Mercedes nera. La bomba atomica vuole l’auto di classe per essere prelevata, deve avere un sedile all’altezza delle sue regali chiappone due metri larghe. Mi ci infilo, faccio manovre per uscire dal garage, cazzo non mi ricordo più come si guida un’auto da quando Tommy mi scorta dappertutto, non ricordo nemmeno come si mette la retro marcia a questo bidone tedesco. Adesso me lo ricordo, ci provo, la macchina si muove (pare un miracolo di Cristo in persona!) va a rimbalzi come stesse singhiozzando, ha la guidabilità di uno skateboard senza una ruota. Tiro fuori la macchina dal suo posto nel garage e mi chiedo come cazzo ho fatto a non strisciare nessuna delle altre macchine parcheggiate. Il Don ha scelto l’uomo giusto per fare bella figura con la suocera, ci arrivo con la forza del pensiero, all’aeroporto. Mi avvio verso l’ascensore che porta direttamente in un corridoio della villa di Don Curatolo, da lì fra qualche secondo scenderà donna Lena. La moglie del Don. Bel rompimento di coglioni, doverle guardare le tette, dallo specchietto retrovisore e non poter fare nessuna allusione. Quella mi manda al macello, se solo mi tocco per sbaglio in sua presenza. Si dice che la donna del Don sia donna di chiesa. Ha guanti ricamati e trasparenti e spesso porta un velo che cala direttamente dal cappellino che indossa. Secondo me si sente una santa e santa dev’esserlo, per essere sposata al Mago Pancione e per sorbirsi tutte le merdate che fa. Per non contare il fatto che a lui, di mantenersi fedele, non gliene frega proprio un cazzo. Brutto e schifoso, nemmeno quel pezzo di purissima fica della moglie gli basta. L’ascensore si apre di colpo, Lena ne viene fuori, si avvia verso la macchina. Scendo, le apro lo sportello di dietro, non mi guarda neanche, china il capo, come potessi trafiggerle il ventre solo osservandola. Mi viene da sorridere. Me la penso tutta nuda col velo in faccia, che adesso porta, per non smentire la sua immagine di donna pura anche con mammina. Mi chiedo il Don come l’abbia incontrata, come abbia fatto a conquistarla, con quali parole, voglio dire. Secondo me se l’è fatta creare in vitro e poi l’ha schiavizzata o la gente non sa più come accoppiarsi, non sa più che santi pesci pigliare per formare coppie della più astratta specie. Mi infilo nuovamente in macchina, riprendo a farmi i complessi automobilistici da dove li avevo lasciati: togliere la retromarcia. Ce l’ho fatta. Punto due: adesso mi avvio. Punto tre: sì, dovevo togliere il freno a mano. Punto quattro: san Tommy illuminami dall’alto del paradiso dei mafiosi che qua sonno cazzi amari. Ecco, non mi sembra vero, ecco, che te ne pare, Lena? Siamo in viaggio, no? Sì, sono solo cento metri, quelli che abbiamo percorso, però siamo in viaggio o ti sembra dire troppo? Lena non risponde. Chissà cosa pensa. Chissà se pensa qualcosa. Forse Don Curatolo le ha fatto estrarre il cervello, così che non potesse rendersi conto della sua condizione e lasciarlo. A Don Curatolo serve la santa donna da mostrare a chiunque perché come fosse uno specchio, in lei lui vede più grande l’immagine che ha di sé. E pure gli altri la vedono. Salgo la rampa che mi porta fuori dal garage dentro il quale se ne stava ferma la Mercedes nera, il suo muso si affaccia sulla grande strada nella quale confluisce un fiume di auto tutte colorate e scintillanti dei riflessi della luce del tramonto che si getta dappertutto, debole ma diffusa. Fornisce orizzonti magicamente spettrali a questa strada che fa da confine ad un’enorme distesa di terra che si estende tra una città ed un’altra, lontana, adagiata sulla linea ultima che da questa sponda si riesce a scorgere. Lena tossisce, alle mie spalle, mi viene in mente che è con me in macchina, l’avevo dimenticata. Sua madre, aeroporto, rimosso tutto in pochi attimi di contemplazione idilliaca. Abbasso il frontalino dinanzi ai miei occhi, per coprirmi dai riflessi dell’ultimo sole di oggi, riscopro il mio sguardo nello specchietto di cortesia, le iridi verde oliva, così chiare da sembrare liquide, un ciuffo dei capelli dai riflessi chiari che attraversa la mia fronte, solcando il sopracciglio sinistro. Alzo il mento per osservare la mie labbra, i denti, per vedere se sono puliti, mentre Lena ha il capo chinato, non mi sta guardando. Sono puliti. Il mio baffo a manubrio fa da gabbia alla mia bocca, passo indice e pollice ai lati delle labbra, per valutare la lunghezza dei peli del baffo ed al tatto li riscopro morbidi e ben allineati. Il baffo a manubrio è il mio orgoglio: lo portava mio nonno ed un fratello di mio padre l’ha portato per parecchio tempo, una ventina d’anni fa. Esatto uguale a quello mio, dello stesso colore chiaro pure. Lena ha rialzato la testa, ma il suo sguardo, che si incrocia per un attimo con il mio, è timido, riservato. Questa è una signora in tutto e per tutto, anche se, dietro il suo velo che infonde sacralità, le gote le si fanno rosse per il solo avermi osservato. Mi viene da pensare che i suoi pensieri non devono essere così casti come sembrerebbero. Adesso mi sento più disteso, navigo nel fiume di auto che si riversa sull’asfalto, ho un braccio teso verso il volante, l’altro fuori dal finestrino abbassato, l’aria condizionata non l’ho mai sopportata, ha bisogno dei vetri chiusi, mi toglie il respiro e mi preme sulle tempie. Preferisco il vento in faccia, come quello che viene adesso, che mi accarezza i capelli, fischiandomi nell’orecchio sinistro. “L’ha vista, donna Lena, questa invasione di cavallette che zompano dappertutto?” io zitto come un fesso per tutto il tragitto non riesco a starci. Mi fa sentire come se non fossi una persona, ma un pilota automatico che lo metti e ti porta dove vuoi. Se vuoi che io ti porti, devi interagire con la mia mente, devi dare carburante al mio cervello, offrirmi un argomento e nutrirmi delle tue opinioni, oppure stiamo a zero. Parliamo pure di cazzate, di cavallette, e sia! Ma del silenzio, quando sono con gli altri, io non so che farmene, anche se alcuni silenzi parlano già chiari di per sé. “Vista, l’ho vista! Sta che a me le cavallette mi fanno impressione. Certo che pure loro creature di Dio sono! Ma preferisco che se ne stiano lontane dalle mie gambe…” donna Lena a Dio deve ficcarlo sempre in mezzo, come se fosse peccato non nominarlo per una frase intera, chissà se lo invoca anche quando Don Curatolo se la fotte. “Dalle sue gambe? Ha impressione delle cavallette sulle gambe? Lei, con un calcio, a una cavalletta la fa volare più lontano di quanto farebbe da sé” sorrido, immaginando la scena, immaginando la cavalletta imprecare mentre vola e si fa il segno della croce, sapendo di stare per andarsene affanculo. Donna Lena si scioglie soltanto un poco, l’ombra di un sorriso emerge dal velo, mentre il vento glielo solleva delicatamente. “Sulle gambe mi fanno impressione le cavallette, non che possano farmi qualcosa! Ma che possano infilarsi sotto la veste ed andare a finire dove Dio non vorrebbe!” è un rosario continuo, ma sorride, si è spinta un po’ in là, rispetto al suo repertorio, infatti le guance le si infiammano, accendendo ancora di più la sua bellezza. Ogni volta che mi sovviene l’idea di una splendida donna che abbia concesso qualcosa ad un essere fisicamente deforme come Don Curatolo, mi viene la sensazione che qualcosa di innominabile sia accaduto, come se una parte del senso della vita sia appena morto lanciando un tremendo urlo di dolore vuoto, come quello di un quadro famoso che ho visto parecchie volte. “E dove neanche Don Curatolo vorrebbe!” sorrido con un angolo delle labbra, si intravede il bianco dei miei denti. Nello specchio, dietro di me, come traslata, la figura di Donna Lena appare come una sorta di statua o raffigurazione di un dipinto di fantasia, si osserva le mani, sorride, ma i suoi occhi non lo stanno facendo. Forse è arrivato il momento di stare zitto, una valvola mentale viene girata, chiusa, la mia mente cambia di posizione, viene traslata come l’immagine di donna Lena, scompare alle spalle di un atteggiamento forzatamente riservato. Sono l’auto che guido, parte di essa come può esserlo il volante o lo stesso sedile su cui sono seduto. Sono il movimento costante di questa ferraglia che ci sta guidando da qualche parte.
« indietro |
versione per la stampa |
invia ad un amico »
# 0 commenti a questo testo: Leggi |
Commenta questo testo »
|