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Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

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Sebastiano Aglieco

Argomento: Intervista

Testo proposto da LaRecherche.it

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Pubblicato il 26/02/2018 12:00:00

 

[ A cura di Roberto Maggiani

 

 

1.       Come ti presenteresti a persone che non ti conoscono? Chi è Sebastiano Aglieco?

 

Una persona come tante che cerca di essere “persona” nel miglior modo possibile. Anche attraverso la scrittura.

 

 

2.       Come e perché hai iniziato a scrivere e in particolare poesia? Ci tratteggi la tua storia di scrittore? Gli incontri importanti, le tue pubblicazioni…

 

Ero un bambino che già scriveva. Poi un lungo apprendistato di scrittura adolescenziale – spesso leggo in giro cose che personalmente ho archiviato da tempo –. Il primo libro “Minime” fu pagato con i soldi della mia prima supplenza a Milano (800 mila lire ai tempi, per 600 copie!). Successivamente un lungo periodo di studi non letterari, approdati alla stesura di un libro ambizioso quanto frammentario, “Grandi Frammenti”. Il primo manoscritto, un quadernone di oltre cento pagine, fu perso in treno, nel tragitto Monza-Milano, e quindi riscritto. Ciò che rimase furono “Grandi Frammenti”, appunto. Il rapporto con i miti e con la propria storia personale ricompare in un altro libro, “Le colonne d’Ercole”, diario di un viaggio effettivamente intrapreso fino alle Colonne d’Ercole, in Portogallo. Una parte di quelle poesie è poi confluita in “Dolore della casa”. “Nella storia” è un libretto che recupera un manoscritto rimasto lungamente inedito, lungamente limato. Con “Compitu re vivi”, libro molto apprezzato devo dire, scopro il dialetto e le mie origini. L’ultimo lavoro è “Infanzia resa”, appena pubblicato.

 

 

3.       Sei uno scrittore, ma prima di tutto, immagino, un lettore. Quali sono gli autori e i testi sui quali ti sei formato e ti formi, che hanno influenzato e influenzano la tua scrittura?

 

A un certo punto ho scritto: “senza più maestri e letteratura”… Avviene quando la persona che ti influenza più di tutti è ora  il tuo doppio. I maestri si superano, rimangono nello sfondo. Chiaramente, recensendo e leggendo molti libri di poesia, s’incontrano voci, presenze, grandi e piccoli poeti. Qualcosa rimane sempre, degli altri, in ciò che fai e pensi. Mi sono cari molti nomi, non solo di poeti, ma anche di musicisti e di pittori.

 

 

4.       Che cos’è la poesia? A che cosa “serve” nella contemporaneità?

 

Non serve a nulla. Nel senso che la poesia “serve”, letteralmente, ma non è asservita. È un organismo che, attingendo dalle fonti più disparate, si ritrova il gravoso compito di servire a se stessa. Di esistere nel migliore dei modi.

 

 

5.       Che rapporto hai con la narrativa? Hai mai scritto in prosa?

 

Da ragazzino ho incominciato a scrivere soprattutto prosa e teatro. Molti manoscritti inediti. Ad un certo punto non ho più scritto in prosa per motivi in parte misteriosi. Comunque assai recentemente è venuto alla luce un nuovo testo che vorrei pubblicare.

 

 

6.       Che cos’ha di caratteristico la tua poesia, rispetto a quella dei poeti tuoi contemporanei? Si dice che ogni poeta abbia le sue “ossessioni”, temi intorno ai quali scriverà per tutta la vita, quali sono le tue? Come si è evoluta la tua scrittura dalle tue prime pubblicazioni?

 

Si rimane sempre fedeli alla propria voce interiore, anche se passano gli anni. I miei temi più ricorrenti sono: l’esilio, la terra d’origine, i bambini, il destino, le figure famigliari, la preghiera, l’etica, Orfeo, Narciso... Non credo a una poesia tagliata con l’accetta; ogni poesia ha le sue zone lucenti e quelle o/scure.

 

 

7.       La critica più bella e la più brutta che hai ricevuto alle tue poesie.

 

Brutte devo dire neanche una – difficile, oggi, che un poeta riceva una critica brutta –. Una recensione superficiale sì, forse anche in buona fede, ad opera di un giovane poeta.

 

 

8.       Come avviene il tuo processo di scrittura? In quali ore e luoghi, con quali modalità? Pubblichi ciò che scrivi di getto oppure rivedi i tuoi testi, sia nella forma che nei contenuti?

 

Non scrivo mai a casa ma sempre in giro: nei treni, nei bar, sulle panchine… Scrivo di getto ma i testi, prima della pubblicazione, rimangono a lungo nel cassetto.

 

 

9.       Hai incontrato difficoltà nel pubblicare i tuoi testi? Se sì quali?

 

Tutti i poeti potrebbero raccontare la stessa storia. Sappiamo come funziona l’editoria di poesia. In genere non s’incontrano difficoltà a pubblicare. Sempre che non ti rivolgi a Mondadori o a Einaudi. Lì bisogna percorrere vie misteriosissime. Il problema riguarda, piuttosto, la capacità di preservarsi, di garantire a sé stessi una certa serietà; relazioni giuste e serie, per esempio.

 

 

10.  Quale tra le tue pubblicazioni ti ha dato più soddisfazione e perché?

 

Il libro che ha ricevuto più recensioni, anche in situazioni “importanti”, è stato “Dolore della casa”. “Compitu re vivi” ha ricevuto, invece, parecchi premi.

 

 

11.  Quali sono gli indicatori che utilizzi nel valutare un testo poetico o una intera raccolta? Quali sono, a tuo avviso, le caratteristiche di una buona poesia?

 

Adotto un criterio molto semplice. Un libro deve superare un livello di sufficienza, a quel punto il problema è “come parlarne”, altrimenti si mette da parte e via. Non credo che una brutta o cattiva recensione possa migliorare le sorti della poesia. Piuttosto non scrivo di un libro. Cosa diversa, e ben più importante, è parlare con l’autore, discutere, ma in genere è difficile da fare perché i poeti tendono ad aggrapparsi alla propria scrittura e si offendono facilmente.

 

 

12.  Molti utilizzano, per catalogare i poeti e la loro presunta importanza, le categorie “poeta maggiore” e “poeta minore”. Esiste realmente tale distinzione?

 

In “Radici delle isole”, un mio libro di critica un po’ sui generis, ho scritto un capitoletto dedicato ai poeti minori. Il discorso è complesso. La storia della letteratura è fatta anche di poeti minori. Ma è un meccanismo stritolante, che riproduce la legge naturale del più forte. Molti poeti maggiori si alimentano delle parole dei minori, ma sono cose sulle quali poco si indaga. La comunità letteraria è, appunto, una comunità che funziona per osmosi. Ciascuno ha il suo compito.

 

 

13.  Perché non si legge poesia? Che cosa ne pensi? Secondo te di chi è la responsabilità (se di responsabilità si può parlare): dei poeti, degli editori, dei lettori, dei librai, dei mezzi di informazione?

 

Vecchio e irrisolvibile tema, di cui, forse, non vale più neanche la pena di parlare. Io direi che le responsabilità vanno equamente distribuite.

 

 

14.  È appena uscita, per i tipi Il Leggio Libreria Editrice, la tua raccolta di poesie: “Infanzia resa”, di cui qui possiamo leggere due poesie (link alle poesie), ce ne vuoi parlare? Come è nato questo libro? Perché la scelta di questo editore?

 

La pubblicazione di un nuovo libro è, deve essere, un gesto serio. Dunque ho aspettato parecchio prima di pubblicare “Infanzia resa”. Esisteva un primo manoscritto, che poi è cresciuto nel tempo perché sono cresciuti e cambiati i bambini. Mi interessava adottare, rispetto a “Compitu re vivi”, un linguaggio abbassato, più umile, se possibile, quasi dimesso ma altamente riflessivo su che cosa voglia dire, oggi, insegnare. Il tema del libro è esclusivo e riguarda, appunto, il mio lavoro di maestro con i bambini che ho seguito in questi ultimi anni a Milano. Qualcuno mi ha detto: “Difficile scrivere dopo un libro come “Compitu re vivi”. È uno dei motivi per cui ho perseguito una strada più in sordina, sviluppando comunque un tema che mi appartiene profondamente.

Chi ha seguito la polemica su facebook, sa che, a un certo punto, nella ricerca di un nuovo editore, mi sono rifiutato di sottoporre il mio testo a un comitato di lettura. Mi serviva una situazione vergine, piuttosto; ancora all’inizio, e così è avvenuto, grazie all’iniziativa di Gabriela Fantato e dell’editore Sandro Salvagno. Spero che non si debba pentire di questa sua inedita avventura con la poesia.

 

 

15.  Sempre riguardo a “Infanzia resa”, perché un lettore che normalmente non legge poesia dovrebbe leggerlo? Perché invece un lettore avido di poesia dovrebbe leggerlo?

 

È un libro che è costruito su una specie di correlativo oggettivo: ciò che dico ha una precisa corrispondenza nella realtà. Non vendo parole, linguaggi metaforicamente vertiginosi. Mi interessa la profondità del discorso. E poi il tema è attualissimo e bruciante: la scuola, l’educazione, il significato dell’essere maestro, i debiti che si pagano alla propria infanzia...

 

 

16.  A cosa stai lavorando? Hai altre pubblicazioni in programma a breve?

 

Sì… ma preferirei non parlarne.

 

 

17.  Hai qualcosa da dire agli autori che pubblicano i loro testi su LaRecherche.it? Che cosa pensi, più in generale, della libera scrittura in rete e dell’editoria elettronica?

 

Non sono contrario, anche se appartengo alla categoria degli estimatori della carta stampata. Anche per motivi affettivi e di artigianato – sono uno che usa molto le mani –. Credo che editoria tradizionale e elettronica debbano lavorare in sinergia.

 

 

18.  Vuoi aggiungere qualcosa? C’è una domanda che non ti hanno mai posto e alla quale vorresti dare una risposta?

 

Polemicamente vorrei porla io una domanda: ma perché Mondadori non mi ha ancora pubblicato?

 

 

Grazie.

 

 

[ Leggi due poesie tratte dal libro Infanzia resa ]

 


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