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Convolvoli e adiacenze

di Ferdinando Giordano
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Pubblicato il 12/06/2018 14:19:52

 

 

È la quietanza dell’anima.

E sale bianco e sale grasso il prato

con l’affanno che lo atterra

fino al limite di un tufo nel blu

- come quella antica casa

che mi sa nato tanto poco.

Così un fragore di conoscenza

inadatta – rumori delle stagioni

usuranti che si tengono lì per qui,

accidenti diretti al ventre dell’universo

da un minatore di pubi – giunge

in superficie a voce inetta aperta

con le lancette dell’ora zero,

o pressappoco minuto.   

Vena e muscolo vennero allo steso molo di partenza

nel mar terreno. La loro corrispondenza

è la posta in gioco; e né mente né pelle

possono scindersi senza perdere peso.

Una congiunzione fruttuosa

simile a penso e sostengo “non c’è altro!

non ho altro! non sono altro!

peraltro quanto?“

Su tutta la schiena la resistenza del pianeta

attraversa il prato a tinte a modo di petali.

Presso la pace e nell’immediato gli steli

danzano. Una danza endemica

da specie a specie, stelo come posso.

E poiché endemico è l’occhio singolare in corolla,

il mio sguardo passa a memoria come un rastrello,

recupera uno o pochi temi, ossia latitanti treni,

esporta le cose osservate e le pianta nei led

perché ormai esce dal foglio più elettrico: indotto

da censimenti di sillabe per ogni eco

di “in che cunicolo vado messo?”

 

 

 


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