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Il perdente

Argomento: Psicologia

di Paolo Melandri
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Pubblicato il 18/07/2019 20:23:53

Ma che cosa accade quando il perdente radicale supera il suo isolamento, quando si socializza, quando trova una patria dei perdenti, da cui si ripromette non solo comprensione, ma riconoscimento, un collettivo di simili che lo accoglie a braccia aperte e ha bisogno di lui?

Allora l'energia distruttiva insita in lui si potenzia a mancanza di scrupoli estrema; si crea un amalgama di desiderio di morte e di megalomania, e all'impotenza subentra un catastrofale senso di onnipotenza.

Il meccanismo richiede però una sorta di miccia ideologica che porti all'esplosione il perdente radicale. Come la storia dimostra, le offerte del genere non sono mai mancate. E il contenuto è l'ultima cosa che interessa. È indifferente che si tratti di dottrine religiose o politiche, di dogmi nazionalisti, comunisti, razzisti: anche la più ottusa forma di settarismo è in grado di mobilitare l'energia latente del perdente radicale.

Questo non vale soltanto per la bassa forza, ma anche per il burattinaio di turno, la cui forza di attrazione sta nel fatto che egli stesso si qualifica come un perdente ossessivo. Proprio nei suoi tratti paranoici si riconoscono i suoi seguaci. Giustamente gli si attribuisce un calcolo cinico; perché naturalmente disprezza i suoi adepti, conoscendoli anche troppo bene: egli sa che si tratta di perdenti che, come tali, ritiene sostanzialmente privi di valore. Per cui – come ha già rilevato mezzo secolo fa Elias Canetti – gode all'idea che possibilmente prima di lui crepino tutti gli altri, compresi i suoi seguaci, prima che lui stesso finisca impiccato oppure carbonizzato nel suo bunker.

A questo punto, accanto a molti altri esempi storici, occorre ricordare il progetto nazionalsocialista in Germania. Alla fine della Repubblica di Weimar vasti strati della popolazione si sentivano perdenti. I dati oggettivi sono eloquenti; tuttavia la crisi economica e la disoccupazione non sarebbero bastate per portare al potere Hitler. Occorreva una propaganda mirata al fattore soggettivo: il rancore narcisistico suscitato dalla sconfitta del 1918 e dal trattato di Versailles. La maggior parte dei tedeschi cercava la colpa presso gli altri. I vincenti di allora, il “complotto mondiale capitalistico-bolscevico” e soprattutto naturalmente l'eterno capro espiatorio, gli ebrei, divennero il bersaglio della proiezione. La bruciante sensazione di essere perdenti poteva essere compensata solo dalla fuga in avanti, nella megalomania. Fin dall'inizio impazzava nelle teste dei nazionalsocialisti il fantasma del dominio mondiale. Quindi i loro obiettivi erano sconfinati e non negoziabili; in questo senso erano non solo irreali, ma impolitici. Nessuna considerazione degli assetti mondiali era in grado di convincere Hitler e i suoi seguaci che la guerra di un piccolo paese mitteleuropeo contro il resto del mondo era destinata al fallimento. Al contrario. Il perdente radicale non conosce la risoluzione del conflitto, il compromesso, in grado di coinvolgerlo in un normale intreccio di interessi e di disinnescare la sua energia distruttiva. Quanto più assurdo il suo progetto, tanto più fanaticamente lo persegue. Non è peregrina l'ipotesi che Hitler e i suoi accoliti non mirassero a vincere, ma a radicalzzare e perpetuare il loro status di perdenti. Naturalmente la rabbia accumulata si scaricò in una guerra di sterminio senza precedenti contro tutti gli altri che ritenevano responsabili delle loro sconfitte – in primis si trattava di far fuori gli ebrei e tutti i nemici del 1919 –, ma non intendevano affatto risparmiare i tedeschi. Il loro vero obiettivo non era la vittoria, ma lo sterminio, il dissolvimento, il suicidio collettivo, la fine con orrore. Non c'è altra spiegazione del perché i tedeschi nella seconda guerra mondiale abbiano combattuto fino all'ultimo cumulo di macerie berlinese. Hitler stesso ha suffragato questa diagnosi quando ha affermato che il popolo tedesco non meritava di sopravvivere. Al prezzo di enormi sacrifici ha raggiunto il suo scopo: perdere. Mentre gli ebrei, i polacchi, i russi, i tedeschi e tutti gli altri esistono ancora.

 

© Paolo Melandri (18. 7. 2019)


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