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Racconti da lontano

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 11/05/2019 14:01:36

Il giovane non si accorse che toccava a lui. Fissava le piastrelle del corridoio che divideva la navata laterale da quella centrale: erano rosse ed erano bianche, con la superficie modellata ad alveoli, le rosse chiazzate di bianco, le bianche di rosso; ormai non le distingueva più, si confondevano le une nelle altre, e la traccia scura delle fughe in cemento era scomparsa, il pavimento gli galleggiava davanti come un viottolo di ghiaia ricoperto di pietruzze bianche e rosse; la pupilla percepiva il rosso, percepiva il bianco, e le linee delle fughe erano una rete sporca e indistinta poggiatavi sopra.

Tocca a te” sussurrò una giovane donna accanto a lui, il ragazzo scosse la testa, fece appena un cenno con il pollice indicando il confessionale e la donna gli passò avanti; per un istante il profumo di lavanda si fece più intenso; poi sentì uno scalpiccio, il rumore delle scarpe che strusciavano contro il gradino di legno sul quale la donna andò a inginocchiarsi.

I peccati, pensò il ragazzo, la morte e i peccati; e il desiderio intenso, che all'improvviso provò per quella donna, gli provocò una fitta dolorosa; non l'aveva neppure vista in viso; un dolce profumo di lavanda, una voce giovane, il leggero eppure insistente crepitio dei tacchi alti mentre la donna percorreva i cinque passi che la dividevano dal confessionale: il ritmo dei tacchi insistenti ma leggeri fu soltanto un brandello dell'infinita melodia che gli risuonava notte e giorno negli orecchi. Di sera giaceva sveglio, con la finestra aperta, udiva i passi sul lastricato, i rumori sull'asfalto del viottolo: scarpe, tacchi, insistenti, leggeri, inconsapevoli: udiva voci, sussurrii, risate sotto gli alberi di castagno. Ce n'erano tante, ed erano tutte troppo belle: alcune aprivano le borsette, nel tram, alla cassa del cinema, sul bancone dei negozi, lasciavano le borsette aperte sul sedile della macchina, e lui riusciva a sbirciarne il contenuto: rossetti, fazzolettini da naso, denaro sparso, patenti stropicciate, pacchetti di sigarette, portacipria.

Gli occhi del ragazzo continuarono a tormentarsi ripercorrendo avanti e indietro il corridoio di piastrelle; era il percorso costellato di spine, infinito.

Ora tocca a lei” gli fece una voce accanto, e lui alzò lo sguardo: non accadeva spesso che gli dessero del “lei”. Una ragazzina, le guance rosse e i capelli neri. Le sorrise e fece un cenno con il pollice. Le scarpe basse da bambina erano prive di ritmo. Mormorio alla sua destra. Che peccati confessava quando aveva la sua età? Ho rubato. Ho detto le bugie. Disubbidiente. Non ho fatto i compiti per scuola. Ho rubato: lo zucchero dalla zuccheriera, resti di dolciumi, bicchieri di vino con i fondi delle baldorie degli adulti. Mozziconi di sigaretta. Ho rubato.

Tocca a te”. Ormai fece cenno meccanicamente. Scarpe da uomo. Mormorio d'indiscrezione di una mansueta assenza di odori.

Gli occhi gli si abbassarono nuovamente sulle screziature rosse e bianche del pavimento. Gli occhi nudi gli dolevano con la stessa intensità dei piedi che camminavano scalzi su un viottolo di ghiaia. I piedi dei miei occhi, pensò, vagano sulle loro labbra come su laghi rosati. Le mani dei miei occhi vagano sulla loro pelle.

Il peccato, la morte e l'arrogante discrezione di quel non odorare di nulla. Non c'è neppure uno che puzzi di cipolla, di arrosto o di motori, che odori di sapone, di tabacco da pipa, di fiori di tiglio o di polvere, di sudore acre delle fatiche estive, hanno tutti un odore discreto, non sanno di nulla.

Distolse lo sguardo dal corridoio, lasciò che si posasse dall'altra parte, dove si andavano a inginocchiare coloro che erano stati assolti per recitare le preghiere della penitenza. Laggiù c'era un odore di sabato, di pace, di acqua profumata del bagno, di saponetta, di pane fresco ai semi di papavero, di palle da tennis nuove, come quelle che le sue sorelle compravano di sabato con i soldi della paghetta settimanale, si sentiva anche l'odore dell'olio fine e chiaro con cui suo padre ogni domenica puliva la pistola: era nera, lucida, giaceva inutilizzata da decenni, inviolata reliquia del nonno, poco appariscente, supeflua; serviva soltanto al ricordo e ad evocare una luce sul volto di suo padre quando, con grande attenzione, la smontava e la puliva.

Tocca a te”. Fece di nuovo il cenno. Mormorio. Mormorio in risposta. L'odore penetrante del nulla.

Da quella parte del corridoio c'era ancora odore di perdizione, di peccato, dell'appiccicosa malvagità di tutto il resto della settimana, e la domenica era il giorno peggiore: era il giorno della noia mentre in terrazza borbottava la macchina del caffè. Della noia in chiesa, nel giardino del ristorante, al club di canotaggio, al cinema o al bar, della noia nei vigneti dove si andava a controllare che l'uva crescesse a dovere – dita affusolate tastavano gli acini con lasciva competenza; della noia che non sembrava lasciare altra via d'uscita se non il peccato. Le vedeva dappertutto: la pelle verde, rossa, marrone delle borsette. Dall'altra parte della navata vide il cappotto color ruggine della donna che aveva fatto passare avanti. Ne vide il profilo, il naso delicato, la pelle bruna, la bocca scura, vide la fede al dito, i tacchi alti, strumenti fragili di una melodia mortale: li sentì andar via, un lungo, lungo incedere sull'asfalto compatto, sul lastricato irregolare: le dolci ma gravi note del peccato. La morte, pensò, il peccato mortale.

Adesso andava via davvero: richiuse la borsetta, si alzò in piedi, fece una genuflessione, si segnò, e le gambe condivisero il ritmo con le scarpe, le scarpe con i tacchi, i tacchi con le piastrelle.

Il corridoio gli sembrò un fiume che non avrebbe mai guadato: sarebbe rimasto per sempre sulla sponda del vizio. Quattro passi lo dividevano dalla voce che avrebbe potuto redimerlo o dannarlo, sei ne mancavano alla navata centrale, dove regnava il sabato, la pace, l'assoluzione – ma lui percorse solo i due passi che lo dividevano dall'uscita, dapprima lentamente, poi correndo via come da una casa in fiamme.

Richiuse le porte rivestite di cuoio, la luce e la calura gli piovvero addosso all'improvviso, accecandolo per alcuni istanti: la mano sinistra andò a sbattere contro uno stipite, il libro delle preghiere cadde a terra, il dorso della mano gli doleva forte, lui si chinò, raccolse il libro, lasciò che la porta oscillasse avanti e indietro, rimase dietro l'antiporta a stirare la pagina spiegazzata del libro di preghiere. “Il pentimento più profondo” lesse prima di richiuderlo; se lo infilò nella tasca dei pantaloni, sfregò con la mano destra il dorso dolorante della sinistra e scostò appena il battente dell'antiporta, spingendola con il ginocchio: la donna non si vedeva più, la piazza era vuota, polvere giaceva sulle foglie verdi scure dei castagni; vicino al lampione c'era il carretto bianco dei gelati, al lampione era agganciato un sacco grigio con i giornali della sera. Il gelataio era seduto sul ciglio del marciapiede a leggere il giornale, il rivenditore di giornali era appoggiato a una stanga di carro a leccare un gelato. Passò un tram vuoto: c'era soltanto un ragazzo in piedi sulla piattaforma posteriore che agitava in aria un costume verde.

Lentamente Paolo aprì l'antiporta con una spinta, discese i gradini; sudava già dopo pochi passi, l'aria era troppo afosa e la luce troppo intensa, desiderò di nuovo il buio.

C'erano giornate in cui odiava tutto tranne se stesso, ma quel giorno odiava solo se stesso e amava ogni cosa intorno a lui: le finestre aperte dei palazzi intorno alla piazza; le tendine bianche, il tintinnio delle tazzine da caffè, le risate degli uomini, il fumo bluastro del sigaro espirato da qualcuno che non riusciva a vedere; nubi dense, azzurrognole uscivano dalla finestra sopra la Cassa di Risparmio; più candida della neve fresca era la panna sulla pasta che una ragazza, affacciata alla finestra accanto alla farmacia, teneva in mano: candido era anche il resto della panna intorno alle sue labbra.

L'orologio della Cassa di Risparmio segnava le cinque e mezzo.

 

© Paolo Melandri (11. 5. 2019)


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