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Per prepararsi alla politica attiva

Argomento: Politica

di Claudio Bosco
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Pubblicato il 05/12/2007

Al Via!


“Alle mie condizioni, quelle poste da me”.
Vivere sotto questo segno significa comprare la conoscenza di una linea della vita al prezzo della solitudine.


L’uomo che ha posto se stesso nelle mani di Dio è libero di fronte agli uomini, perché ha riconosciuto loro il diritto di giudicare.

(Dag Hammarskjöld)


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“Oso affidarti a te stesso” *.
Nelle famose Lettere a Lucilio, da amico che si è dedicato, fino a pochi anni pima, agli affari pubblici, Seneca affida l’amico che si trova nel bel mezzo del cursus honorum a se stesso. E fa bene.
La Bibbia insegna a non confidare nell’uomo, ma in Dio.
Come ottenere che il timone dell’imbarcazione sulla quale l’uomo politico decide di attraversare il Mare delle Tempeste rimanga saldamente nelle sue mani?
Occorrerà che Lucilio si decida per un’opzione di carattere prescrittivo.
“Alle mie condizioni, quelle poste da me”, propone lo statista svedese che fu Segretario generale dell’ONU dal 1953 al 1961.
Condizioni stringenti, da porre a se stessi, naturalmente, se si progetta un impegno in politica che duri per un certo numero di anni.
La prima è non rinunciare mai, costi quello che costi, alla fedeltà ai principi morali, ai valori etici riconosciuti come stelle-guida nel viaggio della propria esistenza.
L’imperativo morale del politico è quello di ogni uomo chiamato a scegliere con consapevolezza per il bene degli altri, della comunità.
Ascolta la tua coscienza e agisci conseguentemente.
“Alle mie condizioni, quelle poste da me”.
Conseguenza diretta di tale scelta, per il politico, sarà il “vivere sotto questo segno” e “l’acquistare la conoscenza di una linea della vita al prezzo della solitudine”.
Seneca parla della solitudine di colui che è stato e rimane attivo.
Dedito, nel passato, alle cure pubbliche e private; nel presente, tuffato nell’attività per eccellenza, quella del pensiero rammemorante, che raccoglie il meglio delle conoscenze e dell’esperienza accumulata per farne dono ai pochi amici e ai posteri.
Sempre di vera solitudine si tratta.
Una solitudine piena, non vuota; piena come può esserlo solo la solitudine gravida di futuro. Ma pur sempre solitudine.
Chi legge questa proposta di riflessione avrà già inteso che qui non ci si rivolge a coloro che immaginano per sé un impegno in politica di tipo gregario.
Chi ritiene di voler recitare da protagonista, non importa se nel proprio quartiere, in Comune, in Provincia o ancor più in alto nella scala delle istituzioni, per un tratto più o meno lungo della propria vita in mezzo ai propri simili (vita pubblica) può continuare a scorrere la sceneggiatura che qui si andrà stendendo, con la collaborazione attiva, mi auguro, di molti.
Lo schieramento, qui, non è ciò che dirime.
Nuovi politici per la pace urgentemente cercansi.
E chi sta preventivamente valutando costi e benefici di un prossimo impegno nella politica attiva, sappia per certo, sin da ora, che da protagonista conoscerà molto presto le solitudini del deserto, con tutte le loro tentazioni, forme larvali, miraggi.
Ma conoscerà anche la solitudine appagante dell’alta montagna, del mare aperto.
A chi legge oggi, e per scelta si impegnerà in politica domani, l’ ascrivere a bilancio, a tempo debito, la solitudine conosciuta da politico nella colonna dei costi oppure nella colonna dei benefici.
Sarà ora meglio comprensibile, spero, il senso racchiuso nel secondo pensiero di Dag Hammarskjöld.
L’uomo, affidato a se stesso, può decidere sovranamente, e umilmente, di porre sé stesso nelle mani di Dio.
Diverrà libero di fronte agli uomini, “perché avrà così riconosciuto loro il diritto di giudicare”.
E se non avesse la fede?
Lo si vedrà insieme nel prossimo pezzo.
Entrare dalla porta d’ingresso o da quelle di servizio, dunque?
Galoppinismo, portaborsismo, opportunismi di sorta, ma anche avventurismi nel segno dell’ improvvisazione e carrierismi spudoratamente professati o ipocritamente velati sono tutte “porte di servizio” , francamente da sconsigliare a chiunque.
La ragione?
Il tempo del politico, e cioè il tempo che l’essere umano decide di consumare, (letteralmente) in politica, è fatalmente coincidente - per la durata dell’impegno assunto - con il tempo biologico, scandito in modo inesorabile dai battiti del cuore, dallo scorrere della sabbia finissima degli istanti della vita personale nell’ampolla sottostante della mitologica clessidra che rappresenta il nostro passare umano sulla Terra.
Più semplicemente: l’ assorbimento delle energie del singolo (fisiche e intellettuali) da parte della politica ha la caratteristica specifica dell’invasività, tipica anche della predisposizione naturale e coltivata per l’arte e di certi "mali da affascinamento" (mal d’amore, mal d’Africa, mal d’avventura...).
Ne viene che la ricchezza effettiva da investire da parte di chi abbia nella mente e nel cuore progetti per il futuro degli uomini suoi simili è, in fin dei conti, una porzione importante del preziosissimo tempo residuo della propria esistenza sulla Terra.
Sono intuitive, credo, le ragioni che dovrebbero spingere chi decidesse di osare l’avventura (mettendosi alla prova come “curatore del bene di tutti”) ad entrare in politica dalla porta d’ ingresso.

Claudio Bosco

jonathan@davide.it

*(Lucio Anneo SENECA, Lettere a Lucilio e trattati morali, a cura di P. Bongioanni, Morano, Napoli 1942, pp. 59-62).

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