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Volpaia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 14/03/2019 14:48:34

Con la bibbia di Ricciotti stretta sotto il mantello, il ladro andava per la sua strada, che attraverso macchia e foresta, per roccia e per palude, menava alla Volpaia, dov'era accampato l'Ibis nero coi suoi uomini.

Dover attraversare il cordone di sentinelle dei dragoni che avevan circondato la Volpaia non lo impensieriva. Rendersi invisibile e indubile quando incombeva il pericolo faceva parte della sua arte di ladro infatti, la volpe e la martora avrebbero potuto imparare da lui come strisciar quatto quatto. Qualcos'altro però lo angustiava: d'aver promesso a quel pazzo, quel Tornicelli, di deporre l'arcanum, il libro benedetto, nelle mani del re d'Italia. Mentre invece non l'avrebbe fatto. Il tesoro ch'egli portava celato sotto il mantello doveva restare a lui. E poiché la sua coscienza lo rimordeva, il ladro prese a litigare con Tornicelli e a ingiuriarlo, come se camminassero ancora fianco a fianco.

Taci, cervello di gallina!” mormorò, infastidito. “Non puoi proprio fare a meno di aprir la bocca e affilar la lingua. Acchiappaci le mosche, con quella boccaccia, ma non mettere in croce me. Andare nell'esercito, io? Fratello, se è un matto che ti occorre, cercatene uno, in questo Paese ne trovi quani vuoi, pronti ad accapigliarsi per un berretto a sonagli. Ma me ne infischio altamente, io, del tuo re. Se vuole il tesoro benedetto, venga a prenderselo, io non mi sfonderò certo le scarpe per amor suo. Le mie scarpe mi son care, me le son procacciate col lavoro delle mie cinque dita, e il re non me ne regalerà certo di nuove. Il tuo re, lui è un uomo parsimonioso che tiene il conto, così dicono, di ogni pala e ogni vanga del suo esercito, per esser sicuro che non gliene vada perduta neppure una”.

Il ladro si fermò a rifiatare, poiché il sentiero era in salita. Poi, proseguendo il suo cammino, riprese ad ammonire quel Tornicelli che era così lontano da lì, e questa volta con buone parole.

Non volermene, amato fratello” disse “ma Dio sa se hai un carattere ostinato. Vorresti mandarmi nell'esercito piemontese? E che cosa mi aspetta laggiù? Quattro soldi al giorno, col contorno di gelo, fame, percosse, dura fatica, strapazzi e combattimenti, insolenze e tormenti, Dio che brutta vita! Sono stufo d'ingollare pane di paglia di piselli intinto nella zuppa d'acqua, adesso voglio tuffar le dita in scodelle ben piene. Il mio tempo è venuto. Fratello, l'arcanum ce l'ho io e me lo tengo, chi me lo porterà via? – Avrei fatto un giuramento, dici? Io non ne so nulla. Chi l'ha sentito? Compar Nessuno. Ebbene? Dove sono i tuoi testimoni? Non ce ne sono? Hai sognato, fratello, io non so di nessun giuramento. – Cosa dici che sarei? Un malfattore e un'infame canaglia? Adesso basta, giovanotto! Vedo che dovrò proprio romperti le ossa a bastonate, sennò non sei contento. Di' ancora una sola parola, giovanotto, e io...”.

Si interruppe e tese l'orecchio alla notte, aveva udito lo sbuffare di un cavallo. Erano i dragoni. Il ladro si lasciò scivolare a terra senza un rumore e poi avanzò strisciando tra la sterpaglia, con infinita cautela, a palmo a palmo – a quel Tornicelli non pensò più, se lo levò dal capo una volta per tutte.

 

© Paolo Melandri (14. 3. 2019)


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