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Premio letterario "Il Giardino di Babuk - Proust en Italie" - IV edizione (2018)
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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Vincenzo Ricciardi

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 01/04/2016 16:50:36

 

Iniziamo la pubblicazione delle interviste ai primi tre autori classificati di entrambe le Sezioni (Poesia e Narrativa) del Premio letterario “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, II edizione 2016, allo scopo di farli conoscere, come persone e come autori, un poco oltre i loro testi che è possibile leggere nell’e-book del Premio.

 

*

 

L’autore qui intervistato è Vincenzo Ricciardi, primo classificato nella Sezione A (Poesia) con l'Opera La città felice.

 

 

Chi sei? Come ti presenteresti a chi non ti conosce?

 

Non avrei molto da raccontare, la mia vita non presenta fatti particolarmente interessanti. Chi non mi conosce avrà la pazienza di sopportarmi anche in mancanza di un curriculum scintillante. Mi sono formato negli anni ‘60 e ‘70 e credo che la distanza cominci ad avvertirsi. Qualche volta scrivo.

 

 

Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, e che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

 

Da ragazzo, Quasimodo, Seferis, Dylan Thomas, Evtushenko. Dopo, soprattutto Vittorio Sereni e Lucio Piccolo: il primo, per la capacità di riproporre l’esperienza del mondo con un linguaggio apparentemente quotidiano; il secondo, per la densità poetica quasi insostenibile di ogni parola. Nella maturità Rilke, Hoelderlin, Orazio. Stratanovski, per quel poco disponibile in italiano. Poi i grandi astri, quelli di quasi insostenibile luminosità, Dante, Leopardi, Pascoli, il primo Montale, Goethe, ma anche il D’Annunzio di Alcyone. Poi quelli fuori moda, Vincenzo Monti, Parini ... qui mi fermo.

 

 

Quale utilità e quale ruolo ha lo scrittore nella società attuale?

 

Francamente non saprei. Credo molto ridimensionati rispetto al passato anche recente. Mi astengo da considerazioni socio-politiche e mi limito a registrare il crescente predominio dell’immagine, fissa e in movimento, e dei simboli espressivi rispetto alla scrittura; la comunicazione è veramente globale e per raggiungere tutti ha quindi bisogno di strumenti semplicissimi. L’ampiezza ingigantita va per forza a scapito della complessità. Non so se siamo in una fase di passaggio o se tutto questo sia definitivo; credo però che lo scrittore vero prima o poi saprà infondere qualità anche a linguaggi ritornati primitivi.

 

 

Come hai iniziato a scrivere e perché? Ci tratteggi la tua storia di scrittore? Gli incontri importanti, le tue pubblicazioni.

 

Mi colpì l’ermetismo, ho cominciato a scrivere – nell’ilarità familiare – imitandone rozzamente la maniera. Imitare aiuta a trovare un proprio linguaggio. Ma non ho una storia di scrittore, se non rivolta al mio interno, né ho pubblicazioni. Sono lieto di aver avuto il buon senso di buttare quasi tutto quel che ho scritto; ciò che è rimasto basterebbe a fatica per un libriccino, e pure così mi sembra tanto.

 

 

Come avviene per te il processo creativo?

 

Può restare fermo per mesi e anni. Poi quel che si raccoglie nell’anima viene fuori in forma di parole, apparentemente di getto, ma in realtà è sedimento maturato che produce scrittura. Qui è questione di carta e penna; poi trascrivo al computer e rivedo, accorcio, smonto e rimonto, mi faccio l’editing. Torno sui testi, ci sono sempre ripetizioni, carenze di ritmo, banalità, parole fiacche, aggettivi che non esprimono nulla; arriva il giorno che il testo mi convince oppure che finalmente capisco che non ne verrà fuori niente di buono.

 

 

Quali sono gli obiettivi che ti prefiggi con la tua scrittura?

 

Non lo so. Forse, capire qualcosa del mondo attraverso la sua riproposizione poetica: bella presunzione.

 

 

Che cos’ha di caratteristico la tua scrittura, rispetto a quella dei tuoi contemporanei?

 

Credo nulla di rilevante; diciamo che un mio coetaneo potrebbe ritrovarvisi con facilità, i venti-trentenni probabilmente ci sentirebbero qualcosa di sorpassato sul piano lessicale ed espressivo.

 

 

Si dice che ogni scrittore abbia le sue “ossessioni”, temi intorno ai quali scriverà per tutta la vita, quali sono le tue? Come si è evoluta la tua scrittura dalle tue prime pubblicazioni?

 

Non mi sembra di avere “ossessioni”, semmai ho avuto tematiche interiori che per periodi più o meno lunghi sono state maggiormente presenti. Ma questo, credo, vale per tutti quelli che hanno la sorte di attraversare più fasi della vita.

Quanto all’evoluzione della scrittura, forse con la maturazione si tende a un risparmio sui mezzi, una relativa capacità di non usare troppe parole. Ma si perde freschezza.

 

 

Quale rapporto hai con la poesia e quale con la narrativa? Hai scritto sia in versi sia in prosa (racconti o romanzi)? Se la risposta è no, pensi che, un giorno, ti accosterai all’altro genere letterario?

 

Non scrivo in prosa (se non per lavoro, ovviamente) e non prevedo di farlo, credo di non avere sufficiente tenuta.

 

 

Quanto della tua terra di origine vive nella tua scrittura?

 

La mia terra d’origine è la Sicilia. Ora, la Sicilia ri-creata poeticamente di Quasimodo e Piccolo è talmente alta e inattingibile da risultare inutilizzabile sul piano della scrittura; si finirebbe nello scimmiottamento. La Sicilia di lotta e di ribellione di Ignazio Buttitta è estinta. La Sicilia vera e concreta di oggi, del tutto all’opposto, è un luogo così insquallidito da non suscitarmi alcuno stimolo positivo.

Ma, contraddittoriamente, di recente ho scritto versi in dialetto. C’è stato un momento in cui ho avvertito un’afasia bloccante nel tempo stesso che sentivo la necessità di dire; allora ho scritto in siciliano, per la prima volta usandolo come lingua materna e come un grimaldello per dire cose che non avrei potuto esprimere in italiano.

 

 

Qual è il rapporto tra immaginazione e realtà? Lo scrittore si trova a cavallo di due mondi?

 

Mamma mia che domanda difficile. E poi io non sono uno scrittore. Penso che tutti gli esseri umani siano a cavallo di più mondi, tutti immaginano e al tempo stesso sono aggrediti dalla realtà: lo scrittore, se è bravo, lo scrive e gli altri possono capirne qualcosa.

 

 

Quali difficoltà hai incontrato nel pubblicare i tuoi testi?

 

Non ho mai pubblicato. Pubblicare è facile, basta andare in tipografia, e gli strumenti informatici oggi rendono tutto rapido ed economico. Ma la vera difficoltà è che mi piace tornare sui testi e rivederli, aggiustarli, adattarli, anche dopo decenni. Se pubblico, mi spossesso del testo. Ho delle resistenze. Rivendico le mie manie. Certo, la tentazione è forte, la vanità incombe …

 

 

Chi sono i tuoi lettori? Che rapporto hai con loro?

 

I miei lettori sono tre quattro amici, indulgenti perché amici, e membri di giurie dei quali in genere non so nulla ma che ammiro per la faticosa dedizione a un compito che non porta loro né gloria né soldi.

 

 

“Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L’opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso”. Che cosa pensi di questa frase di Marcel Proust, tratta da “Il tempo ritrovato”?

 

I francesi, anche i migliori, hanno una tendenza all’arguzia che li rende talvolta giustamente antipatici. Da Kant in poi non abbiamo dubbi che chi conosce deve dare una parte di sè per costituire l’oggetto della conoscenza. Certo che il lettore legge anche se stesso, il semplice fatto di leggere glielo impone, ma il lettore cerca molte altre cose a lui esterne; la frase citata mi sembra limitativa.

 

 

Hai mai fatto interventi critici, hai scritto recensioni di opere di altri autori? Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare, se così ci è permesso dire, un testo? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona scrittura?

 

No, né recensioni né interventi critici.

Quanto alla valutazione di un testo, dipende. Sempre, massimo rispetto di lessico, grammatica e sintassi. In un testo di lavoro, la concisione e la capacità di presentare gli sviluppi argomentativi in un ordine chiaro. In un testo letterario, la capacità di affascinare, la capacità di sorprendere, la sincerità espressiva, la tecnica. Hai detto niente. Per questo non mi piace Petrarca.

 

 

In relazione alla tua scrittura, qual è la critica più bella che hai ricevuto?

 

=========

 

 

A cosa stai lavorando? A quando la tua prossima pubblicazione?

 

=========

 

 

Quali altre passioni coltivi, oltre la scrittura?

 

Il tempo delle passioni è trascorso. Ho amato il mare, i giardini, le auto d’epoca.

 

 

Sei tra i vincitori del Premio “Il Giardino di Babuk – Proust en Italie”, perché hai partecipato? Che valore hanno per te i premi letterari? Che ruolo hanno nella comunità culturale italiana?

 

Mi ha fatto simpatia tutta l’impostazione del Premio e quella della Rivista; mi ha convinto il buon livello delle pubblicazioni, sopra la media dell’editoria informatica e di molta editoria cartacea.

Ai premi letterari mi sono accostato solo nel 2011, c’è del buono e del meno buono, con un po’ di esperienza si impara a orientarsi. Possono essere molto utili se se ne prende spunto per rivedere criticamente, seriamente, i propri testi prima di sottoporli a una giuria. Come la grappa, i concorsi vanno però assunti in piccole dosi; conosco persone irreprensibili che ne hanno fatto un vizio.

Quanto al loro ruolo, li vedo come momenti di emersione e di presentazione al pubblico di nuovi talenti e di nuove tendenze, e come occasione di incontro e confronto tra persone che credono nella letteratura come fattore di crescita umana. Certo, un mondo minoritario.

 

 

Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica?

 

Gli strumenti informatici sono economici e semplici, offrono una libertà espressiva e una capacità di contatto favolose. Chiaramente, c’è un problema di inflazione di testi, quel che gli autori guadagnano in semplicità diventa difficoltà e caos per i lettori. Così, l’editore elettronico dovrebbe guardare molto al lato della domanda, recuperare una propria funzione essenziale di contributo alla possibilità di orientamento del lettore. Nell’insieme, mi sembra che prevalgano gli aspetti positivi.

 

 

Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti invece dare una risposta?

 

Amo poco le domande, figuriamoci quelle che dovrei pormi e alle quali dovrei rispondere da solo!

Un caro saluto a tutti.

 

 

Grazie Vincenzo.

 


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