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Cauri di Val Grana

di Oreste Villari
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Pubblicato il 02/01/2011 09:53:09

Quel giorno di Dicembre risalendo il torrente Grana, Domenico sembrava annusasse l’aria fredda. Come fanno i cinghiali non la respirava, la annusava.
Fisico legnoso, passo sicuro e nel viso due occhi neri, lucidi e brillanti.
Camminava tra le sue montagne. Sulle spalle, insieme ad uno zaino militare, una vita di espedienti vicina ai settanta. Gli ultimi dieci anni li aveva trascorsi a fare il portinaio di caseggiato a Torino.
Una noia insopportabile.
Così una mattina non aveva più resistito e lasciato un biglietto di scuse
ai condomini, era andato via.
Come capita a chi fa una scelta e non un compromesso, sembrava ringiovanito.
Per molti invece Domenico era impazzito.

Il treno per Cuneo, la corriera per Caraglio e poi a piedi, su per la sua valle.
Era scappato. Come faceva da bambino, inseguendo il fratello più grande.
Luigi e Domenico il sentiero lo interpretavano come uno spartito, fatto di terra e di impronte.
Da Cauri a Cialancia è un invitante saliscendi mai uguale e loro, nati e vissuti tra la Cernauda e il Chialmo, conoscevano quelle vallette come nessun altro.
Erano i banchi della loro scuola.
In prossimità di Cialancia ci sono alberi giganti con certe castagne che sono una meraviglia e i due ne raccoglievano quanto più riuscivano. Nel bosco infatti, dopo San Martino, i frutti potevano essere raccolti senza timore alcuno e i due ragazzini tornavano a casa felici e stanchi, carichi di castagne e qualche fungo di stagione.
Nell’Aprile del 1945 i tedeschi perdevano la guerra, Domenico suo fratello Luigi.
Catturato e interrogato, non aveva tradito i compagni. Anzi, aveva spedito quel gruppo di perticoni dalla lingua incomprensibile e dai capelli color paglia, in bocca ad un’imboscata fatale.
Per loro e per lui.
Domenico era ancora giovane per fare il partigiano ma non lo era abbastanza per non capire che in quel maledetto giorno di primavera la vita di Luigi in un respiro era scappata via. Occhi negli occhi per un lampo di tempo, prima che suo fratello volasse in cielo per sempre.

Da quel giorno Domenico promise che quella valle non lo avrebbe più visto.
Lasciò dietro le spalle Cauri, la famiglia e i suoi quattordici anni . Davanti aveva una vita da inventare e la sensazione che l’avessero strappato a forza dalle sue radici.
Tornando nella valle, quel giorno di Dicembre, sapeva di averle nuovamente nella sua terra.
Raggiunto il paravalanghe sulla strada iniziò a salire la traccia per Cauri.
Quella galleria di bosso dal profumo di neve bagnata, lo accompagnò sino alle prime case del paese. Tolse lo zaino, si sdraiò su una panca accendendo una sigaretta. Sembrava aspettasse qualcuno mentre una nuvola di tabacco e ricordi lo avvolse in un sonno profondo.
Un brivido sconosciuto lo sorprese nel mezzo di un sogno: dopo tanti anni e per la prima volta, Luigi era tornato a trovarlo. In punta di piedi si era avvicinato accarezzandogli la testa, poi il sorriso di un tempo e quell’abbraccio atteso una vita.
Una lacrima di gioia scelse la ruga più marcata e come da una grondaia, scivolò via seguita da altre.
Lo trovarono il mattino dopo dei cacciatori di forcelli.
Ranicchiato su quella panca sembrava ancora dormisse, coperto da una polvere di brina e con un sorriso sulle labbra che nessuno gli aveva mai visto.
Il tutto fù liquidato con un trafiletto sulla stampa:

“Ritrovato morto il portinaio scomparso”.

Se per caso passate da quelle parti e vi sedete sulla panca sotto il porticato, vi chiedo di perdonare questo mio racconto, figlio della fantasia e di una fredda giornata invernale in quel di Cauri.

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