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Ancora vita. La pittura di Giorgio Morandi

Argomento: Arte

di Martina Dell’Annunziata
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Pubblicato il 01/07/2019 20:41:11

 

Nel suo Diario Cesare Pavese scriveva che passare del tempo in silenzio ringiovanisce individui e popoli.1 La pittura è la trasposizione di questo silenzio in uno spazio, non empirico, eppure reale. Nel secolo dello scompaginamento dell’esteriorità fare esperienza concreta del silenzio deve essere stata un’occasione infrequente. Potrebbe essere questo uno dei motivi per cui Giorgio Morandi, tra i più grandi artisti del Novecento, ha preferito trascorrere la sua vita quasi esclusivamente nello spazio privato e circoscritto dell’atelier, circondato da quelle bottiglie impolverate che nessuno aveva il permesso di spostare. Durante la sua esistenza, passata senza significativi accadimenti attraverso un secolo di guerre e di conflitti, l’artista bolognese non ha mai rinnegato quei soggetti d’elezione: nei suoi quadri compaiono soltanto brocche, bicchieri, bottiglie, più di rado paesaggi. Si è allora tentati di interpretare la decisione di orientare la produzione pittorica alla ripetizione dell’identico come il tentativo di mettere in scena una sorta di rito reintegrativo, vòlto a ricreare nell’arte una realtà stabile e certa, affinché un mondo, almeno uno, scampasse alla catastrofe. È lecito credere che la numerosa serie di Still life sia nella sua interezza la traccia di un piano di evasione dal presente, una metastoria necessaria a immortalare i tratti delle forme e delle figure, certo oramai ridotte a poco più che trasparenze ed entità spettrali, e tuttavia ancora in grado di mostrare la trama essenzialmente materiale del reale.

 

Nei quadri di Morandi la vita appare come uno scenario. Uno scenario riproposto con insistenza, in cui la diversità emerge dalle differenti combinazioni con cui di volta in volta le medesime figure vengono trasferite sulla tela. Solo apparentemente gli oggetti si dispongono in pacifica coesistenza: ad un’osservazione più attenta ci troviamo di fronte alla difficoltà di rilevare i confini fra le figure che, vibrando, non stanno in sé, sfuggono alla coerenza della percezione, tendono a fondersi le une nelle altre, come private dell’energia vitale sufficiente a dar loro spessore e presenza. L’opera d'arte si fa così immagine di un universo in tensione, di una crisi di oggettivazione che riflette lo stato di vulnerabilità di un soggetto al cospetto di forze che, minacciose e irriconoscibili, si irradiano proprio da ciò che di più ordinario e banale si offre all’esperienza dei sensi.

 

Le bottiglie che egli raffigura, i cui lineamenti tanto ricordano la matematica dei corpi dipinti da Piero della Francesca, non sono che il travaglio, per niente silenzioso, dell’individuo sul punto di perdersi in oscure coinonie, nell’assenza dei rapporti, nella disarticolazione del reale. Non l’evasione, non l’idillio di una serenità riscoperta, alla maniera di Pascoli, nella semplicità delle cose. La pittura di Morandi si fa narrazione vivente di una disperazione violenta ma impalpabile, perché appena sussurrata come ultimo possibile atto di resistenza contro l'inevitabile sprofondare della vita: «...e come portati via si rimane»...

 

Note: 

1. C. Pavese, Il mestiere di vivere, nota di diario del 7 luglio 1939.

2. G. Ungaretti, da Nostalgia, in Allegria di naufragi.

 

***

Martina Dell'Annunziata

 


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