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Visita a Eleusi

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 11/03/2019 21:51:48

Si guardarono di nuovo. Ebbe l'impressione che un altro corpo spiccasse il volo da lui. Lì attorno si sentiva un crepitio, lievissimo, come sprizzassero scintille d'ambra. Era vero: già da un pezzo avevano seppellito suo padre – non riusciva a capacitarsi che lui fosse stato così vicino, così presente. Adesso sentiva il crepitio dell'ambra in tutto il suo corpo. Ne era avvolto come da una seconda pelle.

Doveva aver messo paura a sua madre. Volle stringerla fra le braccia, ma una forza lo trattenne. In quella cucina aleggiava qualcosa di sinistro. C'era ancora dell'altro che aveva dimenticato, un fatto della massima importanza. Cercò di ricordare – e d'improvviso gli venne in mente: aveva dimenticato che anche la madre era morta, che da tempo riposava nella tomba accanto al padre.

Ma se quello era un sogno – che cos'era allora la realtà? Un incontro nella notte del sortilegio, una visione del fato. Non provò paura. Faceva molto freddo, ma si avvertiva nel contempo un bollore come di aria liquida. E non solo i genitori, anche gli antenati erano vicini, lì nel rifosso. Quella era una delle loro grandi notti, una festa dei morti. Si accalcavano per uscire dalla cavità della montagna.

L'orizzonte si era rischiarato. Tutt'intorno uno sfarfallio di luci. E regnava una grande agitazione. Erano carretti, bestiame e cavalli ciò che egli intuiva tra un lampo e l'altro, erano macchine di ferro oppure oggetti di genere affatto sconosciuto? Il vento soffiava sulle ampie distese. I fuochi ardevano. Da lontano si udiva l'ululato dei lupi. Un vento gelido arrivava dalle loro terre. Si udiva un cigolio sull'orlo del fosso.

Regnava la disperazione, che ritorna di continuo sulla Terra. E la Terra era polvere, teatro della fine e dei suoi orrori; aveva sete di sacrifici cruenti. I branchi si avvicinavano e giravano attorno alle mura; qua e là avevano già fatto irruzione nel fossato. Le fiamme salivano fino al cielo; castelli e città, frutteti e campi di grano scomparivano tra un guizzo e l'altro. I tigli attorno alle fontane ardevano, i boschi di querce, nei quali il vischio attendeva impaziente la falce dorata, rosseggiavano come fiaccole di notte.

E di nuovo si udirono i lupi: ma erano solo battitori; con il loro ululato annunciavano il vecchio capobranco, che spuntò dietro le sue mute come il destino dal mare di fuoco. Le catene saltarono, i lupi furono liberi.

Irzio udì in lontananza Conero dire a Erio:

Ma lei ne sa di più”.

Li vide seduti là in fondo, più lontani di quanto non sarebbe se distese di terra e mare li separassero da lui, e nel contempo ravvicinati per una frazione di secondo come attraverso un canocchiale. Poi di nuovo fu catturato dal sogno premonitore.

Adesso le fiamme lambivano il firmamento. Rivelarono il vicolo cieco in cui era finito il destino dell'uomo, il suo inevitabile tramonto. Ma, caso strano, ecco che lo spettacolo pareva subire una metamorfosi nell'attimo stesso in cui lo spirito lo accettava rinunciando a battere in ritirata, a prendere la via di fuga. Non era forse come se dal fuoco si levasse non soltanto il rosseggiare dei grandi incendi, ma anche il bagliore, il presagio di una nuova luce? E nel sibilo e nell'ululato del tempo dei lupi e di venti non erano frammisti anche altri suoni?

Intorno a lui si avvertiva sempre quel crepitio che lo aveva assalito e strappato – dal suo stesso corpo. Ma il terrore intanto non stava forse tessendo una veste di invulnerabilità? Tornò a vivere in lui un presentimento: che le fiamme nulla potessero contro la sua persona. Sollevò il capo e, ancora titubante, tese l'orecchio al tumulto. Certo, là riecheggiavano adesso motivi diversi, familiari. Non era forse il suono della vittoria ciò che gli veniva incontro, come se si aprissero poco alla volta gli scuri battenti di un portale, dai quali usciva il suo doppio, la sua sempiterna figura? Era stata messa alla prova nei gorghi del tempo, nello straccio dei cercatori d'oro.

La luminosità si faceva più quieta, più dorata. Da tutte le colline echeggiavano richiami, come si stessero provando degli inni. Quando torna il silenzio – dopo il sommuoversi degli elementi nel quale si erano dischiusi gli abissi –, le orecchie quasi non credono alla trasmutazione e odono ancora le procelle risuonarvi con accordi d'arpa.

Passate simili tempeste, gli uomini si interrogano con lo sguardo, come per leggere sul volto l'uno dell'altro se possono confidare nei sensi ed essere certi di aver attinto la riva. Fu così che Irzio guardò Lunia. Erano sempre nel rifosso – e ancora restava in sospeso di quali incontri e di quali misure si trattasse. La ragazza, rapita, lo guardava senza vederlo. Si teneva piegata in avanti, simile a una polena o a chi inceda nella tormenta.

Anche dai capelli di Lunia egli comprese come attorno a lei vi fosse grande agitazione. Una circostanza, poi, aveva del sorprendente, pur essendogli balzata agli occhi solo in seguito: i capelli erano d'oro, mentre lui li aveva sempre visti bruni. E la loro lucentezza continuava ad aumentare.

Sentiva che il brusio, il crepitio stavano crescendo: erano gonfiati sino a divenire un fragore. Gli parve di dover distogliere gli occhi dalla luce, che pure non abbagliava. A filtrarla era un elemento dirompente, come se la terra si trasformasse in metallo fuso e questo in puro splendore. Si liquefaceva forse, fino a scomparire, ciò che altrimenti era motivo di affanno nella vita – oppure quello che era diviso si sublimava nel mistero? Su tutti i monti fiammeggiavano adesso gli scudi, si compivano le armonie, si affermava la pace perpetua.

Sì, lui comprendeva quell'insegnamento. Eterno ritorno dell'Uno che sorge da ciò che è diviso, e si ammanta di splendore. Era un segreto ineffabile, e nondimeno tutti i misteri vi alludevano, ed esso, esso soltanto era il loro tema. Le vie della storia e le sue astuzie, che apparivano così intricate, conducevano a questa verità. Verità, alla quale si avvicinava anche ogni vita umana, giorno dopo giorno, passo dopo passo. Quell'Uno soltanto era il tema di tutte le arti e, sulla base dell'Uno, a ogni pensiero veniva assegnato il suo rango. Era la vittoria che tutti incoronava, e rendeva meno aspra qualsiasi sconfitta. Il granello di polvere, il verme, l'assassino vi erano compresi. Non c'era nulla di morto in quella luce, e non c'erano tenebre.

Un profondo silenzio, una pace immensa avvolgevano il palazzo. L'antica Madre aveva fatto il suo ingresso, Frina era lì. Ma com'era ringiovanita, circonfusa della rugiada su cui lampeggiava l'arcobaleno, scintillante al pari della siepe di Midgard dopo l'estremo tramonto! Impossibile fosse la giovinezza destinata a sfiorire, doveva essere piuttosto l'eterna giovinezza. Progenitrice e discendente in una; la Terra era come il Sole. Adesso si trovavano nel centro immobile della ruota, là dove convergono i raggi. Chi una volta fu accolto in tale cerchia, chi una volta fu invitato a tale desco, mai più poté cadere preda esclusiva del giorno, dell'inganno del tempo.

L'antica Madre era sempre presente, nel silenzio e nella pace, nella vivida luce del meriggio. Quello era il grande deposito, che riforniva ogni dispensa e granaio. Come poteva essere sopportabile la ricchezza? Non per altro, se non perché riportava all'infanzia, l'età delle favole.

Quel tempo non scorreva, non fuggiva, non si proiettava in avanti. Era un tempo ripiegato su se stesso, intento a cullarsi nell'eterno istante. L'antica Madre si rispecchiava nella propria immagine – poi vi si calò dentro e divenne, insieme, immagine primeva e immagine riflessa. Sempre però rimase presente, da nessun simbolo velata, gaia nella solennità, solenne nella gaiezza.

Era stato l'attimo in cui Erio aveva visto le mura d'oro vacillare e trasformarsi nell'Incommutabile. Anche Irzio sentì che quello era il limite estremo.

L'incanto ormai era spezzato; si ritrovarono nella stanza della torre a Eleusi. Le candele erano quasi mozziconi. Un monticello di cenere argentea copriva le braci. I tempi e le misure riacquisirono valore; gli orologi ripresero a funzionare.

 

© Paolo Melandri (11. 3. 2019)


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