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indagine sui prodotti della felicità

Argomento: Filosofia

di Mattia Speranza
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Pubblicato il 19/01/2016 19:48:46

Singolare il caso della felicità, non è ancora chiaro cosa sia veramente, un febbricitante e travisato pendolo che oscilla tra edonismo e atarassia, o una vera e propria emozione, il fine ultimo di ogni uomo, o persino il sommo bene, eppure pochi termini sono entrati nella nostra tradizione quanto questo. In materia, la speculazione filosofica ha dato grande adito alle più svariate riflessioni (e perfino giudizi) che concernono la definizione della felicità, e mentre il conflitto dialettico si ornava delle pagine più belle della letteratura (ahimè, simili argomenti hanno il potere di trasformare i filosofi in poeti), nuovi aspiranti filosofi mascherati da scienziati si sono lanciati alla rincorsa della verità più squisita e appetitosa che ci appartiene in quanto umani (assieme al dolore, bene inteso). Checché se ne dica, nessuno ha saputo trovare la giusta definizione, e taluni hanno perfino intelligentemente usato l’espediente di una doppia verità che spiegasse lo stesso soggetto pur di sembrare sufficientemente esaustivi (si pensi all’utilizzo dei termini “bliss” e “happiness” degli anglofoni). Con molta cautela, oserei ipotizzare che la definizione della felicità sia stata finora dialetticamente irraggiungibile perché, così come accade per molti avvenimenti per cui si coglie il loro vero significato solamente in virtù delle loro conseguenze, non si è mai cercato di capire cosa fosse prendendo le mosse dai suoi prodotti. È per questo motivo che ritengo indispensabile esaminare che cosa la felicità crei.
Considerando la felicità del singolo (per via schematica e semplificativa) un suo stato emotivo positivo, possiamo identificare gli altri due stati che compongono schematicamente l’emotività umana con il dolore (stato negativo) e l’apatia (stato neutro). Supponendo che ognuno possa riconoscere ognuno di questi stati con certezza (e così è), potremmo empiricamente chiedere singolarmente ad una moltitudine culturalmente difforme (per evitare di ridurre gli effetti della felicità al risultato di una educazione alla felicità stessa) quale sia il prodotto della loro particolare felicità. Le risposte, con ogni probabilità a causa dell’educazione alla felicità sopra citata, sarebbero le più disparate. In certi uomini la felicità è matrice di ottimismo, in altri genera prudenza (ma una prudenza dettata dalla consapevolezza di quella stessa felicità), in alcuni propensione all’amore e alla gentilezza, serenità, soddisfacimento, piacere, mentre in altri ancora crea aspettativa e speranza, o perfino pietà nei confronti di chi non la può possedere (ma anche in questo caso una pietà consapevole della propria felicità). Essa crea dunque una svariata gamma di stati umani, condizionati dal particolarismo umano, per cui proporne uno come suo paradigmatico prodotto sarebbe ingiusto, essendo la natura stessa di questi impulsi contrastante tra individuo ed individuo o perfino contraddittoria. Già si capisce che la felicità non produce né apatia né dolore, ma non si può ancora dire che generi stati puramente positivi, poiché pietà e prudenza (per riprendere gli esempi fatti) non possono dirsi tali. Occorre a questo punto interrogarsi se i prodotti della felicità possano essere influenzati da fattori esterni oppure debbano essere scaturiti esclusivamente dalla felicità stessa. Ebbene la risposta pare chiara, poiché un prodotto non può che portare le caratteristiche del produttore, ed ogni inferenza esterna comporta una deformazione del prodotto originale, per cui il produttore non potrà più dirsi creatore dell’oggetto modificato. È così che si capisce che la pietà e la prudenza, così come qualsiasi stato non positivo che possa sembrare scaturito dalla felicità, non possono dirsi prodotti della felicità, perché deformati da fattori esterni (si pensi in questi due casi al dolore di un terzo per la pietà e il timore del futuro per la prudenza). Confutata quindi la possibilità di attribuire agli stati creati dalla felicità connotato non positivo, posso concludere che la felicità crei stati intrinsecamente positivi, seppure suscettibili a deformazioni. Supponendo che gli stati positivi prodotti dalla felicità non subiscano deformazione esterne, si può affermare con certezza che essi non potranno produrre né dolore né apatia, nonché né stato negativo né stato neutro. Per esclusione si potrà infine affermare che lo stato positivo (la felicità) crei stati positivi (i suoi prodotti), e quindi che la felicità crei quantomeno i presupposti di una felicità futura.

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