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Lettera dal Ghetto #GiornoMemoria

di Laura Vargiu
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Pubblicato il 25/01/2019 18:33:52

Lettera dal Ghetto Roma, 15 ottobre 1943 Sara, amica mia carissima, tramite persona fidata oggi stesso farò uscire questa lettera dal Ghetto, nella speranza che essa ti venga recapitata e possa trovare te e la tua famiglia al sicuro e in buona salute. Tante cose sono accadute dopo i nostri ultimi contatti epistolari. Da quando siamo stati costretti a trasferirci al Portico d’Ottavia, oltre a tutte le limitazioni imposte da questa maledetta guerra che per il momento non accenna a terminare, mantenere la corrispondenza è risultato più difficile. Quanto rimpiango la nostra vecchia casa in via Cola di Rienzo, così spaziosa e luminosa! Te la ricordi, vero? Qui, invece, con la famiglia di mia zia Anna dividiamo un piccolo appartamento dove non entra mai il sole. Faceste bene, voialtri, a fuggire in America quando ancora si poteva. Convinto che niente di grave ci sarebbe successo, papà, lo sai bene, non volle lasciare l’Italia: “Ho servito fedelmente questo Paese nella guerra del ’15-’18!”, continuava a ripetere a mo’ di rassicurazione mentre la mamma e io già ci disperavamo in previsione di ciò che poi si sarebbe verificato. Pertanto, all’indomani delle leggi per la difesa della razza, come le chiamano loro, chi restò più sconvolto e incredulo fu proprio lui. Eppure, così stanno trattando noi ebrei, che in verità ci sentiamo italiani come tutti gli altri. Credimi, allorché fui espulsa dal ginnasio soltanto a causa del sangue che mi scorre nelle vene, mi sentii morire e da allora, sebbene sia ormai trascorso un lustro e io abbia superato i vent’anni, non mi abbandona mai la terribile sensazione d’esclusione che lascia nell’anima il sapore amarissimo del sopruso contro il quale sembra impossibile combattere. Mi rifugio, dunque, nei ricordi della scuola, in quei giorni adesso così lontani, ma pieni di gioia e spensieratezza, che noi due abbiamo condiviso. Rammenti, Sara, le nostre letture? Quando ti fermavi a dormire a casa, nella mia vecchia cameretta, non c’era verso di spegnere la luce prima di aver terminato il libro che stavamo leggendo. Oh, il nostro amato Flaubert e Dumas e tutti gli altri autori le cui pagine ci facevano sognare! Non voglio rinunciare a quei sogni, anche se mi sono ridotta a lavorare come sartina ché altro adesso non potrei fare; in cambio di qualche lavoro di rammendo, l’anziano professore Mosè Di Segni, privato dell’insegnamento, di tanto in tanto mi dà lezioni di letteratura. Non appena questo incubo finirà – perché dovrà pur finire – desidero riprendere gli studi interrotti e diventare anch’io un’insegnante, e magari persino una scrittrice. Un giorno, sarà dovere di tutti raccontare questo schifo! Intanto, riguardo alle intenzioni dei tedeschi che ora hanno occupato la città, per il Ghetto si rincorrono strane e inquiete voci a cui, però, nessuno sembra voler prestare ascolto, confidando forse nei cinquanta chili d’oro che la Comunità ha consegnato alla Gestapo il mese scorso. La sera, prima di addormentarmi, il lugubre latrato dei cani randagi che si rincorre per i vicoli deserti mi fa rabbrividire… Ti penso sempre e non rinuncio alla speranza di riabbracciarti in un domani d’amore e pace che non tardi troppo a venire! Tua Miriam *** All’alba del 16 ottobre 1943, truppe della Gestapo fecero all’improvviso irruzione nel Ghetto della capitale, rastrellando, entro il pomeriggio di quella stessa giornata, oltre un migliaio di ebrei tra uomini, donne e bambini che abitavano nelle vie intorno al Portico d’Ottavia. Due giorni dopo, con a bordo la maggior parte di quei prigionieri, dalla stazione Tiburtina partì un convoglio di carri bestiame alla volta della Polonia. Destinazione: Auschwitz. Di quelle mille e più persone soltanto una quindicina, tra cui una sola donna, sopravvisse alla detenzione nei campi di concentramento e poté fare ritorno a Roma dopo la fine della guerra.


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