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Prova del suono

di Robert Wasp Pirsig
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Pubblicato il 12/06/2019 23:43:20

(Avevamo parcheggiato in prossimità del lido dei carabinieri, dimentichi che, per bontà orografica, qui maggio è graduato e prende ordini non dai residenti ma dall’anticiclone e dal maestrale che alle 17, ora locale, smette di corrugare il golfo come una gonna orlata di futili merletti sopra la vita che vi si imerge. Alle 20 c’è la luce sopravvissuta, teneramente diffusa e priva di ombre. Ieratica per il solo fatto di mostrare lo spirito di tutto, non tutto lo spirito dovuto. Lui accarezza ma non coglie il papavero che ci aveva attratti, io lo avrei colto senza ragione, solo per quel meccanismo atavico che distrugge il bello per niente. Il traffico è sporadico. Si contiene senza fatica ai semafori che contano i secondi secondo la loro tabella e ne danno consapevolezza ai non vedenti con un esile bip di fretta.)

 

Senti, dice - indica qualcosa nei colori

che si accovacciano nella sera come attori

nel camerino dopo un ruolo faticoso -, la mente

sottolinea brandelli, dando così ricovero alle voci  

fino alle parole dell'altro mondo che si fanno segno

prima di togliersi di torno. Ascoltarle promette

nuovi suoni e il suono è connaturato 

nei lotti dell’universo, dice, nel circondario,

nella corolla puntuta delle stelle.

Anche la carezza più dolce, lieve,

ha in sè una forza trattenuta che può esplodere,

te ne rendi conto? Ovunque, ovunque… Ah!

E’ la sua verità. La verità degli altri

è comoda: si sceglie per evitare che la nostra

sparga sale sulle ferite certe - certe ferite

sono una cura, avvolte.

L’universo possiede un principio, dice ora,

di violenza inimmaginabile; non siamo da meno:

non puoi, dice, rimanere calmo

se sei l’aquilone che annusa l’aria per cogliere il vento;

se l’aquilone sbanda e taglia la corda;

se l’opera non riesce compiuta

e volare è diviso in due: cosa trattiene e

cosa ti lascia andare. Nessuno sa perché.

Esistere è starci dentro per un pelo

con un bagaglio di suoni da buttare fuori.

Persino il sole è una valigia in calore, dice,

e ride in modo stridulo - da cardine consumato.

Andiamo ancora insieme senza dare colpa ai segni.

 

(Poggiamo la schiena ad un suv bianco, fermo a spina di pesce sul marciapiede, come ogni altra tra i platani di via Clark. Alberi che non durano a lungo, ma più del metallo che l’aria salmastra liquida come ruggine. Ci parliamo togliendo il rumore di fondo: come il mare con con lingua di sabbia.)

 


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