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Eccezione e regola atroci

Argomento: Filosofia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 09/06/2019 20:34:37

Gli animali lottano, ma non fanno la guerra. L'unico essere fra i primati a praticare sistematicamente, su vasta scala e con una certa euforia l'uccisione dei suoi simili è l'uomo. La guerra è una delle sue invenzioni principali; mentre la volontà di perseguire la pace deve essere, probabilmente, una sua conquista più tarda. Le più antiche testimonianze dell'umanità, i miti e le saghe trattano soprattutto di fatti cruenti. Non fu soltanto la pura e semplice tecnica delle armi che portò al combattimento ravvicinato. Anche dal punto di vista psicologico risulta più appagante sfogare il proprio odio su persone conosciute, e quindi sul proprio immediato vicino. Di conseguenza pare che la guerra civile non sia solo una consuetudine antica, bensì la forma primaria di tutti i conflitti collettivi. È da duemilacinquecento anni che essa ha trovato la sua ormai classica rappresentazione: la storia della Guerra del Peloponneso rimane infatti un modello insuperato.

La guerra fra stati “regolamentata”, condotta contro un nemico esterno, si sviluppa invece relativamente tardi; presuppone l'esistenza di una casta di guerrieri professionali, la formazione di eserciti permanenti, la distinzione fra corpo militare e corpo civile, e porta inoltre a elaborare complicati rituali che vanno dalla dichiarazione di guerra fino alla capitolazione. Nel corso del XIX secolo il massacro venne per così dire razionalizzato: l'introduzione del servizio militare obbligatorio e il progresso tecnologico ne provocarono, da un lato, un'espansione straordinaria, dall'altro gli Stati cercarono di assoggettare le loro guerre a regolamentazioni internazionali. Fu nel 1907, con la Convenzione dell'Aia sull'ordinamento della guerra terrestre, che esse vennero definite per la prima volta. Vista in questa prospettiva la guerra civile appare come l'eccezione alla regola, come una forma irregolare di conflitto. Clausewitz, nel suo ormai classico manuale sull'arte della guerra, non la cita nemmeno. Una storia utilizzabile sulla guerra civile, finora, non esiste.

La babele della realtà non sconvolge soltanto le definizioni formali dei giuristi. Anche le simulazioni di guerra degli stati maggiori falliscono di fronte a un ordine mondiale nuovo, all'insegna della guerra civile. Quel che non è mai stato si fonde in legami esplosivi con l'atavismo. Questioni antropologiche di vecchia data si ripropongono sotto una luce nuova. Che cos'è più strano: uccidere persone a noi note o annientare un nemico di cui non abbiamo la pur minima idea, nemmeno quella sbagliata? Durante la Seconda guerra mondiale per gli equipaggi dei bombardieri il nemico era soltanto una pura astrazione; e quelle truppe che ancor oggi, barricate nei bunker delle loro basi missilistiche, attendono l'ordine operativo sono ermeticamente isolate da qualsiasi conseguenza che il loro gesto, al momento in cui premono il bottone, potrebbe comportare. Una situazione talmente perversa, che anche la più assurda delle guerre civili potrebbe sembrare, a confronto, quasi normale. Probabilmente il fatto che l'uomo distrugga ciò che odia non costituisce un'eccezione, bensì la regola, e si tratta di consueto del rivale sul proprio territorio. Fra l'odio per il prossimo e quello per lo straniero esiste un nesso non chiaro. Il tanto esecrato “altro” è originariamente sempre il vicino e soltanto con la formazione di comunità più vaste viene dichiarato nemico lo straniero al di là dei propri confini.

 

© Paolo Melandri (9. 6. 2019)


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