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Storia della mia amica

Argomento: Esplorazioni

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 28/04/2019 11:42:50

Dai suoi viaggi solitari aveva sempre voluto tornare con un tesoro. E ogni volta arrivava di nuovo a mani vuote, e non perché la sua ricerca non avesse avuto successo. Si imbatteva sempre in cose sorprendenti e le prendeva, le acquistava tirando sul prezzo o, più spesso, le rubava. Riusciva a trascinarsele dietro faticosamente su percorsi a piedi di settimane e poi, una dopo l'altra, le lasciava lì da qualche parte, al più tardi durante il viaggio di ritorno, l'ultima forse all'angolo della porta di casa.

Ai suoi occhi gli oggetti rinvenuti non perdevano nulla della loro singolarità, solo risultavano ogni volta, verso la fine del viaggio, diversi rispetto al tesoro che lei aveva avuto in mente. Nel corso degli anni venivano poi riportati, se possibile, al loro posto, addirittura rifacendo il cammino, come adesso, nella sua spedizione nel sud della Turchia, l'antica pietra miliare o statica nei pressi di Efeso, dissotterrata con fatica e fatta poi rotolare per ore con mani e piedi, con l'iscrizione greca di un frammento di Eraclito: “L'essenza di ciascun giorno è identica”, che poi, nell'ambiente mutato, le diede l'impressione di essere soltanto un accessorio di scena.

Eppure, come sempre, di fronte a un simile supposto tesoro non poteva far altro, presa da un'esaltazione febbrile, che rimuoverlo subito dal posto, quanto meno, afferrarlo di prepotenza con le grinfie. “Eccolo qui”, pensava ogni volta, “finalmente ti ho trovato”, e gli si avventava sopra come sul suo scopo finalmente scoperto che, ormai da tempo non più atteso da qualsivoglia uomo o sistema, le avrebbe chiarito l'enigma della propria vita, e perché no sotto forma di quello strano bastone di legno sul conoide alluvionale ai piedi delle montagne costiere, diciamo vicino a Bodrum alias Alicarnasso, nel quale quasi solo l'involucro era ancora legno, l'interno, l'anima invece permeata nel senso della lunghezza da conchiglie a forma di cannuccia, aperte davanti e dietro, o lische di pesce?, così che poteva immaginarsi di guardare attraverso la canna di legno quasi fosse un prisma particolare che spezzava la luce come nient'altro, venuto a trovarsi lì apposta per lei. “E adesso dimmi, oggetto prezioso: Chi sono? Cosa devo fare? Dov'è il mio posto? Come arriverò al dominio su me stessa? Che ne sarà di me? Fammi luce”.

Quel legno già da un pezzo era rotolato giù per il cono detritico, esattamente come in seguito il tripode erotico, bianco di sale, frutto dell'irruzione in una salina, venne rimesso al proprio posto la sera stessa. Ma anche stamattina presto, di nuovo, dopo una notte nel sacco a pelo sopraccoperta, al primo richiamo, ancora nel buio, sotto le stelle, dalla terraferma lontana, del muezzin (o della voce registrata), insieme al primo canto del gallo che arrivò fino a lei in fondo alla baia, sopra il mare, si svegliò con la frase: “Questo è il giorno del tesoro, lo conquisterò ancor prima del tramonto, e il mondo supirà con me”.

 

© Paolo Melandri (28. 4. 2019)


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