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Di un eterno abbandono

di Adielle
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Pubblicato il 02/01/2019 23:06:33

 

Non sono servite a condurla da me

a strappare dai suoi occhi fottuti

uno sguardo in cui ci fossi, più vivo che morto

almeno lontano dalle mie patrie galere.

Non sono servite a servirmi su di un piatto d'argento

un cimitero glorioso per le mie candide ossa

legate a una fune, pioli di scala per fughe, usata da chi

volesse provare a tagliare la corda.

O almeno un pasto frugale per chi si accontenti di poco.

Non sono servite per dire un amore e all'amore mio

che cedesse alla folle richiesta di restar mio il tempo

il tempo che mio lo fosse davvero

l'amore sognato, vissuto da un altro, che la consuma di baci, ora,

adesso, che lasciano il segno.

Non sono servite a sondare il terreno nè a scavare la fossa

dove seppellire i dolori che esposi al ludibrio del vento

non sono servite a quel vento a gonfiare le vele

che disposi sul mare perchè si aprisse

ad accogliere il riflesso di un cielo tranquillo.

Per viaggi larghi e d'astri fondi, allunaggi compresi.

Non sono servite a mettermi in moto, a darmi da vivere,

piuttosto con esse ho versato ogni giorno un anticipo

sulla mia docile morte, dal letargo sconfitto del mio torpore domestico.

Non sono servite a guarirmi, non sono servite a salvarmi

a consolarmi, non sono servite a niente e a nessuno

eppure come uno stupido le tengo ancora da conto

come se abbiano contato veramente qualcosa fin qui.

Dove sono giunto, dove sono tornato, da dove non mi sono mai mosso:

le mie parole fuori luogo, fuori tempo massimo, nello spazio

di un eterno abbandono.

 

 

 


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