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Una notte magica [ Magie e cunicoli spaziotemporali ], Aa. Vv.
Presentazione il 22 settembre 2019, ore 17 presso il Villaggio Cultura – Pentatonic
 

Ogni lettore, quando legge, legge se stesso. L'opera dello scrittore è soltanto una specie di strumento ottico che egli offre al lettore per permettergli di discernere quello che, senza libro, non avrebbe forse visto in se stesso. (da "Il tempo ritrovato" - Marcel Proust)

Il vero sentire

Argomento: Esplorazioni

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 07/04/2019 12:17:50

Guardava tutto ciò che incontrava, come se qualcosa dovesse essere destinato a lui. Un piatto con uova sode sul banco altrimenti sgombro di un caffè! Che cos'ha quell'uomo con i bottoni di bambù sul soprabito? E continuava a temere di fare qualcosa di sbagliato, di lasciarsi sfuggire qualche cosa che era l'essenziale! Quando gli venne incontro una donna di cui gli piacque l'andatura, dopo qualche minuto si voltò e le corse dietro, per vederla camminare. Lei si guardò qualche volta alle spalle, e fu come se si allontanasse da lui, solo da lui…

Vide una carriola rovesciata e notò quanto lo lasciava indifferente – che fosse rovesciata, ora non lo riguardava più. Era libero, in ogni caso lo era per quella sera e quella notte. Animato da una volontà di conquista cominciò a scendere correndo la collina, e le file si case si abbassavano, come avvertite dal suo sguardo. “Sto cambiando, in questo momento!”, disse. Ebbe l'impressione di non avere più parlato da tempi immemorabili. Emise un suono, come si fa per incutere paura a una bestia, ma ora ciò valeva anche per tutto il resto. Il semplice fatto di respirare, persino di deglutire gli faceva piacere – ogni volta che deglutiva era un'esperienza nuova. L'ambiente gli pareva talmente trasformato, che ad esempio si stupì alla vista di un cartellone cinematografico dov'era fotografata una coppia nuda sotto un lenzuolo: dunque c'erano ancora film dove gli amanti si drappeggiavano nelle lenzuola! E quando lesse, per abitudine, il titolo di un giornale abbandonato: “… ucciso da un proiettile al ventre”, pensò: Dunque si continua a morire per un proiettile al ventre! Sebbene vedesse le stesse cose di prima, dallo stesso angolo visuale, tuttavia erano diventate strane, e quindi esprimibili. Battè i piedi e si stirò. Un profumo spirava dal crepuscolo, senza ricordargli – come era accaduto spesso – abbracci soffocanti, senza speranza – non si ricordava più, si limitava ad attendere. Quando passò vicino a una galleria pensò: potrebbe avvenire qui, l'avvenimento unico, mai narrato prima d'ora! Davanti a un caffè vide una donna sola, inaccostabilmente assente, e tuttavia prese forma per lui, come un tabù seducente, tanto che egli pensò nuovamente: È questo, questa è tutta la storia – non potrei mai sapere di lei più di ciò che provo in questo momento, mentre la vedo seduta qui, sola. Osservava avidamente i propri pensieri, sempre pronto a trattenerli. Non voleva più dimeticare nulla, e ripeteva mentalmente i momenti appena trascorsi, come si memorizzano i vocaboli di una lingua straniera. Doveva ritenerli tutti, per usarli più tardi. (Tuttavia si rallegrava già per ogni persona che avrebbe incontrato, anche se non avrebbe mai potuto parlare con lei di nulla.) Poi notò una mano che lasciava cadere la cera di una candela accesa su un vassoio su cui splendevano già molte altre candele. La cera che sgocciolava dalla candela inclinata gli mozzò improvvisamente il fiato, non come oggetto, ma come qualcosa che aveva già visto e che viveva soltanto ora. Quando continuò a camminare ai piedi della collina, per le strade piane, credette di continuare a camminare ai piedi della collina, per le strade piane, credette di continuare a guardare la zona in basso, come se essa si stendesse lontano da lui e con un unico sguardo lui potesse abbracciare la superficie della terra incurvata verso il basso. Poi, sul selciato, qualcosa colpì la sua attenzione (che cos'è?, pensò), e gli parve estremamente importante: era solo l'ultima luce del giorno. Leggeva l'indicazione “Faire signe au machiniste”, alle fermate degli autobus come se si trattasse del titolo di una canzonetta… Sotto l'azzurro cielo vespertino, dove a occidente brillava già una stella, vide i lunghi edifici dei quartieri centrali della città interamente neri, ma nel contempo arrotondati e morbidi come pellicce, tanto che parevano tende – un accampamento dove l'ampio, digradante Palazzo era la tenda principale. Camminò più lentamente. Le strade erano ancora vuote, ma poi dove sedevano insieme persone diverse ce n'erano sempre moltissime, intente a parlare a voce bassissima, strette le une alle altre più che mai. Improvvisamente pensò che sarebbe scoppiata una guerra e che dei bombardieri sarebbero comparsi rombando all'orizzonte. Fu colto da un senso di disagio, perché tutto era stato spiegato e nulla avrebbe più potuto accadergli.

 

© Paolo Melandri (7. 4. 2019)


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