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Sera

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 14/04/2019 20:03:44

Spense tutte le luci. La neve ed il riverbero della città sulle nubi illuminavano i locali; una chiarità notturna in cui gli oggetti spiccavano tanto più bui. In cucina, fissando il quadrante luminoso della radio, ascoltò le ultime notizie. Sebbene fosse mezzanotte, l'annunciatore sembrava sveglio come in pieno giorno. Tuttavia nel corso dell'annuncio, senza che quello che stava leggendo potesse costituire un motivo, fu sopraffatto da una violenta commozione per qualcosa che l'aveva tormentato tutto il tempo e che ora stava per esplodere: con un filo di voce, palesemente prossimo alle lacrime – una volta si interruppe persino e rimase a lungo in silenzio, come uno che cerca ancora di aggrapparsi e che sta per precipitare con un urlo –, riuscì ad arrivare fino alle previsioni del tempo e a dire ancora “Buona notte”, dopodiché lo allontanarono senza indugio dal microfono. Era stato licenziato in quel momento? Era stato abbandonato dalla sua innamorata? Un attimo prima del colpo di gong gli avevano comunicato che gli era morto qualcuno?

 

Si sedette in una delle stanze con la vista sulla stanza seguente, nel suo posto notturno, una sorta di sedia da regista da cui aveva gli oggetti all'altezza degli occhi. La giacca chiara sulla spalliera di una sedia, dove si trovava dall'estate scorsa, per un momento gli fece risentire le ciglia umide del nuotatore nel vento del mare. Perché sentiva una partecipazione così pura soltanto quando era solo? Perché poteva capire quelli che gli stavano vicino soltanto quando se n'erano andati, e quanto più erano lontani, tanto meglio? E perché si faceva l'immagine più luminosa di quegli assenti che nella sua mente vedeva come coppia? E perché viveva il suo rapporto più intenso con i morti? Perché soltanto i morti ai suoi occhi potevano trasformarsi in eroi? – Si appoggiò una mano sulla fronte, l'altra sul cuore e rimase seduto come in un treno notturno, che poi in realtà sentì anche passare più giù sul ponte d'acciaio attraverso il fiume, con un rumore nella neve come di pattini sul ghiaccio. Poi, quando suonò il telefono all'ingresso, non alzò il ricevitore: non aspettava nessuno e non voleva neanche più aprir bocca.

Non per stanchezza, ma per impedirsi di continuare a pensare si riscosse e si avviò verso la camera da letto. Mentre si lavava al buio – provava una sorta d'avversione già soltanto ad immaginare di vedere il suo viso – gli sembrava che qualcun altro vicino a lui stesse facendo la stessa cosa. Si fermò e sentì che nell'angolo più lontano della casa qualcuno sfogliava di nuovo una pagina di libro. Una sedia fu spostata di nuovo, un armadio riaperto, e le grucce tintinnarono di nuovo una contro l'altra. Strano, come nel ricordo di tutti i rumori, persino il cigolio delle porte e il trambusto, si disponessero in accordi. Qualsiasi cosa ora si muovesse a tentoni nella tromba delle scale, aveva il passo troppo leggero per essere una persona.

Prese un bicchiere con la maggior cautela possibile e aprì un rubinetto dell'acqua facendo attenzione per evitare il solito fischio. Tenendo davanti a sé entrambe le mani il bicchiere colmo fino all'orlo, salì per la scala e rallentò il passo contando i gradini. Anziché rimuginare, voleva soltanto continuare a contare tranquillamente. Con questo pensiero i suoi passi si fecero così leggeri, che nemmeno il solito gradino scricchiolò. Perché non avevano mai inventato un Dio della lentezza? Entusiasta della sua idea, mancò un gradino e sotto i suoi piedi scricchiolò tutta la casa.

 

© Paolo Melandri (14. 4. 2019)


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