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Un anno

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 27/03/2019 20:33:17

Sono trascorsi parecchi giorni di scrittura dalla nevicata. La neve è caduta fino a marzo avanzato, sebbene a livello del terreno non facesse affatto freddo; crescevano già le ortiche primaverili, quelle particolarmente pungenti. La neve si spargeva solo con spruzzate sporadiche, fuori dai cespugli, come da un albero in fioritura nascosta o come gettata, sempre una semplice manciata di granelli, minuscole palle che in volo si scioglievano in singoli fiocchi, scendevano simili a paracadutati e già si erano sfatti, piccole macchie scure sull'asfalto.

Ma poi con la luna crescente sulla baia è calato un freddo rigido. Gli stagni, in particolare quello desolato, senza nome, all'interno del bosco, gelavano, il ghiaccio nero modellato sulla forma di canne palustri spezzate, e durante le mie camminate laggiù, prima di sedere nella stanza sul giardino, vi facevo slittare sopra i ciottoli, dei quali per tutto il bosco si sentiva il suono, lo sfrullo, lo schiocco, il pigolio come di uno strumento a pizzico, e poteva accadere che uno degli uccelli nascosti dietro ai cespugli acquatici si sentisse chiamato e rispondesse.

Lo facevo anche per richiamare alla mente un'altra persona che un tempo mi era stata vicina. Sono passati forse dieci anni da quando lui e io qui sullo stesso sentiero invernale facemmo cantare assieme così i ciottoli di un'acqua gelata nel bosco. Mentre adesso li gettavo da solo, ripensavo all'uomo che allora mi era accanto e ricordai il suo modo di alzare il braccio per il lancio, maldestro come un bambino grasso, e anche come, quando giocavamo a calcio, tirasse sempre a casaccio, e come tuttavia ogni volta fosse lui, il babbeo, a provare in queste cose il piacere più innocente. Perché altrimenti quella risata da cornacchia, anche quando la pietra sempre troppo grossa dopo uno slancio impetuoso sfondava pesantemente e senza un suono la superficie ghiacciata?

 

© Paolo Melandri (27. 3. 2019)


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