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di Paolo Melandri
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Pubblicato il 21/06/2018 22:42:23

Tre giorni i fiori del bel giardino

furono come stelle quando la luna è sveglia;

o le onde di Baia, prima che luminosa

emerga fluttuando dal fumo del Vesuvio.

 

E il quarto giorno, la Sensitiva

sentì il suono del canto funebre,

e i passi lenti e pesanti dei portatori,

e i singhiozzi di lutto profondi e cupi;

 

lo stanco suono e il respiro pesante

e i taciti movimenti della morte che passa,

e il tanfo, freddo, opprimente e umido,

esalato dai pori delle assi della bara.

 

L'erba scura e i fiori fra l'erba

luccicavano di lacrime al passare del convoglio;

da quei sospiri il vento prendeva un tono luttuoso

e sedendo fra i pini echeggiava i lamenti.

 

Il giardino, un tempo bello, divenne laido e freddo

come il corpo di lei, che ne era stata l'anima,

un corpo dapprima leggiadro come nel sonno,

poi lentamente mutato a divenire un ammasso

da far tremare uomini che non piangono mai.

 

Svelta l'estate trascorse nell'autunno,

e la brina nella nebbia del mattino saliva,

sebbene il sole meridiano sembrasse chiaro e splendido,

deridendo le spoglie della notte segreta.

 

I petali di rosa come fiocchi di neve cremisi

coprivano la zolla e il muschio sotto:

i gigli s'afflosciavano, bianchi ed esangui,

come la testa e la pelle di un moribondo.

 

E piante indiane, per aroma e colore

le più dolci che fossero mai nutrite di rugiada,

foglia dopo foglia, giorno dopo giorno,

venivano ammassate nella comune argilla.

 

E le foglie brune, e gialle, e grigie, e rosse,

e bianche, del biancore di una cosa morta,

come torme di spettri sull'arido vento passavano;

il loro suono sibilante atterriva gli uccelli.

 

E raffiche di venti svegliarono i semi alati

dalle loro culle di brutte erbacce,

finché s'attaccarono agli steli di molti dolci fiori,

che marcirono insieme nel terreno.

 

I fiori d'acqua sul fondo del ruscello

caddero dagli steli su cui si ergevano;

e i vortici li spinsero di qua e di là,

come fecero i venti con quelli dell'aria.

 

Poi scese la pioggia, e gli steli spezzati

si piegarono in groviglio sui sentieri;

e la spoglia rete delle pergole di piante parassite

s'ammassò in rovine – e così tutti i dolci fiori.

 

Fra il tempo del vento e della neve

tutte le erbacce più ripugnanti presero a crescere,

con foglie ruvide cosparse di chiazze

come il ventre della biscia acquatica e il dorso del rospo.

 

E i cardi, le ortiche e il fetido loglio,

la lappola, il giusquiamo e l'umida cicuta

stesero i loro gambi lunghi e cavi,

e ammorbarono l'aria, finché il vento morto divenne putrido.

 

E piante, ai cui nomi il verso è nauseato,

riempirono il luogo di una mostruosa vegetazione,

spinosa e molle e purulenta e plumbea,

bluastra e costellata di una livida rugiada.

 

E agarici e funghi con muffa e ruggine

spuntarono come nebbia dall'umido freddo suolo;

pallidi, carnosi, – come se i morti disfacendosi

fossero stati animati da uno spirito di crescita.

 

La loro massa imputridì e cadde a fiocchi,

finché lo spesso fusto s'irrigidì come una forca,

dove stracci di carne lacerata tremano ancora in alto,

infettando i venti che passano accanto.

 

Lordura, spore ed erbacce, una lebbrosa schiuma,

resero la corrente del ruscello densa e torbida:

al suo sbocco canne enormi come pali

la ostruirono con radici nodose come bisce d'acqua.

 

E d'ora in ora quando l'aria era ferma,

s'alzavano vapori con forza di uccidere:

si vedevano al mattino, si sentivano a mezzogiorno,

a notte erano un buio che nessuna stella scioglieva.

 

E viscide meteore di frasca in frasca

strisciavano e schizzavano in pieno mezzogiorno

invisibili; ogni ramo sul quale si posavano

da una ruggine letale era morso e bruciato.

 

© Paolo Melandri (21. 6. 2018)


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