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Apprendimento del verbo solo

di Ferdinando Giordano
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Pubblicato il 07/08/2018 12:27:42

 

 

Primo giorno (di conseguenza sgombro)

Prendo tutto il tempo per aprire gli occhi.

I muscoli stentano nella tenebra, chi porta e chi

colloquia con la pupilla strabuzzata.

Quando la vespa si è poggiata su di me, la città

non ha proferito parola, pochi curiosi intorno.

Solo quello.

 

Secondo giorno (per niente vago)

I muscoli vanno a nozze con un gesto

semplice, la voce - rendo grazie all’eco -

è quel sasso levigato che salta all’orecchio,

è il gioco del rimbalzo sullo spavento,

o grida: la gamba è gonfia, il sangue tuona!

Solo questo.

 

Terzo giorno (vuoto, multiuso a scelta)

La parola è la pietra più fluida: una su l’altra

si adatta per costruire templi, ripari o forni.

Ricavata dalla gola nella quale affonda

diventa un siluro, una torpedine nel ventre.

L’esplosione coglie la mente in piena pancia.

Il dolore è almeno stronzo benché ne esca bene.

Non solo qui.

 

Quarto giorno (e il congegno porto)

Penso che masturbarsi, manipolando il verbo

nel gergo comprensibile a più letture, produca

sementi di vuoto, salti, distorsioni,

una breve scossa, il fremito e brezza.

Mi vedo con soddisfazione di polso.

Guardo i segni dell’incidente come un faro.

Solo adesso, non prima del solo.

 

Quinto giorno (bugiardo, bugiardo vero!)

Le parole sono vele inutili

se l’anima è in perfetta quiete.  

Ho visto la mia bocca affondare

in un discorso, e dietro, un cormorano.

Il becco va dietro al pesce vistoso

solo se è il più prossimo. L’orecchio

non vola affatto, come il tatto e l’ombra.

Guarisco già con un altro sintomo

del ginocchio colpito: si piega ancora.

Ancora e solo.

 

Sesto giorno (crisostomo)

Mi sollevo e il davanzale cade fuori

da tanto tempo che il panorama conta.

Il voto delle narici elegge il respiro

a tagli di voce. La bocca d’oro, il crisostomo

finito in lamenti, petulante e importuno

serve poco per tenere fronte: alla data, al sonno.

Dovrebbe essere il contrario, ma date tante

croste, il mio corpo assolda fitte schierate

già al minimo movimento.

È solo che non finisce, né finirà a voce.

 

Sempre

meglio, ed anche convenienti sui fianchi,

qualsiasi luce passi dalla sua orbita

alle tue.

Dalle due

colgo il riso puro: anche solo.

 

 

 


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