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La vera banalità del bene

Argomento: Storia

di Michele Nigro
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Pubblicato il 28/01/2020 21:01:47

 

Quand'è che la retorica commemorativa rischia di diventare più dannosa del crimine storico che si va a ricordare puntualmente ogni anno?

Strumenti mnemonici importanti ma ormai spuntati, affidati a vecchi testimoni sotto scorta, stanchi o decimati dal tempo, hanno assunto il ruolo stantio di vessilli politici usati a piacimento dai protagonisti istituzionali del momento, coinvolgendo in egual misura maggioranza e opposizione, nessuno escluso: lo stesso è accaduto con gli immigrati, gli appartenenti alle comunità lgbt, ecc. Tutti o quasi tutti vogliono saltare sul carro della commemorazione o di una qualche causa sociale senza però badare alle condizioni delle strade su cui quel carro si trova e si troverà a passare, senza risolvere i problemi che sfidano l'integrità (e la credibilità) delle sue ruote: buche economiche in cui i passanti inciampano, profonde spaccature sociali che mettono a dura prova gli ammortizzatori psicologici dell'individuo, asfalti legislativi scadenti, una dubbia segnaletica ideologica, tombini intasati dalla retorica, crepe culturali in cui può attecchire di tutto, dalle erbacce sovraniste fino a ben più preoccupanti e possenti arbusti razzistici le cui radici, come qualcuno scrisse riferendosi ad altro, "non gelano". Ancora una volta, parafrasando un vecchio proverbio, quando la Storia indica la luna, la politica stolta guarda il dito; se oltre il dito guardasse anche la mano o addirittura il braccio a cui è collegata, già sarebbe un progresso: si condanna l'accaduto, ci si indigna, ci commuoviamo ascoltando le testimonianze o guardando un film da Oscar, ma non facciamo assolutamente niente per prevenire le cause che puntuali ritornano come in una sorta di ciclo storico quasi periodico. Pur essendo stato "breve", e avendo quindi a nostra disposizione più strumenti per poterlo "riassumere", ci stiamo perdendo per strada l'insegnamento del secolo scorso.

Ed è alla luce di questa premessa che il Bene predicato, insegnato, romanzato, predigerito da registi e sceneggiatori di fiction, testimoniato, istituzionalizzato, oserei dire "imposto" (ma mai veramente metabolizzato) dal pensiero unico, diventa inevitabilmente banale e controproducente; un leitmotiv scaduto che garantisce ampi spazi ad assurde manovre negazioniste, a riconsiderazioni nazionalistiche, a sovranismi di pancia in cerca di pieni poteri e a nuovi "cameratismi totalitaristici" in grado di captare e addensare i vari disagi sociali. Se la Storia crudele che si presenta in assenza di memoria (come accadde durante la Seconda Guerra Mondiale) è già di per sé condannabile, come dovremmo considerare oggi chi permette, dal punto di vista politico, il suo ripetersi in presenza di una equivalente dinamica socio-economica ormai nota persino allo studente delle scuole secondarie di primo grado (le "scuole medie" dei miei tempi!) alle prese con un programma di storia di livello medio-basso? Se la Repubblica di Weimar fu un laboratorio a cielo aperto da cui ancora oggi è possibile imparare molto, noi rappresentiamo gli studenti distratti che guardano fuori dalla finestra mentre il docente spiega per l'ennesima volta le cause riproducibili e i noti effetti dell'esperimento.

La retorica commemorativa, che almeno all'inizio ha avuto il merito di far uscire da una coltre di silenzio e di autocensura le preziose testimonianze dei sopravvissuti, oggi non è più fattore di concentrazione sul fenomeno storico ma è ormai diventata giocattolo inflazionato in mano a buonisti inconsapevoli di cosa sia il vero bene e a "banchi di pesce" rappresentanti il nulla mentale e ideologico, strumento qualunquistico e autoreferenziale per una ricorrenza resa inutile, gestita da chi non è realmente intenzionato a compiere una profonda opera di prevenzione: talmente profonda da non riguardare mai direttamente gli elementi macroscopici di cui si occupa la commemorazione. Gestita da chi non conosce la realtà sociale o pur conoscendola statisticamente non ha la "volontà di potenza" necessaria per superarsi e superare privilegi concentrati in poche mani, schemi economici e fiscali dettati da entità finanziarie sovra-governative o addirittura sovra-nazionali, comportamenti lassisti e non equilibrati in materia di diritti civili... Costringendoci a un vergognoso "c'ero prima io!" come se stessimo in fila negli uffici della Storia.

La Memoria, quando non supportata dalla Giustizia Sociale (che è data non solo dal lavoro e dall'equità fiscale ma da una miriade di fattori non analizzabili in questa sede), è destinata a trasformarsi in mero esercizio artistico e mondano in uso a personaggi politically correct e ipocriti che adottando una catartica "politica del ricordo" tentano di anestetizzare le masse non nei confronti dell'evento storico in sé, che resta diligentemente sotto i riflettori dell'azione commemorativa con tanto di violini e lumini accesi, bensì verso la loro impotenza politica nel tempo presente. Il riproporre la testimonianza commuovente, senza aver prima bonificato le paludi dell'insoddisfazione e dell'ingiustizia, è un rito privo di efficacia educativa sulle lunghe distanze. Prevenire non significa proiettare in loop documentari storici sulle televisioni nazionali; prevenire non significa organizzare un tour attraverso i principali campi di concentramento... Grazie a questo tipo di prevenzione si fa cultura, che da sola non basta. La cattiveria si nutre attraverso radici profondissime e complesse, e la cultura rappresenta lo strato di humus più superficiale.

Ebbero ragione a scrivere "Il lavoro rende liberi" (Arbeit macht frei) sull'ingresso dell'inferno in terra: ma non il lavoro di facciata, quello fasullo e ingannevole che precede la morte nelle camere a gas della precarietà; il lavoro reale, solido, duraturo, rende veramente gli uomini liberi, equilibrati, speranzosi, lungimiranti, costruttori di pace e non arrabbiati. Il lavoro e la sua cultura politica liberano il cittadino dalle sabbie mobili dell'ideologia farneticante, da un' "invidia sociale" utilizzata a sproposito in campagna elettorale da ricchi imprenditori scesi in campo per interessi personali e che ha lentamente sostituito quella che un tempo era una sacrosanta e dignitosa lotta di classe. E la lotta, si sa, se mossa dalla sola invidia, è già perdente in partenza.  

Fino a quando continueremo a scindere le cause dalla nostra quotidianità attribuendo loro una fatalità che non spiega gli effetti, fino a quando continueremo a fissare il dito senza considerare la mano e il braccio, la Storia peggiore sarà destinata a ripetersi e la Memoria sarà ridotta a evento culturale seguito da apericena e cafè chantant.


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