutti e quattro ed è andato a buttarli nello stagno dietro casa. Questa storia Bianca me l'ha raccontata fra le lacrime, e quando ha smesso di piangere ha detto che noi gatti, per poter avere una bella vita di famiglia e allevare con amore i nostri figli, dovremmo dichiarare guerra al genere umano e sterminarlo. Penso che abbia davvero ragione. Inoltre Micetta, la gatta di tre colori, sostiene indignata che gli uomini non hanno il senso della proprietà. Da sempre fra noi gatti vige un patto: chi trova per primo una cosa, che sia la testa di una sardina essicata o le interiora di una triglia, ha il diritto di mangiarla. E se qualcuno non rispetta questa regola, la parte lesa è autorizzata a ricorrere alla violenza. Loro invece, gli umani, pare che questo principio non lo conoscano, perché ci portano via sistematicamente ogni cosa buona che troviamo. Avvalendosi della loro forza, non si fanno scrupoli a rubarci il cibo che ci appartiene di diritto. Bianca vive in casa di un militare, mentre Micetta ha un padrone avvocato. Io, che abito presso un professore, su questo argomento sono più ottimista di loro due. Finché riesco a tirare avanti giorno per giorno, mi accontento. Gli umani, per quanto forti, non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l'ora dei gatti.

 

© Paolo Melandri (2. 11. 2018)


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