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Colonna dorica

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 10/02/2019 01:25:13

Dietro l'immagine della Grecia, commista panellenicamente, sta la colonna grigia senza basamento, il tempio fatto di pietre squadrate, sta l'accampamento virile sulla riva destra dell'Eurota, i suoi cori oscuri –: il mondo dorico. I Dori amano la montagna, Apollo è il loro dio nazionale, Eracle il loro primo re, Delfi il santuario, rifiutano le fasce e bagnano i bambini nel vino. Sono i portatori dell'alta antichità, della lingua antica, il dialetto dorico era l'unico che fosse ancora conservato nell'epoca imperiale romana. I loro ideali sono allevamento selettivo ed eterna giovinezza, uguaglianza con gli dèi, grande volontà, fortissima fede aristocratica nelle origini, cura – al di là di se stessi – per tutta la stirpe. Sono i portatori della musica antica, degli antichi strumenti: al citaredo Timoteo di Mileto tolsero lo strumento, perché aveva elevato il numero delle corde da sette a undici, e lo impiccarono. A un altro tolgono a colpi d'accetta due corde da uno strumento a nove corde: devono essere solo le sette antiche. “Nel fuoco la canna che sputa saliva” grida Pratina contro il flauto, perché secondo la nuova moda il flauto pretendeva di guidare il coro invece di accompagnarlo, come fino allora.

Nei templi appendono catene e ceppi destinati ai nemici, agli dèi chiedono nelle loro preghiere tutta la terra del vicino. I re esercitano un potere assoluto, possono muovere guerra contro qualunque paese, cento uomini scelti si alternano giorno e notte nel far loro la guardia; di ogni animale che viene macellato ricevono la pelle e il tergo, nei banchetti vengono serviti per primi e di tutto ricevono il doppio degli altri. È una monarchia ereditaria, per novecento anni regnarono gli Eraclidi, anche i nemici non osavano più, nella battaglia, porre loro le mani addosso per soggezione e timore della vendetta divina. La loro morte viene annunziata da cavalieri per tutta la Laconia, ma nella città corrono donne e percuotono una casseruola.

Mondo dorico: sono i pasti in comune, per essere sempre pronti, quindici uomini, e ciascuno porta una cosa con sé: farina d'orzo, formaggio, fichi, selvaggina e niente vino. L'educazione tende a un solo fine: battaglie e sottomissione. I ragazzi dormono nudi su giunchi che devono strappare senza coltello dell'Eurota, mangiano poco e in fretta; se vogliono aggiungere qualcosa allo scarso cibo, debbono rubarla alle case e alle fattorie, ché i soldati vivono di saccheggio. La terra suddivisa il novemila parti, beni ereditari, ma non proprietà privata, invendibili, tutte della stessa grandezza. Niente denaro, solo monete di ferro il cui valore era così modesto, nonostante il peso e la massa ingenti, che una somma di dieci mine (seicento euro) richiedeva, per conservarla in casa, una camera a sé e, per trasportarla, un carro a due cavalli. Tutti gli altri Stati intorno avevano monete d'argento e d'oro. E anche questo ferro veniva per di più reso inutilizzabile: immerso rovente nell'aceto e in tal modo privato della sua durezza. Per novecento anni regnò la stirpe regale, per altrettanto tempo si conservarono le stesse ricette per i cuochi e per i fornai. Proibizione di viaggi all'estero, divieto di entrata per gli stranieri, rispetto per i vegliardi. L'esercito, nel periodo della monarchia, era costituito di sola fanteria d'urto: opliti, pedoni di linea con armatura pesante e muniti di lancia.

 

© Paolo Melandri (10. 2. 2019)


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