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Sulla Necessità di Giudizio

Argomento: Filosofia

di Matteo Bona
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Pubblicato il 11/05/2017 23:20:30

Origini, manifestazioni, studio sistematico e tentativo di alienazione.

SULLE RELIGIONI, SULLA LORO FUNZIONE DI PLACEBO ESISTENZIALE E LA PRIMA DEVIAZIONE DELL’ESSERE.

 

Le religioni hanno influito inusitatamente sulla collettività e sul suo modus operandi psicologico del Sistema sociale. Si può considerare la religione uno dei primigeni fattori analitici dell’Uomo, strutturandosi successivamente come uno delle categorie ponderali d’una determinata cultura. Essa è, in primo luogo, una di quelle categorie statuarie che desumono la struttura della società in quanto organizzazione collettivamente condivisa e condivisibile: ricordando la definizione di Cultura data dall’antropologo inglese Sir E. Tylor , ovvero che è “quell’insieme complesso che include il sapere, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume, e ogni altra competenza e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro della società”, si può comprendere quanto la religione, agli albori della congregazione sociale, fosse un carattere umanamente vincolante e preciso, modellato su una società ristretta e circoscritta ad un esiguo spazio fisico-esistenziale. 

Al fine di delimitare culturalmente una determinata popolazione, la religione aveva il dovere - ed il diritto parimenti - di modellarsi sui quei luoghi comuni, su quelle credenze ancestralmente connesse alla visione comune degli individui, al fine preciso di formare ed educare uno specifico ente a non potersi interconnettere più con un suo simile d’una differente società: il costrutto silenzioso e pericoloso di tutte le religioni, ma soprattutto di quelle di matrice semitica, ha fatto sì che l’uomo - oltre che ad evolversi fisiologicamente - sviluppasse dei pregiudizi e delle visioni imprecise ed arbitrarie, se non completamente scorrette, d’un gruppo differente da quello di provenienza; quindi non solo la religione è uno di quei fattori altamente specifici e specializzanti d’un gruppo sociale, ma è anche il vaglio critico nei confronti di ciò che si può definire alieno o anti-dogmatico.

Con l’evoluzione del Pensiero Occidentale, le religioni hanno iniziato a vacillare, perdendo irrimediabilmente presa su quella società che in parte aveva aiutato a sviluppare. Annoverando le religioni pre-pagane come anti-esempi di ciò che stiamo analizzando (in senso moderno e/o contemporaneo), il ruolo di quelle pratiche dogmatiche, soffocanti ed imprecise era quello di costruire con falsa stabilità un interpretazione quasi credibile della realtà, instillando all’interno della società leggi arbitrarie che impedissero l’ammutinamento nei confronti di quel costrutto autoimpostosi come verità imprescindibile ed immutabile.

Riproponendo la definizione di Tylor, si può assumere la religione animista come una delle più sincere forme di interpretazione della realtà: il mistero dell’esistenza era un punto cruciale della società umana primordiale che, priva di mezzi analitici adeguati, interpretava la fenomenologia animandola: determinati processi fisici o particolari eventi atmosferici venivano dotati di una componente invisibile e vitale, con lo scopo di motivare la loro stessa esistenza; il fatto stesso di esistere richiede un motivo, una legge di fondo, che desuma senso e valore a qualcosa di inspiegabilmente evidente. Per questo nelle civiltà antiche l’esistenza era strettamente legata alla religione, ovvero con quell’insieme vasto e policromo di divinità specifiche, e l’inadempimento (o l’adempimento) alle pratiche determinava eventualità specifiche nel fato o nella realtà tangibile. 

Con l’avvento delle religioni post-pagane, più precisamente quelle di origine semitica, la convivenza fra individuo antropologico ed individuo religioso divenne completamente differente: la matrice intellettuale delle religioni monoteiste a stampo universalistico restringeva il campo di azione della libera interpretazione della realtà, unificando quel vitale e variopinto panorama di dei, entità pseudo-divine, demoni, ninfe, ecc.ecc., che caratterizzavano le religioni dell’epoca pre-cristiana. Quelle stesse religioni vitalizzate, tanto odiate dai moralisti anti-espressivi (ovvero gli ebrei, i musulmani ed i cristiani - primi fra tutti gli ultimi), erano un vivace spunto che si ripercuoteva di là dalla mera aneddotica religiosa integrandosi efficacemente fra realtà e finzione - tra vita quotidiana ed illusione -, svincolando la stessa scrittura dal peso della sacralità dei testi scritti a scopo rituale; il paganesimo greco era una religione fondamentalmente filo-poetica, basata sulla fervida immaginazione della civiltà greca antica e connaturatasi ad una tradizione mediorientale: si pensi soltanto alla Teogonia di Esiodo (ca. 700 a.C.), uno dei più importanti poemi greci, e come la sua stessa composizione si strutturi fra meraviglia e legge, allontanandosi dall’imperiosa voce di quella divinità semitico-cristiana e dalla sua forte consapevolezza di superiorità, dipingendo con campiture precise ed accese volti di dei umani, piegati ai vizi che corrompono la medesima società greca dell’epoca.

Non si vuole - con ciò - apologizzare le religione greca antica, ma considerare quanto la religione cristiana sia il mezzo attivo con il quale s’è giunti alla occlusione totale della libertà di pensiero, della libertà di parola e della libertà di libera interpretazione delle leggi divine. 

Il germe della cultura occidentale è stato per secoli il Cristianesimo stesso, ed echi della sua natura distruttrice si possono cogliere ogni giorno: la fatalità invisibile, ma presente, della morale prescritta dalle leggi è quello strozzamento insensato della libertà umana e la maschera dissimulatrice della religione ha fatto sì che una minima, inconsistente ma influente cerchia di persone potesse legiferare in terra celandosi dietro la maschera ipocrita della divinità; si pensi alla civiltà medievale e come essa fosse soggiogata dalla figura dispotica e bieca del sacerdote, strumento e mezzo di una pianificazione precisa del terrorismo.

L’utilizzo del termine terrorismo, così forte e presente in quest’epoca contemporanea, è corretto ed inerente? Assolutamente sì: la religione, come tutte le correnti demagogiche, diventa un’arma pericolosa e comoda nelle mani di coloro che detengono, giacché il divario ch’essa genera è unilaterale: 

  • La differenza fra conoscenza e non conoscenza: coloro che conoscono la dogmatica divengono i maestri impropri del popolo, il quale - insipiente - accetta per vere ed immutabili le verità dettate; il movimento monodirezionale della conoscenza spirituale, che parte dal sacerdote e giunge al credente, diventa una sorte di insieme preconfezionato e preragionato di sapienza, annullando tutta la processualità tipica del ragionamento logico-deduttivo. Risulta naturale, se non necessario, asserire a questa affermazione proponendo la trita e ritrita teoria della dottrina fideista: riguardo all’importanza ponderale della fede nei confronti della ragione, e del suo primato sulla seconda da parte della prima, si potrebbe discutere per secoli; purtuttavia, la ragione rimane la componente fondamentale con la quale intraprendere il viaggio verso la conoscenza della realtà fattuale, senza considerare la misera prescrizione d’un dio ipotetico ed onnisciente. 

Ciò che la religione ha fatto è stato alienare completamente la ragione, proponendo uno strumento limitato, e parimenti limitante, come soluzione universale e degna: questa proposta ha un minima velatura d’ironia, poiché l’uomo - la tanto esaltata bestia della Bibbia - diventa un misero strumento in un disegno incompiuto, perdendo quel suo slancio vitale - basato sull’intelletto - che l’ha portato nella posizione di predominanza generale sugli elementi; essa è - dunque - una sorta di fascismo legalizzato, basata sulla necessità intrinseca dell’uomo di sottomettere il suo simile, organizzata in una iper-società legiferante ed attenta a ciò ch’è la realtà temporale. 

In sintesi, la religione è una sottospecie di demagogia nobilitata da un’idea azzardata, basata su un dio ipotetico e connaturata ad una civiltà inconsapevole, malata ed insipiente; eppure tale - volenti o nolenti - è rimasto un argomento rovente ed arrovellante: quale valore ha la religione nella Sistema Umanità? La loro forma, dalle dottrine ascetiche e mistiche orientali alle eteronome e rigide religioni occidentali, ha generato pareri contrastanti e dissidi evidenti che hanno volontariamente, o meno, frammentato ed unito parimenti la Civiltà. Attualmente non ne evinciamo le manifestazioni eppure siamo soliti ad applicare prassi e giudizi sulla base di un’etica che viene definita comune. La definizione di comune ha un non so che di dogmatico, di standardizzante - inteso come isotimia - o, per meglio dire, di alienante. La medesima religione, che si vuole vestire con la candida maschera di liberatrice degli Uomini, non è altro che estorsione della coscienza, una sorta di pignoramento cautelativo della nostra libertà intellettuale al fine di eguagliarci tutti sono la definizione di figli. La lotta ad esse, tuttavia, è una causa inutile, effimera e vacua, quasi un virtuosismo intellettuale mirato all'identificazione del proprio Ego sotto una determinata corrente politico-filosofica. Tali sono talmente radicate, talmente avvinghiate all'uomo, che nessun pensatore (per quanto geniale od astuto possa essere) potrà mai combattere efficacemente, distruggendole totalmente.  La loro capacità di ammaliamento, la loro bellezza spirituale e la loro falsa idea di beatitudine ha generato spiriti serenamente indolenti, che si sono caratterizzati per la loro santità o per il loro essere falsamente redenti e puri; eppure tali non sono connotazioni tipiche dell’essere umano. Al loro interno, nella loro conformazione ideologica, hanno saputo enfiare tutte le mancanze emotive dell'uomo, hanno saputo obnubilare lo loro coscienze al punto di definire una metodica, che di per sé è talmente negletta da essere presa come credibile a priori, fondamentale e stroncante: la Fede. Nessun seguace di alcuna religione può definirsi tale se non possiede la fede, la prima e la più importante delle Virtù Teologali [Fede, Speranze, Carità]. La cecità innanzi a determinanti dogmi, presenti in ogni religione che si rispetti, ha creato una necessità inalienabile -  δογμα, dal greco, ma solo nella sua traduzione indicante il significato di decisione o giudizio -: quella di credere senza apporre giudizi o critiche a tale apoftegma, considerato non teorema bensì assioma. Perché definirlo così? La fede altro non è che un assioma: essa è un principio assunto come dimostrato per la sua evidenza, ergo scevro di dimostrazione; questa conformazione necessaria, questa miopia malata che determina i credenti, non lascia spazio alla libera interpretazione della realtà e, ancor peggio, denota e fornisce una morale precisa, rigida ed eteronoma (o prescrittiva). Il più grande problema non è la Morale determinata - per quanto tale sia stroncante ai riguardi della libera affermazione dell'Io - bensì l'impossibilità di poterne analizzare la validità: il buon credente di qualsivoglia dottrina religiosa non deve domandare, non deve cogitare, ma deve solo seguire la legge. Ecco nato il peccato: il miglior deterrente sociale, la formula preventiva che catechizza ogni forma di libera manifestazione o di libero arbitrio. Il controllo dell'Io e del Non-Io è determinato dal peccato e, a sua volta, dalla morale che previamente donava i dettami fondamentali da eseguire pedestremente. Concepite la malattia della prassi? Io ho il potere di distruggere l'Io e di criticare il Non-Io; la religione ha donato la peggiore arma che l'umano potesse mai utilizzare: la possibilità di criticare liberamente il prossimo legalizzata dalla legge di dio. Eppure la Religione non ha dettato tali scritture, tali possibilità: che sia l'uomo che abbia intrapreso questa iniziativa? Che sia il medesimo che abbia deciso di utilizzare tali come flagello letale e di auto-affermazione? Il problema fondamentale, il cardine portante dell’attività critica umana, non è l’interpretazione delle leggi bensì del fraintendimento di esse stesse. Il canone divino ha indicato, implicitamente, la possibilità di correggere il prossimo affinché tale intraprenda un processo evolutivo ed educativo: con ciò l'uomo ha frainteso, ha mistificato, ha detronizzato la propria coscienza dal piedistallo analitico a favore del dogmatismo fideistico tipico della psicologia religiosa. Di per sé - la ratio - non ha diritto di concepire, tantomeno di analizzare, le res religio e tale è fisiologico: se la Fede, se l'entità divina, fosse dimostrabile - quindi non più assioma - mediante entità precise od istanze logiche attente allora la sua funzionalità farmacologica nei confronti dell'emotività sarebbe alienata. La religione è un placebo, un finto farmaco, che espleta le esigenze umane sotto uno scambio tragico: il baratto esistenziale è facilmente delineabile; l'uomo dona a dio la sua coscienza, la sua forza esistenziale e di libera interpretazione della realtà a favore della possibilità di giudicare come peccaminosa la realtà del differente. A questo punto è evidente come  l'entità divina sia tragica ed alienante: la libera volontà determina una libera attuazione della prassi, la libera attuazione della prassi determina la possibilità che tale vada contro (a sfavore ergo) della Legge, l'incompatibilità della Legge e della prassi determina il Peccato, il Peccato determina la possibilità di giudicare il prossimo rifacendosi alla Legge previamente stabilita come giusta, la possibilità di giudicare indica l'alienazione della propria visione a riguardo della prassi applicata dal terminato individuo, l'alienazione della propria analisi - del proprio pensiero - determina la cessazione del processo analitico dell'uomo, la cessazione del processo analitico determina l’irretimento della coscienza da parte del singolo. Questa procedura fatale è determinata dalla possibilità di critica e dalla necessità [tuttavia agognata dall'uomo] di sentirsi serenamente annoverato nella giustizia. La concezione religiosa è una delle prime degenerazione della Civiltà e non ha nessun altro fine che essere un placebo: un finto rimedio all'inedia spirituale ed alla sofferenza immotivata. Tale è un vero Velo di Maya, una mera illusione sentimentale dettata dalla paura della presa di consapevolezza. Essa ha generato il terrore per la diversità, la paura per l'ignoto e l'ansia per l'indeterminazione: è il paradigma del Terrore; innanzi al diverso, dinanzi al fenomeno che non rientra nel canone della normalità - ch'è esecrabile pregiudizio - l’uomo religioso applica la sua arma letale, estrae il suo erpice velenoso per trafiggere il reietto nella sua essenza; aspetta, nella quiete presunta dell'essere in ragione, che lo spirito esangue si domi e che in esso si desti possente la paura della replica della prassi; più egli rinuncia ad affermare la necessità di dio più egli soffrirà la passione della solitudine e dell’incomprensione. Bisogna essere anime stoiche, ferme e convinte, per sopravvivere alla brutalità di questo mondo. Inseguiamo delle Chimere e tutto ciò che accade è permeato da un surrealismo spaventoso: eppure nessuno si rivolta a questa tirannia implicita ed esistenziale perché tale è talmente radicata nell'animo umano, è talmente avvinghiata all'essenza della Civiltà, che la battaglia alla quale ci accingiamo sarebbe effimera e vacua. Noi siamo figli di dio sino a quando annoveriamo la sua Legge: se si fosse veramente precisi ed attenti alla credenza Cristiana - quella Cattolica soprattutto - si evincerebbe che ha più importanza il diverso ed il reietto che il pio e silente credente (vedasi la Parabola del figliol prodigo) eppure l'Uomo s'è appropriato solo ciò che è comodo, solo ciò ch'è immediatamente comprensibile e - stranamente - più una Legge è rapida e feroce più è annoverata; quindi è l'Uomo stesso il problema della religione, il creatore medesimo è l'obiettivo educativo della creazione! Qualsivoglia attento credente - una sorta di rarità ovvero -, conoscente a menadito la Regola, potrebbe obbiettare dicendo “La legge divina è attenta ad ogni entità vivente su questo mondo e si occupa con solerzia della nostra anima affinché tale sia pura, ed in stato di grazia, per conseguire una degna vita umana, devota - certamente - all’amore eterno nel prossimo”; la nobiltà delle religioni è evidente bensì l’uomo ha travisato la loro funzionalità utilizzandola a favore della sua bramosia di affermazione e per assopire la sua angoscia esistenziale. L’eteronomia della Morale ha generato questo all’interno del Fenomeno Umano e chiunque può ribadire con dissertazioni - che possono andare dal bieco al savio - a favore della sua tanto amata: permane evidente come l’Uomo abbia utilizzato la religione come mezzo prettamente utilitario e non spirituale. Questo insieme di arti tutelanti l’integrità morale umana ha generato la prima deviazione dell’essere: per deviazione dell’essere si intende quell’estrapolazione della coscienza a favore della regola comune, intesa come Volontà Generale, e promotrice d’un’ipocrisia che cela il senso ultimo, e fondamentale, della ricerca indipendente della Verità.

 

 

 

Si ricorda che il testo succitato è protetto da COPYRIGHT (©): ogni violazione della proprietà intellettuale, detenuta dall'autore Matteo Bona, verrà perseguita legalmente.


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