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Il sacrificio

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 06/10/2019 12:51:27

Una solitaria nuvoletta bianca si gonfiò nell'azzurro assolato, prese colori trasparenti, fiabeschi, qualcosa di simile a una testa crebbe al suo interno, e mosse ali o un sottile vestito a pieghe. Una rosa che si schiudeva? No, una medusa che sussultava attraverso il cielo, più vicina, si gonfiava e si restringeva, e di nuovo si ingrossava. E il lungo filo di ragnatela, libero, che dal folto ondeggiava al vento proprio sopra di lui, si estese, si ritorse, assunse un riflesso argenteo, mostrò un disegno a losanghe e poi gli fece il solletico con l'estremità inferiore, come la punta di una pelle di serpente, impensabile qualcosa di più lieve e un contatto più delicato, e anche questo faceva parte del centro, era centro.

Gli occhi gli si chiusero, e sebbene li volesse riaprire, lo volesse davvero, non ci riuscì, no. Fiutava un pericolo, ma non per sé, disteso lì sul ciglio erboso, i piedi nel vuoto che sarebbe potuto essere un abisso. Non lo era. Si sentiva di nuovo imbozzolato nel vento estivo, costante, che attorno al punto in cui giaceva era un vento ascendente, da ciascuno dei centri di sotto, e i rumori della metropoli, sonorità uniforme, lo avvolgevano da ogni lato e in più lo proteggevano.

Il pericolo minacciava qualcun altro, e precisamente suo figlio. Che però era un giovane uomo in grado di pensare a sé stesso, o no? E se aveva bisogno di aiuto, meglio che venisse da terzi. Non era forse circondato da persone come lui, che col tempo erano diventate i suoi veri parenti e in caso di bisogno sarebbero venute in suo soccorso? Il padre da tempo assente aveva perso il diritto di essere d'aiuto, e inoltre non sarebbe stato un aiuto, in questo caso era più decisivo l'aiuto che veniva dalla madre morta.

Ma non si trattava di aiuto, di cosa piuttosto? Di salvataggio. E per un salvataggio lui, il padre, era la persona giusta, anche questa era una certezza. Toccava a lui. Salvare il figlio, certo, ma come? E da che cosa? Di fronte a cosa? Non che in quel momento il giovane stesse andando alla deriva nell'acqua, verso una rapida, una cascata del Niagara, o che dopo un incidente giacesse gravemente ferito, non visto, in un fosso nascosto da cespugli, o che fosse caduto in un serpaio durante un'escursione solitaria sul versante meridionale di una montagna carsica. Vedeva il figlio in un pericolo mortale, impellente, ma che non era un pericolo esterno. Vedeva che senza di lui il ragazzo sarebbe morto, di lì a un'ora. Vedeva come a lui, al sangue del suo sangue – finora dentro di sé non aveva mai avvertito questa sensazione, riguardo al suo discendente! –, una terza mano sarebbe uscita dall'interno del petto, stretta a pugno, e per il figlio sarebbe finita. E vedeva sé stesso mettersi a correre e attraversare fiumi e montagne in una sola ora per arrivare dal suo altro-sé-stesso. E si vedeva, a questo d'altronde si era abituati dai film, mentre riusciva a raggiungerlo all'ultimo momento. E a salvarlo.

Però – ancora una volta – come? Perché qui c'era ben poco da salvare. Contro una minaccia dall'interno, contro una terza mano come quella, che da sé si rivolgeva contro qualcuno, non si poteva ottenere nulla? Lo salvò, fece sparire il pugno chiuso all'interno del suo congiunto, lo rese privo di peso e di sostanza sacrificandosi, avete sentito bene, sacrificandosi. Non sacrificandosi per la pace e magari per la comunità. Certo, lui avrebbe messo in gioco la propria vita, e non semplicemente in gioco, e nel gioco, lo sapeva, sarebbe morto. Ma si sarebbe sacrificato soltanto per il suo congiunto, per niente e per nessun altro, non per la donna e non per un vicino, per un estraneo o addirittura per la pace nel mondo.

 

© Paolo Melandri (6. 10. 2019)


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