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Cicindela

Argomento: Biologia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 04/11/2017 23:45:47

Cicindela. Linneo non ha classificato solo la species hybrida, la prima che io conobbi, ma diede un nome anche al genere cicindela. Studiando le sue catalogazioni non si finisce di stupire per la modestia con cui quello spirito sinottico ha nascosto, più che ostentare, il suo sapere. L'introduzione alle farfalle ne è un classico esempio.

Si può trovare una cicindela già in Plinio, che con questo nome intende la lucciola. La parola doveva essere antica anche a quei tempi. Deriva, per effetto di un fenomeno linguistico che i filologi chiamano «rafforzamento dato dal raddoppio» da candeo, «risplendo», «risplendere» (l'insetto, dunque, che «ultra-risplende»). Queste etimologie rimandano spesso all'infanzia del linguaggio. In questo caso si verifica non solo il raddoppiamento, ma anche l'apofonia, cioè, nella fattispecie, il passaggio alla vocale forte. Allo stesso modo, in lingua germanica, si comportano le parole Glanz [“riflesso”] e Glimmer [“bagliore”], Glänzen [“risplendere”] e Glitzern [“scintillare”]; un tranquillo risplendere si trasforma nel movimento confuso di puntini luminosi.

Il nome tramandato da Plinio diventa ancora più significativo se si considera quella specie meridionale di lucciole che lasciano spegnere e di nuovo riaccendere la loro luce a piacimento, come se potessero controllare un contatto elettrico. Uno spettacolo di cui si può godere già in Illiria e in Provenza, specie quando gli animaletti scelgono, per celebrare i loro riti amorosi, una sera mite, buia e senza vento.

Anche le lucciole che vivono ai margini dei nostri boschi e dei nostri giardini, le lampyris, sanno rendere più intensa la loro luce, senza quell'effetto di energia elettrica che producono le lucciole meridionali o addirittura quell'impressione di fuochi di artificio che fanno le elateridi delle foreste tropicali. Le piccole femmine, senza ali, si arrampicano sui fili d'erba per aumentare la loro luce, che incomincia a vibrare più calda, più vivace, se un maschio entra in volo nella loro sfera.

Linneo, che non conosceva le notti meridionali, ha dunque adattato il nome cicindela a un animale diurno. Non avrebbe potuto incontrare facilmente un'altra famiglia, neanche quella dei bupresti, che ugualmente conducono un'esistenza solare da eccellenti volatori. Questi animali, che i francesi chiamano richard, amano il sole ardente e, sotto i raggi di mezzogiorno, se ne stanno sui fiori, sui ceppi di legno, o anche sulla nuda terra. Risplendono magnfici in quella luce e sono ancora più difficili da catturare che le cicindele perché, al più lieve movimento di chi fa per avvicinarvisi, volano via.

Adoratori del sole: i bupresti lo sono certamente. Sono poche le creature che ne sopportano la vampa con tanto fervore. Ciò che caratterizza la cicindela però è, più che altro, il vorticoso andirivieni da svelto cacciatore, che la distingue dal tranquillo pascolare di quei vegetariani che si nutrono di legno, corteccia e steli di fiori e si muovono male sulle zampe, sebbene abbiano la capacità di spiccare il volo rapidi e fulminei. Questo li agevola nella fuga, mentre il movimento della cicindela è finalizzato più che altro all'attacco. A differenza del tiphoeus e di tutti i massicci erbivori che già conoscevo, mi trovavo ora di fronte a uno dei predatori più audaci, uno slanciato volatore armato di tutto punto per partire all'assalto.

 

© Paolo Melandri (4. 11. 2017)


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